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GIOVANNA MARINI, STORIA DI TUTTI
. Cinquant'anni di musica per Giovanna Marini. Un'autobiografia che intreccia la propria vicenda con quella del paese attraverso ballate, canzoni, sperimentando una linea personale e condivisa

Ancora l'altro ieri, la notizia dello scioglimento del consiglio comunale di Reggio Calabria, è stata salutata su Facebook da molte condivisioni di una «canzone»: I treni per Reggio Calabria di Giovanna Marini. Un pezzo di storia appunto, che giusto a quarant'anni da quel 22 ottobre 1972 resta racconto, testimonianza e analisi, del rapporto combattuto tra democrazia e stato italiano, tra quella città e la «legalità» dei boia chi molla, e dell'invasione coraggiosa di Reggio da parte dei sindacati nazionali (metalmeccanici in testa) che la raggiunsero in treno, e sfilando in un paesaggio ammutolito finirono per risvegliare e coinvolgere molti cittadini fino ad allora terrorizzati dalla violenza nera. E quel viaggio notturno in treno, mentre la rete ferroviaria era bombardata di attentati neri, resta una delle iniziative operaie più emozionanti della storia italiana recente. Anche (o tanto più) ora, che il comune del capoluogo calabrese viene sciolto per ndrangheta, dopo aver per altro intestato la toponomastica del bellissimo lungomare cittadino proprio ai boia chi molla e al loro istigatore Ciccio Franco.
Non è solo l'emozione, davvero da brivido, che quella musica e quelle parole danno ogni volta, a fare della storia di Giovanna Marini la «storia» di ognuno di noi. Pochi giorni fa, all'Auditorium romano, l'artista ha celebrato i suoi cinquant'anni di musica. E contro i pregiudizi di chi vorrebbe rinchiudere le sue cantate, il suo lavoro di ricerca e la sua vicenda artistica dentro un «passato» ormai desueto (unica eccezione visiva Gad Lerner, ben lieto e partecipe ogni volta che l'ha ospitata a L'infedele), ha ripercorso in una sorta di autobiografica serata d'onore la propria storia musicale, strettamente intrecciata a quella umana.
Inizi al conservatorio, famiglia borghese e religiosa, un gesuita tra i fratelli. E per le sue doti alla chitarra classica, incontro casuale con Pasolini a una serata di intellettuali romani amanti forse più dello sperimentalismo dodecafonico che non della ricerca etnografica. Solo il poeta, che lei neanche aveva riconosciuto, ma che aveva molto lavorato a una storica antologia di poesia popolare, la incoraggiò a continuare. Cosa che lei fece con entusiasmo, mentre proseguiva la sua formazione strumentale e compositiva.
Ci fu però, per motivi familiari, una trasferta americana di qualche anno. E la conoscenza diretta dei ghetti e del razzismo wasp, della segregazione e dello sfruttamento capitalistico, bastò a Giovanna, inesauribile, per dedicarsi appena tornata a quello che diventerà un suo genere d'affezione, la lunga ballata, narrativa e sperimentale assieme, tutta da cantare e ascoltare, ma promotrice di mille pensieri. Vi parlo dell'America ha una fortissima componente biografica, eppure a riascoltarne i brani l'altra sera all'Auditorium, erano flash illuminanti sull'America ancora oggi, che sembrano risuonare pari pari negli attacchi dei repubblicani a Obama nella campagna elettorale di questi giorni.
Il momento successivo è l'incontro con musicisti e intellettuali del Nuovo canzoniere italiano, nomi storici ben noti ai lettori del manifesto: Bermani, Bosio, Leydi,e poco dopo Ivan Della Mea che metteva in musica i suoi incontri con Elio Vittorini nella nebbia milanese. È la stagione di grande successo di pubblico con gli spettacoli che Dario Fo portò «scandalosamente» in giro per l'Italia, con tanto di debutto al Festival dei due mondi a Spoleto, Bella ciao e poi Ci ragiono e canto. Era la vigilia del '68, e le canzoni delle mondine o delle prime leghe sindacali diventavano improvvisamente patrimonio comune. Con figure epiche del canto popolare, come Giovanna Daffini. Giovanna Marini fu capace di introiettare subito lo spirito e il ritmo di quelle canzoni, e confessa, con l'impertinenza di cui può essere capace una paciosa signora, che in seguito qualcuna di quelle canzoni diventate leitmotiv di una generazione, l'aveva magari scritta lei di sana pianta, appena ispirandosi a qualche storia o a qualche modulo ascoltato in lontani paesi di provincia. D'altra parte, nel frattempo non rinunciava a mettere in musica riflessioni di tutt'altro tipo, come quel Chiesa chiesa che resta una delle elaborazioni artistiche più complesse e taglienti, da parte laica, sul passaggio ecclesiale, incompiuto e per certi versi traumatico, attraverso il concilio Vaticano secondo. I Dischi del sole pubblicavano e stampavano quegli lp di vinile, ma la storia, e il suo «accompagnamento» musicale correvano in maniera accelerata. Così Giovanna si ritrovò a esser la voce principale della Contessa di Pietrangeli: del resto erano stati svezzati insieme al canto politico nel Folkstudio di Cesaroni a Trastevere. Sono anni densissimi quelli: nel '70, avendo cominciato a girare per ogni fabbrica occupata, per ogni realtà dimenticata, per ogni situazione di conflitto sociale, Giovanna Marini delinea una sorta di nuovo atlante italiano della contestazione, attraverso il confronto continuo delle tradizioni più ancestrali (allieva elettiva di Ernesto De Martino), con un disco intitolato La nave: «quest'anno in lungo e in largo l'Italia ho attraversato... Italia quanto sei lunga, Italia quante chiese...». E pochissimo tempo dopo, senza abbandonare il ruolo instancabile di testimone e testimonial di ogni battaglia, intraprende con lo stesso Pasolini degli esordi un progetto arduo, destinato a restare incompiuto per l'assassinio del poeta. Il titolo doveva essere Il processo, a partire da quello che lo scrittore andava conducendo al Palazzo, ma ne rimane famosissimo proprio il brano su I treni per Reggio Calabria. E quando nel '75 Pasolini morì, il Lamento per la morte di Pierpaolo diviene un'orazione funebre, con le sue accelerazioni e i suoi ralenti, davvero storica, la più commovente, oltre che una delle più severe.
Da allora Giovanna Marini non ha mai smesso di comporre, sperimentare, cantare. Per il suo Quartetto vocale di sole donne, e per se stessa solista. Ha scritto ballate e cantate, canzoni e rivisitazioni. In quella serata del cinquantenario scorrevano legate come un'unica immensa opera durata una vita. L'accompagnamento di Francesco Marini, suo figlio, ai fiati, dava loro un'aria «famigliare» e insieme contemporanea, con quelle variazioni free che un nuovo pubblico di giovani intercetta immediatamente. Mentre si ascoltavano nuove composizioni che denunciavano la passione di un cuore mai del tutto riconciliato: quella dedicata a Welby, o l'altra sulla Torre di Babele. Forse quella serata diventerà un disco. Sicuramente ha stabilito una linea storica che resta assolutamente originale e personale, ma che comprende e canta quella di tutti noi che vi partecipavamo.

il manifesto 2012.10.12

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