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Rileggere Guttuso

Su Renato Guttuso, negli ultimi decenni, è sceso quasi un lenzuolo funebre. Nessuno più ne parla. E se qualcuno lo fa, è per parlarne male. Esiste una singolare analogia con la figura di Palmiro Togliatti. Della quale nessuno parla più, ma se qualcuno lo fa è per falsificare velenosamente il ruolo che ebbe nella storia del movimento operaio internazionale e, in particolare, nella storia recente del nostro paese. Se questa affermazione ha un fondamento, per insistere su questo parallelismo ideologico-estetico, potremmo dire che se Palmiro Togliatti fu l’artefice della via italiana al Socialismo, Renato Guttuso fu l’artefice di una via italiana al Realismo in pittura. Una cosa ben diversa, la prima, dalla parabola politica dell’esperienza sovietica e, la seconda, da quella dell’estetica zdanovista più sciatta è propagandistica. E’ sicuramente vero che Renato Guttuso (Bagheria 1912- Roma 1987) scelse la via di una figurazione impegnata socialmente e politicamente ma è altrettanto vero che, come Togliatti fece in politica e da padre costituente, egli fu capace di esibire in questa sua scelta una cifra personale assolutamente unica. Non per caso fu amico di Picasso e fu pittore postcubista, laddove il cubismo non fu esattamente – nonostante Guernica – la corrente pittorica d’avanguardia più amata dall’establishment sovietico degli anni Trenta. Ma non solo in questo Guttuso fu grande, lo fu anche nell’aderire, in pieno regime fascista, al gruppo Corrente fondato da Ernesto Treccani in aperto dissenso con i dettami dell’arte fascista, mantenendo ferma la barra della sua personale ricerca stilistica che, in quell’epoca, fu quella di un espressionismo ribelle alle regole di un’estetica monumentalistica e celebrativa. Prima della guerra, Guttuso, dimostrando un coraggio che lo solleva e lo emancipa dallo stereotipo di un artista che lavora al coperto della protezione dei potenti, attinse a un vitalismo pittorico sensibile all’influenza accesa di un postfauvismo riveduto e corretto, di stampo obiettivamente antiretorico (antifascista), al quale seguì la declinazione di un postcubismo riletto entro una sensibilità classica e mediterranea. Una personalità netta, quindi. Non quella di un servo ma quella di un protagonista. Sarà questa stessa autonomia espressiva che renderà Guttuso, negli anni Sessanta e Settanta, attento alle influenze del Nouveau realism e perfino dell’arte Pop che lo fece entrare in rapporto empatico di amicizia e di sostegno con Mario Schifano e con altri protagonisti romani della Scuola di Piazza del Popolo. Non vi è dubbio che Guttuso fu un fiero oppositore dell’astrattismo. Ma lo fu da pittore raffinato e colto che cercò di frapporre la sua mediazione fra l’avanguardia astrattista di Forma uno e le reprimende di Palmiro Togliatti (il Roderigo di Castiglia di Rinascita) del 1948, nei confronti degli “scarabocchi” dell’aniconismo di quel tempo. Dopo l’esperienza unitaria e trasversale del Fronte nuovo delle Arti e la costituzione del Gruppo degli Otto di Lionello Venturi (astrattista fondamentalista), Renato Guttuso assunse oggettivamente la fascia di capitano della squadra dei pittori figurativi che scelsero di subordinare il loro impegno alla causa dei lavoratori. Il punto è che Guttuso, contrariamente a quello che oggi si ritiene, seppe per decenni mantenere viva una tensione e una autenticità che profumava di Sicilia, la sua terra natale, capace di evitare il peggio e cioè di evitare l’apologetica stanca dei comizi e delle occupazioni delle terre. A dimostrazione di quello che veniamo dicendo, la mostra “Guttuso 1912-2012”, in occasione del centesimo anniversario della nascita dell’artista al Complesso del Vittoriano di Roma (12 ottobre 2012- 10 febbraio 2013), a cura di Fabio Carapezza Guttuso ed Enrico Crispolti, permette di ammirare una selezione di opere assolutamente sincere e realmente all’altezza di competere con i grandi della pittura figurativa del Novecento. Dalle piccole tavolette con le quali muoveva i prima passi nel mondo della pittura, ai grandi quadri come la Fuga dall’Etna, La Crocefissione, I funerali di Togliatti, il Caffè greco, la Vucciria, i ritratti di Giorgio Amendola e Alberto Moravia, le policromatiche e vivacissime nature morte. Opere che dimostrano la tempra, la decisione, la cultura e il vitalismo che, dagli anni Trenta alla fine degli anni Ottanta, Guttuso dimostrò, seguendo un unico leitmotiv: “la pittura va presa di petto come ogni cosa decisiva, non si può girarle attorno con più o meno raffinate carezza. E’ necessario entrare nel cuore della pittura per intenderne le ragioni”. Certo, negli ultimi anni, un certo scadimento qualitativo, consumato sotto l’influsso di tardive congestioni erotiche, caratterizzò la parte conclusiva dell’opera di questo importante artista. Questo non gli giovò. Ma sarebbe ingiusto liquidare, a causa di questi cedimenti presenili, una vita di entusiasmo antifascista e di autentico valore pittorico.

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