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Elena Marisol Brandolini: "Il suicidio, scelta razionale di chi non vede alternative"

Elena Marisol Brandolini, giornalista, per ediesse autrice di Morire di non lavoro (pagine 152, euro 10,00), un testo che, attraverso l’austerità in cui sono costretti a vivere paesi come l’Italia e la Spagna, riesce a esaminare temi importanti quali la crisi, la mancanza di lavoro, il problema degli sfratti, il suicidio, l’incidenza che in generale l’austerità ha sulla vita dei cittadini.
Un vero testo di denuncia questo della Brandolini che consegna al lettore la crisi di due grandi paesi incapaci, oggi, di mettere al centro delle istituzioni l’interesse verso i cittadini.

L'estratto dall libro

Per controlacrisi abbiamo intervistato l’autrice del libro.

Come nasce il libro Morire di non lavoro?
Morire di non lavoro è un libro denuncia sulla condizione in cui sono costretti a vivere i cittadini, con un focus su Italia e Spagna. Io sono fortunata perché la mia attività di giornalista mi consente di raccontare storie di persone e così di denunciarle e consegnarle all’attenzione pubblica.

Quindi, mi dica, si muore di non lavoro…
Ho ragionato sul tema del suicidio, sì. In Catalogna è forse più rilevante. Ad acuire il numero di suicidi è stato il problema degli sfratti. Il suicidio come fatto drammatico mi ha spinto a capire cosa sta succedendo.

E cosa sta accadendo?
Come dicevo in Catalogna del suicidio se ne è iniziato a parlare con il problema degli sfratti, all’inizio infatti era argomento sui cui si taceva, perché tra il governo e aziende trasporti sembrava esserci un accordo. Era la volontà di non far emergere il problema, e anche quello di non permettere di far accrescere l’emulazione.

Quanto e come ha inciso invece il problema degli sfratti in Catalogna?
E’ stato impossibile nascondere i suicidi perché qui c’è una legislazione passata. In soldoni se paghi il mutuo e perdi casa ti resta il debito da pagare. Gli sfratti pe rquesto con la crisi sono stati portati all’opinione pubblica e così i suicidi.

Ma veniamo all’Italia. Quando parliamo di suicidi in Italia (nel 2012 due di media al giorno) si parla molto spesso più di italiani che di immigrati. E’ dovuta a una condizione di precarietà a cui gli italiani sono meno abituati a vivere? di recent ec'è stato il primo suicidio di un'imprenditrice donna...
Certo. Il ceto medio peraltro è quello che adesso non c’è più e che è stato colpito, trovandosi dunque spiazzato davanti alle difficoltà in cui è costretto a vivere.

Oggi nei dormitori, così come alla Caritas, si rivolgono anche questi cittadini, infatti…
Sì, e sono i meno abituati a muoversi nella burocrazia dei servizi. L’Italia rispetto alla Spagna ha meno residenti che promuovono piattaforme, grazie alle quali a prevalere è la capacità di lotta così come vere strategie di associazionismo. La società civile così è un elemento di grande forza in Spagna.

Perdita del lavoro, perdita della casa, perdita della salute…
Sì, lo sfrattato viene dalla perdita del lavoro. A intervenire dunque è la disoccupazione, che oggi vivono anche persone di cinquant’anni. Chi viene “espulso” dal lavoro oggi lo cerca, non lo trova e si stufa persino di cercarlo. Invece le persone dovrebbero avere l'opportunità di cercare l'impiego libere dall’esigenza della sopravvivenza. Oggi non c’è nulla che sostiene i cittadini. La politica non risponde all’emergenza in cui ci troviamo.

Cosa servirebbe?
No all’austerità che uccide la popolazione. Occorrono politiche di reddito alla cittadinanza. Prestare attenzione sul tema dei suicidi. Perché chi perde il lavoro non è clinicamente un malato mentale spinto al suicidio dalla malattia mentale, ma è spesso una persona che si trova senza vie di uscita e sceglie il suicidio come soluzione razionale. Oggi il suicidio è un fenomeno di rilevanza sociale. Indagini internazionali, non a caso, dimostrano che nei paesi dove il welfare funziona, con servizi sociali, sanitari e dunque con supporti psico-sociali i cittadini vivono meglio, trovano risposte alternative adeguate alla loro emergenza.

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