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Prezzo della Crisi del 25-11-2010: '“Noi cultura voi repressione”'
di Stefano Galieni
“Noi cultura voi repressione” uno degli slogan più gettonati in questo movimento che via via sta facendo rialzare la testa a studenti di scuole e università, precari e ricercatori, decisi a impedire che il ddl Gelmini divenga legge. Un testo che se approvato consegnerebbe di fatto la scuola pubblica e gli atenei nelle mano dei privati, potrebbero diventare ancora più di oggi, banche, imprese, società finanziare, i soggetti dotati di potere decisionale per definire verso quale sbocco indirizzare formazione e ricerca, chi affossare e chi garantire. Una contro riforma di classe, come tutti e tutte coloro che si stanno muovendo hanno ben compreso che riporterebbe il Paese ad un pre Sessantotto, a quando “l’operaio non poteva aspirare di avere il figlio dottore”, un Paese per pochi depositari dei saperi e per tanti condannati all’espulsione dai cicli formativi, destinati ad occupare come casta di basso livello i posti più infimi di una sempre più ripida scala sociale. Ma quello che è accaduto oggi lascia sperare che il disegno confindustriale, della destra e di una parte consistente del centro non vada a buon fine. Le scaramucce di ieri che tanto hanno urtato le sensibilità degli uomini e donne di Palazzo, anche di “opposizione” che hanno visto colpita la sacralità dei luoghi istituzionali, oggi si sono trasformate in generale e fantasiosa rivolta. E la scelta, in un Paese che fa perennemente vanto del proprio immenso patrimonio culturale, salvo poi lasciarlo andare in malora, lesinando le risorse necessarie al suo mantenimento, è stata quella di spostare la protesta sui monumenti. Dopo un partecipato corteo, un centinaio di manifestanti a Pisa è salito sulla torre di Piazza dei Miracoli giungendo fino alla cima. Da sopra è stato srotolato un enorme striscione con la scritta no alla riforma. A Torino, dopo che nei giorni scorsi erano stati occupati i binari della stazione altri studenti sono saliti sulla Mole Antoneliana, a Padova è stata occupata la Basilica di S. Antonio, a Siena per poco gli studenti non sono riusciti a salire sulla Torre del Mangia, in Piazza del Campo. Qualcuno ha parlato con efficace giuoco di parole di “Monumento studentesco”. Ma non solo sui monumenti, nelle tante città italiane in cui è bloccata la didattica universitaria, si sono formati cortei che hanno invaso i centri storici e bloccato i centri nevralgici e la mobilità. Da Milano a Napoli, da Aosta a Palermo, Bari, Ancona, Perugia, Bologna, Firenze, Trieste, Sassari, Cagliari, Palermo, Ferrara e l’elenco è ancora incompleto. Chi sale sui tetti, chi occupa, anche temporaneamente, porti e stazioni, mense e piazze, con una velocità di movimento che spiazza in continuazione chi vorrebbe imbrigliare queste energie. E si intensificano, come è accaduto ieri a Roma, cariche e repressioni. Volano cariche e manganellate a Milano, Firenze, Bologna – alla stazione – uno scontro per ora a bassa intensità ma che rischia di precipitare per distogliere la pubblica opinione dall’ennesimo fallimento del ddl Gelmini, atto forse finale e conclusivo che rende ancora più evidente l’impossibilità a governare di Berlusconi. Gli studenti e le studentesse di tutta Italia lo sanno, sanno che i cordoni della borsa li manovra Tremonti, sanno che privatizzazione, uccisione definitiva della scuola pubblica, precarizzazione della vita non solo lavorativa, sono elementi di uno stesso disegno. Lo sanno e protestano, occupano scuole superiori e facoltà- difficile anche tenere aggiornato il computo degli “spazi liberati”, accolgono chi dal mondo della politica viene a esprimere solidarietà ma pretendono anche impegno concreto, non accettano di divenire strumento di visibilità per le diatribe tattiche di turno, ricostruiscono insomma un senso di rifiuto della logica del mercato e del profitto che è necessario comprendere. Linguaggi da imparare e relazioni da stabilire, se il movimento dei monumenti riesce a trovare una sua autonomia organizzativa e a costruire una partecipazione capace di andare oltre il ddl Gelmini e oltre il governo attuale, pretendendo che il sapere come bene comune resti insostituibile valore alla base di qualsiasi riforma, indipendentemente dall’interlocutore politico, allora qualcosa potrebbe cambiare davvero.

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