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"Clima di criminalizzazione per poi reprimere il dissenso"
Intervista a Cesare Antetomaso, avvocato, membro dell'esecutivo giuristi democratici.

Sta prendendo piede una campagna sull’ordine pubblico piuttosto allarmante. Dai sabotaggi ai cosiddetti anarco-insurrezionalisti è tutto un fiorire di aggettivi colpevolisti tesi a creare il clima repressivo che accoglierà l’autunno caldo.

Comincia ad essere piuttosto evidente, non ci sono dubbi. Se vogliamo possiamo partire dal 2010 e dall’ottobre 2011, in particolare. Da allora le mobilitazioni hanno marcato difficoltà evidenti dal punto di vista della partecipazione. E questo perché in quelle occasioni c’è stata un risposta repressiva sproporzionata e irragionevole. Sono andati a colpire nel mucchio in modo pensate. Sono state inflitte misure pesantissime a chi non aveva nemmeno precedenti di polizia e accuse di reati gravissimi. E’ il segnale di una tendenza che ha ripreso vigore che nemmeno concepisce il dissenso.

Criminalizzazione preventiva del dissenso…
Il segno sembra essere appunto questo. Oggi siamo in presenza di un restringimento via via più largo e più potente degli spazi di democrazia e quindi di confronto e di conflitto. Magistrati che si recano direttamente sul luogo dei disordini computer interi sequestrati ai consulenti della difesa, di questo stiamo parlando. Sono cose che non si vedevano dalla Torino degli anni ’70. Non vorrei che si tornasse come si faceva all’epoca al sequestro anche delle agende degli avvocati difensori.

Insomma, anche qui la Costituzione della Repubblica italiana sembra essere lettera morta.
Secondo me quello che andrebbe sempre ricordato è che sul codice Rocco si parla di “attentato ai diritti politici dei cittadini”. Giuristi democratici si posero il problema già a partire da Genova. E’ un principio al quale dovremmo fare riferimento quando poi arrivano arresti dopo sei mesi dai fatti per il solo fatto di essere stati presenti sul luogo dei fatti. Principio messo a rischio quando poi viene tollerato che deputati della Repubblica arrivano a dire che chiunque osa mettersi di mezzo alla Tav è un terrorista. La cosa ancora più preoccupante è che ampi settori dell’informazione avallano questa operazione, perché poi è più facile per la repressione a livello giudiziario accostare fatti e concetti. Il 15 ottobre 2011 dei black block non c’era l’ombra e chi aveva qualche indumento nero veniva associato ugualmente a loro. Il passaggio dall’uso di un certo tipo di linguaggio ad un armamentario repressivo è breve.

Da questo punto di vista si nota che l’uso delle immagini per documentare i fatti nel mirino degli investigatori è sempre più frequente.
L’uso delle riprese e delle foto è fatta in maniera smodata. Questa ipertrofia della telecamera è ricorrente. Ora arriviamo alla ricostruzione in studio della fiction. E’ un atto che difficilmente può resistere al vaglio di un magistrato, però. La prova deve essere storia e deve avere una forte attinenza.

Non è escluso che si giochi a dividere i buoni e i cattivi nei due appuntamenti del 12 e del 19 ottobre.
Il 12 ottobre è un’occasione in cui la libertà di manifestazione del pensiero andrà sottolineata. Oggi noi abbiamo quelle norme per cui anche per un semplice presidio dobbiamo dare comunicazione. Si tratta di norme costituzionalmente obsolete. Questo non toglie che il questore di turno se ne faccia scudo. Tav e situazioni varie come i “No Muos” vanno riconnesse. E questo vuol dire che la difesa dei beni comuni è costituzionalmente garantita. Non si può giocare con termini ed etichette tipo antagonisti, per i quali scatta sempre un trattamento giuridico più pesante. La divisione tra buoni e cattivi va evitata. La gestione dell’ordine pubblico del 2011 è troppo vicina per non sentire la pesantezza di quella operazione repressiva. Se un certo linguaggio non viene un attimo calibrato il rischio è sempre quello di prestare il fianco a operazioni strane.

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