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Il governo alle prese con le rivendicazioni dei riders

Le promesse estive del governo ai riders finora non hanno trovato un approdo. Anche se la nuova bozza di legge circolata nelle ultime settimane sembra mantenere aspetti interessanti. Nel frattempo i ciclofattorini hanno fatto passi in avanti sulla Carta di Bologna, con la sentenza di Torino e nella contrattazione.

In un precedente contributo del luglio scorso ( http://sbilanciamoci.info/le-rivendicazioni-dei-ciclofattorini-e-il-ministro-che-deve-pedalare/ ) analizzavo la situazione della vertenza dei riders, traendone un primo bilancio. Erano accaduti, allora, tre fatti di rilievo: la sconfitta dei lavoratori torinesi nel primo grado del processo contro Foodora; la firma di una Carta dei diritti del lavoro digitale a Bologna; l’interessamento mostrato dal governo e da Luigi di Maio per la vicenda e la condizione dei riders.

Il neoministro del Lavoro aveva incontrato alcune delegazioni di riders nel giorno stesso del suo insediamento, al fine di annunciare – soprattutto sul terreno simbolico – l’inizio della Waterloo del precariato. All’inizio sembrava che, all’interno del decreto dignità, dovesse comparire anche una “clausola riders” dai contenuti molto interessanti: era infatti circolata una bozza estremamente promettente, che si proponeva una riforma della definizione di lavoro subordinato contenuta nell’articolo 2094 del codice civile al fine di estenderne il campo d’applicazione alle piattaforme digitali.

Questo provvedimento sarebbe stato assolutamente progressivo, poiché avrebbe rappresentato un primo freno alle politiche decennali di fuga dal lavoro subordinato e dalle sue regole esercitata dall’insieme del sistema delle imprese. Alla notizia dell’annuncio di questo decreto, Foodora – la multinazionale tedesca del food delivery ora acquisita da Glovo (senza alcuna garanzia sul passaggio dei lavoratori da un ramo all’altro dell’azienda) – evocava la minaccia occupazionale e minacciava di lasciare l’Italia. Più che per questa pressione, però, a convincere il governo a fare un passo indietro sulla “clausola riders” potrebbero essere stati gli equilibri precari in seno alla maggioranza di governo, con la Lega decisamente più sensibile agli interessi di Confindustria (in questo caso interessata, più che dalla vicenda riders in sé, a non fornire precedenti sulla messa in discussione dell’elusione dei diritti e del finto lavoro autonomo). Un’altra ipotesi è che lo stesso Ministero del Lavoro abbia fatto circolare una bozza di provvedimento decisamente ambiziosa per sondare la reazione delle piattaforme e costringerle – come poi accaduto – a sedere in un inedito tavolo di contrattazione (il primo in Europa nell’ambito del capitalismo delle piattaforme e della gig economy).

Si arrivava dunque all’avvio di questa contrattazione, con la presenza delle piattaforme e delle rappresentanze dei riders (oltre che dei corpi intermedi tradizionali quali associazioni imprenditoriali e sindacati confederali, che non potevano e non possono tuttora vantare un ruolo di rappresentanza dei diversi rispettivi interessi nell’ambito del food delivery). Se la presenza delle piattaforme costituiva una novità – per il loro estremismo padronale per il quale non si presentano affatto come datori di lavoro, veicolando l’idea che i riders siano “imprenditori di sé stessi” – anche la partecipazione delle varie esperienze di associazionismo informale e di base dei fattorini era un elemento dirompente. Il riconoscimento di queste realtà da parte del governo non era affatto scontato e di certo non era ortodosso che un esecutivo potesse dialogare con organizzazioni di lavoratori niente affatto formalizzate, cosa che in un primo momento aveva visto il fastidio dei sindacati confederali che vi vedevano un segno di possibile tentazione alla disintermediazione delle consuete relazioni industriali.

Se questo riconoscimento non era affatto ortodosso e si muoveva in un campo delicato di assenza di certificazione della rappresentanza (su cui, però, il sindacato confederale non poteva in ogni caso vantare granché per questo specifico settore), queste associazioni informali di base dei riders ci raccontano delle forme di organizzazione che, in futuro, si potranno dare in segmenti del ciclo produttivo che, non certo per volontà dei lavoratori ma per concreta scelta del capitale, sono stati consegnati alla più estrema deregolamentazione e mancanza di possibilità di accedere ai canali tradizionali del sindacato. Questo fatto dovrebbe suscitare una riflessione. Simili forme di organizzazione potranno rappresentare potenzialità e rischi; di certo, però, l’immobilismo troppe volte dimostrato dal sindacato confederale non potrà aiutare alla ricomposizione di questi segmenti di organizzazione con l’insieme del mondo del lavoro. Sembra promettente, su questo, l’esperienza di Riders Union Bologna, che è stata sempre consapevole di muoversi in un campo minato e si è dotata di strumenti sempre nuovi per poter affrontare queste sfide: la firma della Carta dei diritti da parte dell’associazione informale dei riders felsinei è sicuramente parte di questa strategia di lotta per il riconoscimento.

Tornando al tavolo di contrattazione, l’andamento delle prime puntate è stato all’insegna della cristallizzazione di schieramente rigidi: i riders da una parte chiedevano il riconoscimento dei diritti dei lavoratori dipendenti, le piattaforme facevano muro nel ribadire lo status quo. La novità più importante è stata la formazione di un’associazione datoriale delle piattaforme digitali: Assodelivery, che riunisce i colossi multinazionali (Glovo, Deliveroo, Just Eat) più alcune imprese italiane più piccole. La costituzione di questa organizzazione delle aziende, però, non si è mossa all’insegna della volontà di trattare ma nell’unione per sabotare ogni possibile negoziazione. Gli stessi riders hanno accettato, per un momento, di mettere temporaneamente da parte l’obiettivo massimo (il riconoscimento della natura subordinata del lavoro svolto per le piattaforme digitali), proponendo di ragionare di un pacchetto di tutele da riconoscere a prescindere (riprendendo ed estendendo l’approccio della Carta di Bologna): minimi retributivi agganciati ai CCNL più vicini – con riferimento particolare al Contratto della Logistica, con inquadramento al quinto livello -, contribuzione INPS, assicurazione INAIL, divieto del cottimo, libertà sindacali, maggiorazione per lavoro festivo e notturno etc…

Anche dopo la disponibilità di negoziazione ampiamente dimostrata dai lavoratori, le piattaforme hanno fatto muro, mostrando solamente un estremismo liberista secondo il quale questa forma di capitalismo e di impresa è incompatibile con qualsivoglia riconoscimento di standard minimi di tutela. Il contributo di Assodelivery al tavolo ministeriale si è limitato alla presentazione di un documento di due pagine, alla fine del quale si potevano leggere alcune “proposte”: riconoscimento per legge della natura autonoma del lavoro e non meglio precisati incentivi fiscali per l’estensione di qualche tutela ai riders a spese dei contribuenti. In due pagine di contributo, non compariva nessuna cifra, nessun riferimento a livelli minimi retributivi, nessun riferimento nemmeno alla fondamentale dicotomia tra paga oraria e cottimo.

Assodelivery dimostrava così di non voler affatto trattare. Il tavolo si arenava, nell’impossibilità – esito esclusivo della responsabilità delle piattaforme – di trovare un minimo comun denominatore dal quale ragionare. Il governo prendeva dunque atto dell’impossibilità di trovare una sintesi e si assumeva il compito di individuare una proposta di contratto da sottoporre alle parti. I riders, nel frattempo, non sono rimasti a guardare. Hanno informato prontamente l’opinione pubblica dell’andamento del tavolo, ma sono tornati a farsi sentire anche nello spazio pubblico. Propongo l’esempio di Bologna, su cui per esperienza diretta ho una conoscenza più approfondito. Riders Union ha infatti rilanciato momenti di aggregazione, suscitando nuovo entusiasmo e riuscendo ad avvicinare nuovi lavoratori. La strategia dell’associazione felsinea, visto che il tavolo con governo e piattaforme era arenato, è stata quella di riprendere in mano i punti salienti della Carta di Bologna e chiederne l’applicazione sul territorio municipale.

L’accordo non era chiaramente stato sottoscritto dalle multinazionali facenti capo ad Assodelivery, ma solo da Sgnam/My Menù – azienda formata dall’unione di due startup italiane. A poco a poco, Riders Union Bologna ha ottenuto una prima ondata di piccole significative vittorie all’interno del dialogo con la piattaforma firmataria: il riconoscimento della prima assemblea sindacale retribuita nella storia dell’economia dei lavoretti, la sospensione del servizio in caso di neve e condizioni meteo impraticabili, la maggiorazione per le festività (due ore figurative di paga in più ad ogni turno svolto a Natale, Santo Stefano e l’1 gennaio) e, infine, un piccolo ma significativo aumento delle retribuzioni. Nell’ottenere questi importanti risultati, Riders Union chiamava comunque alla responsabilità anche Assodelivery (che rappresenta il 90% del mercato italiano del settore): proprio per questo i riders bolognesi – insieme a quelli di altre realtà associative italiane ed europee – sono scesi in piazza il 1 dicembre nella prima data transnazionale (organizzata a fine ottobre a Bruxelles) di mobilitazione dei riders.

Per finire, nelle ultime settimane sono arrivate numerose novità. Il governo, preso atto della mancanza delle piattaforme a trattare, è ritornato nuovamente a ragionare su un intervento legislativo – diverso da quello ventilato in estate ma comunque interessante in base alle indiscrezioni uscite sui media. Inoltre, la Corte d’Appello di Torino ha ribaltato la sentenza di primo grado che aveva bocciato le richieste dei riders: stavolta sono stati riconosciuti ai lavoratori i diritti della subordinazione, a partire da un comma del Jobs Act che estende ai collaboratori etero-organizzati le tutele tipiche dei dipendenti. Questa sentenza si è aggiunta a numerose altre in tutta Europa, che stanno assestando colpi significativi alla narrazione ideologica e alla pratica concreta delle piattaforme: il riconoscimento dei diritti della subordinazione è arrivato anche in Olanda. Dopo settimane di silenzio, Assodelivery si è tornata a far sentire chiedendo la riconvocazione del tavolo pur di scongiurare ogni ipotesi di nuove regole. Visto il comportamento tenuto nella precedente contrattazione, appare chiaro che la volontà delle piattaforme sia solamente quella di perdere ulteriore tempo.

I riders, al contrario, non possono più aspettare: è arrivato il momento che questi lavoratori, simbolo emblematico della rivolta contro condizioni estreme di precarietà, ottengano il loro Statuto che li riconosca, appunto, come lavoratori titolari di diritti e tutele.

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