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Libri & Conflitti. La recensione di NON VOLEVO VEDERE
Libri & Conflitti Trieste, marzo 1989. Due giovani universitari si incontrano durante l’occupazione della facoltà. Si innamorano, si fidanzano, si sposano… ma lui si rivela autoritario, instabile e dedito alla droga. Un rapporto progressivamente sempre più difficile e claustrofobico, stretto fra l’ostinata convinzione di poter cambiare il destino ed un crescendo di menzogne, minacce e violenza, fino al tragico epilogo. Tratto dalla vicenda autobiografica di uno degli autori, il libro si presenta come una testimonianza «autentica» del distorsivo rapporto uomo/donna che, con agghiacciante frequenza ai giorni nostri, trova sbocco nel dramma del «femminicidio».


L'estratto QUI

"Non volevo vedere" è un titolo parlante. Per la protagonista e per le tante donne vittime di violenza da parte di coloro che sono più vicini e che più dovrebbero proteggerle: mariti e compagni di vita.

Trieste, anni '90. Lei ha 21 anni quando lo conosce nelle aule univeritarie occupate, e ne è subito affascinata: intellettuale dalla vasta cultura, schivo "bel tenebroso". Presto anche lui ricambia le sue attenzioni e si mettono insieme. Lui però si rivela quasi da subito anaffettivo e privo di spontaneità: il rapporto è insoddisfacente, anche per la dipendenza dell'uomo dalla droga. I dubbi sempre più insistenti sugli scatti d'ira del compagno vengono liquidati dalla donna come episodi isolati frutto dello stress: ne è innamorata, perciò si sforza di mantenere la relazione in vita. Così, tra alti e bassi, la coppia diventa una famiglia, ma i problemi non fanno che aumentare... Finchè lui non esplode e iniziano le violenze, che sfoceranno in vera e propria tragedia. Dalla quale però, dopo tanto dolore, la vittima riesce a rinascere.

La protagonista del libro aveva 29 anni quando è diventata menomata per mano del proprio marito, assassino premeditato ed eroinomane. La sua lucida follia ha investito anche le persone che circondavano la coppia, ulteriori vittime. Nessuna sorpresa nello svolgimento di questo romanzo autobiografico, scritto a quattro mani da Avalon (Fernanda Flamigni) e Tiziano Storai in maniera asciutta, essenziale, da resoconto di cronaca giornalistica. Forse anche per questo ci si sente a disagio a leggerlo, ogni parola pesa come un macigno e ci arriva come un pugno allo stomaco: e così deve essere. La sofferenza trapela da ogni riga, si avverte una tensione sotterranea, la minaccia aleggiare nell'aria, un'aria densa e pesante, la catastrofe incombere come in un libro giallo o in un horror. Il lettore è partecipe alle sofferenze della donna, sempre coinvolto e immerso nella sua realtà. Anche perchè consapevole che è una storia vera, che si ripropone simile quotidianamente in tanti, troppi casi di cronaca; e perchè condividiamo il senso di rabbia e impotenza della protagonista.

La storia di Avalon non è che uno dei tanti casi di "donne che amano troppo" (per citare il famoso e avanguardistico romanzo della psicoterapeuta statunitense Robin Norwood, edito in Italia nell'89), che illustra ciò che solo di recente è stato introdotto in Italia con il termine e il reato di "stalking", a tutt'oggi ancora inefficace ad arginare il fenomeno (come ricorda Susanna Camusso, segretario della Cgil, nella prefazione al romanzo): appostamenti sotto casa, lavoro, scuola dei figli, a casa dei genitori, telefonate minatorie a tutte le ore, continue vessazioni e minacce rivolte alle donne che manifestano l'intenzione di separarsi o che "osano" chiedere il divorzio.

Sono molte le cose da imparare da questo romanzo per scongiurare la reiterazione di esperienze simili, e affinchè le donne si accorgano in tempo di chi hanno accanto e se ne allontanino prima che sia troppo tardi.
Innanzitutto, mai mettere a tacere i dubbi o i sospetti o inventarsi scuse per giustificare i comportamenti scorretti del proprio partner. "L'amore fa accettare anche le distorsioni della logica, così subii senza ribellarmi quei sillogismi sgangherati". Quando si inizia a giustificare il comportamento ambiguo o aggressivo del proprio compagno, lì deve scattare la riflessione, l'istinto: se si sente che c'è qualcosa che non va, probabilmente è così. La protagonista della nostra vicenda aveva avvertito qualcosa di sbagliato aleggiare nella casa dei genitori del suo uomo, gli uomini comandavano e le donne ubbidivano, in caso contrario punizione: lui le giurò che non le avrebbe fatto lo stesso, e lei giurò che non si sarebbe mai fatta trattare così da lui.

Ai primi episodi significativi bisogna abbandonare l'intento di voler cambiare o "aiutare" il proprio uomo, di farne emergere le "potenzialità nascoste", di poterlo recuperare quando ormai è evidente che ha imboccato irrimediabilmente la strada del non ritorno. Non che in assoluto sia sbagliato aiutare e sostenere il proprio compagno; tuttavia nei casi patologici come quelli che portano alla violenza sulle donne i segnali sono sempre numerosi e ben riconoscibili, e gli unici che possono davvero fare qualcosa per aiutare questi uomini sono i medici professionisti, non noi donne con le nostre sole forze.

Altro errore potenzialmente fatale è il non credere questi individui capaci di compiere un gesto insano e irreparabile nonostante il carattere violento e irascibile, non sulla propria moglie/compagna o sul proprio figlio. Alle violenze fisiche infatti il criminale in questione non ci è arrivato subito ma pian piano, in un'escalation di indifferenza e disamore nei confronti della moglie, colpevole di "frustrarlo" perchè lo metteva di fronte ai propri fallimenti e alle proprie debolezze.
Gli espedienti che i carnefici utilizzano per far apparire colpevole la vittima sono svariati, ma puntano tutti sul senso di colpa: guarda cosa hai fatto, hai rovinato la famiglia, hai distrutto la nostra vita e quella di nostro figlio, ci hai mandato in rovina, era solo una spintarella, ma se ti ho sfiorata appena, se ho alzato le mani è perchè sono stressato e tu continuavi a provocarmi, non volevo farlo, non so che mi è preso, ho perso la testa, non accadrà più...e altre baggianate simili. Perchè gli uomini violenti sono come gli uomini che tradiscono la moglie: se si fanno un'amante (o se picchiano la compagna una volta) non avranno remore a farsene un'altra, e un'altra ancora.
E allo stesso tempo mirano a creare nella malcapitata uno stato di costante tensione, paura, insicurezza, che la induca a tornare sui propri passi ossia nelle fauci del lupo. Si sentono intoccabili, forti della convinzione che le forze dell'ordine possono fare ben poco. Il libro è anche una denuncia dell'impotenza, dell'inadeguata e tardiva assistenza delle strutture pubbliche preposte alla difesa del cittadino (incluse le Aziende Sanitarie Locali).

Inutile anche ripararsi dietro ai figli, dirsi che per loro "lui cambierà atteggiamento, sarà migliore": questi "uomini" usano i figli unicamente come pretesto per incontrarle, magari per "l'ultima volta", per avvicinarle e finire il lavoro, puntualmente. È uno schema già visto, sempre uguale: nessuna si illuda che esista un'eccezione alla macabra regola, o un epilogo differente. Mai lasciarli avvicinare, specialmente se si è da sole o con i figli vicino, in luoghi chiusi o isolati; mai dare loro ulteriori possibilità, appuntamenti, comprensione: sfrutteranno la minima debolezza per infierire. Perchè questi esseri oltre che criminali sono malati, gravemente malati di mente e pronti a tutto, da bravi animali braccati, pur di difendere il proprio territorio e il proprio dominio sulla preda.

Le vittime non devono mai titubare o vergogonarsi di denunciare i propri aguzzini, di rivolgersi a psicologi e psicoterapeuti, avvocati, amici e famiglia. Perchè l'isolamento è il terreno fertile dell'abuso, regno incontrastato della dominazione del "signore del castello". La prima mossa è infatti allontanare la compagna dal mondo esterno e impedirle contatti con le altre persone, per possessività ma anche per isolarla e renderla docile, sottomessa, obbediente, per fiaccarne lo spirito (anche di rivolta) come in prigione. Lo sa bene la protagonista del libro, avvilita, umiliata, segregata in casa in nome di un "amore" esclusivo ed eludente, sintomo di ben altre implicazioni.
Anche la donna deve "guarire" dalla sua dipendenza dal proprio partner e deve imparare a non subire comportamenti lesivi della propria dignità e della propria incolumità. E un ulteriore passo verso questa "guarigione"/liberazione della donna è confidarsi con qualcuno, qualcuno esterno alla coppia, che sappia offrire un punto di vista diverso e razionale e funga da valvola di sfogo per le sofferenze e le angosce. Qualcuno che le restituisca la consapevolezza del vero stato delle cose. "Mio marito non era l'uomo per me. Prima avessi accettato la verità, maggiori sarebbero state le possibilità di salvare qualcosa. Probabilmente non il mio matrimonio, ma per lo meno me stessa e mio figlio."

Facile la tentazione di pensare: ma come ha fatto Avalon a non rendersene conto? A non cogliere i segnali, ad equivocarli, a male interpretarli, ad ignorarli? A insistere a portare avanti un rapporto sbagliato? L'amore può accecare a tal punto da renderci sciocchi, ottusi, da obnubilare l'istinto, la razionalità e il buon senso e mettere a tacere i dubbi? Troppo spesso si pensa che simili esperienze non possano mai capitare a noi, o che noi ci sapremmo comportare diversamente. Lungi da giudizi fin troppo facili a posteriori e dall'esterno, in questo come in tutti i casi analoghi le donne sono semplicemente mosse da compassione e amore, rimanendo vittime delle proprie buone intenzioni e della propria umanità, spesso lette come sinonimo di ingenuità e stupidità. "Denunciarlo o tentare ancora di guarirlo con la mia complicità e col mio vacillante amore?"

Cosa fare a livello sociale per arginare e impedire la violenza sulle donne? Sicuramente il sostegno delle istituzioni e dei centri antiviolenza è importante. Ma prima ancora è fondamentale partire dell'EDUCAZIONE FAMILIARE: l'esempio virtuoso deve muovere i primi passi dalla famiglia d'origine. È la famiglia a dover promuovere per prima l'eliminazione e il superamento di un certo retaggio culturale arcaico basato sui concetti di "possesso", "dovere" e sottomissione della donna; a dover insegnare a rispettare la donna, il suo ruolo nella società e nella famiglia, il modo in cui va trattata e amata e in cui va costruito un rapporto paritario di reciproco rispetto.

È la speranza di un futuro migliore dopo tante sofferenze il messaggio finale del romanzo: non arrendersi, non smettere di lottare con tutte le proprie forze. Per coloro che amiamo e per noi stesse. Per risollevarsi. Non mollare, per non dare soddisfazione all'aguzzino e per noi stesse, perchè meritiamo una secondo inizio. Attendere fiduciosamente che la giustizia faccia il proprio corso.
La storia termina con una speranza, un segnale positivo, un allentamento di quella tensione avvertita fin dalle prime righe e finalmente dissipatasi. E con la consapevolezza di aver tratto un'importante lezione.
Claudia Galati

"Non volevo vedere"
di Avalon (Fernanda Flamigni) e Tiziano Storai
Ediesse, Roma, 2013
pagine 119
10,00 euro

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