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Salvi gli spazzini di Madrid Lo sciopero dei rifiuti ha funzionato
Dopo tredici giorni, è terminato nella notte tre sabato e domenica lo sciopero di spazzini e giardinieri che ha coperto le vie della capitale spagnola di una folta coltre di immondizia. La lotta a oltranza dei dipendenti delle quattro imprese private che forniscono i servizi di pulizia al comune di Madrid ha dato i suoi frutti e si è conclusa con un accordo che ha impedito la perdita di quasi 1.200 posti di lavori e un taglio del 30% sui salari. Era il piano di ridimensionamento previsto dalle ditte appaltatrici in seguito alla riduzione del 26% (circa 2 miliardi di euro) sugli stanziamenti per la nettezza urbana decisa dal sindaco di Madrid Ana Botella. Nessun dipendente licenziato e nessun salasso in busta paga, quindi; convertiti, alla fine, in 45 giorni all'anno di cassa integrazione per ciascun dipendente, che dovrebbero riuscire a far quadrare i conti. Un compromesso che lascia soddisfatti i sindacati e i lavoratori, ma non il sindaco madrileno del Partido popular (centro-destra), che ha dichiarato di voler «metter mano alla legge sullo sciopero» per evitare che si ripetano situazioni analoghe, «in cui un collettivo tiene in scacco in scacco un'intera città». Meglio sarebbe stato, per il sindaco - evidentemente più allarmato dalla possibilità di nuovi scioperi che dai licenziamenti - che i dipendenti avessero accettato con remissivo consenso il falò di posti di lavoro e le sforbiciate su uno stipendio già magro, che oscilla già tra i 500 e 1.300 euro. Così impone, d'altra parte, l'imperscrutabile legge dell'austerità, applicata alla lettera dai popolari sia a livello nazionale sia a livello locale con catastrofici risultati, di cui i cumuli si spazzatura che hanno invaso fino a pochi giorni fa il centro di Madrid sono sconfortante ma efficace metafora. Sia il paese sia la sua capitale - tradizionalmente roccaforte popolare - stanno scivolando rapidamente su una china a cui gli spagnoli, e i madrileni in particolare, guardano con un ribollente misto di rabbia e rassegnazione, mentre la classe politica fa a brandelli lo stato sociale e scaglia nel tritacarne della privatizzazione scuole e ospedali. Di questa classe politica cinica e cieca - che vorrebbe lasciare per strada 1.200 lavoratori con la stessa leggerezza con cui sborsa miliardi di euro per salvare le banche che hanno contribuito al tracollo del paese - fa parte Ana Botella, sindaco di Madrid e moglie dell'ex primo ministro José María Aznar.
Un sindaco, peraltro, mai uscito dalle urne, ma subentrato d'ufficio al suo predecessore Alberto Ruiz-Gallardón, chiamato al ministero di Giustizia subito dopo la vittoria del Pp alle politiche del 2011. Una circostanza che, anche all'interno del partito, alimenta il dubbio che Botella sia un personaggio inadeguato al ruolo che ricopre. Da quando è alla guida della capitale, il sindaco ha inanellato una serie di errori strategici e di gaffe che stanno compromettendo seriamente le possibilità di una riaffermazione del Pp alle prossime elezioni municipali, fissate per il 2015. L'ultimo di questi scivoloni è stato la derubricazione della protesta dei netturbini a «conflitto lavorativo estraneo all'amministrazione comunale», come se la cappa di immondizia che ha letteralmente sommerso Madrid come un'immonda nevicata, fosse una questione che non la riguardasse. D'altra parte, già d'innanzi a un'altra ben più tragica emergenza (la morte, un anno fa, di tre adolescenti in una festa organizzata in una struttura municipale) Botella diede prova di questa sua imperturbabilità eclissandosi nei vapori di una spa portoghese. Questa volta ha avuto il pudore di restare, ma non quello di evitare le sinistre minacce sulla restrizione del diritto costituzionale allo sciopero, né di risparmiare agli spagnoli la menzogna secondo la quale «sarebbe stata la flessibilità della riforma del lavoro confezionata dal Pp a salvare i 1.200 posti di lavoro». Sono stati, invece, i lavoratori e i sindacati, che con la loro battaglia hanno evitato l'ennesimo sacrificio di vittime innocenti sull'altare di un'austerità che per ora - in Spagna più che altrove - ha portato solo impoverimento e disoccupazione.
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