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MUSICA. Psichedelic Young
A pochi mesi dall’album, molto controverso peraltro, “Americana” da me recensito lo scorso mese di giugno, Neil Young torna a cavalcare il “Cavallo Pazzo” pubblicando con i suoi fedeli pards, un album doppio, composto da sole 9 tracce: “Psychedelic Pill”.
Vi dico subito che ci troviamo ad ascoltare uno dei migliori album pubblicati dal canadese negli ultimi anni! Quando un “vecchio uomo” decide di dare uno sguardo alla sua stessa vita scrivendo liriche autobiografiche, significa che ha davvero voglia di raccontarsi e di farsi ascoltare. E Young lo fa sia con il nuovo album, sia pubblicando, per ora solo sul mercato statunitense, un libro di memorie: “Waging Heavy Peace”. Instancabile dunque e molto aperto verso quel pubblico che, spesso, amava sfidare con atteggiamenti ombrosi e scontrosi.
“Psychedelic Pill” guarda davvero indietro negli anni e nella carriera musicale del Nostro e puoò essere la giusta colonna sonora del summenzionato libro. La prima cosa che colpisce è la durata dei brani. Il primo, peraltro bellissimo, è “Driftin’ Back”: 27 minuti e 37 secondi di lunghezza per un brano forse un po’ autoindulgente (il refrain mi ricorda la vecchia “Don’t Be Denied” del 1973) ma ciò non preoccupa. La canzone parla dei fallimenti degli ideali degli anni sessanta, la commercializzazione dell’arte, le corporazioni e i religiosi ciarlatani. Una canzone arrabbiata che punta il dito contro il grande fallimento di chi, forse anche lui, pensava, in quel decennio, che si potesse cambiare il mondo (pensate ad alcuni brani di C.S.N. & Y., per esempio alle liriche di “Chicago” dell’amico Nash). Il brano, nella sua lunghezza, si apre lentamente, con chitarre acustiche che, dopo pochi minuti, si spengono per lasciare il posto ad un tipico sferragliamento alla Crazy Horse. Questi brani di Young andrebbero “visti” con i musicisti investiti dal vento che ondeggiano al ritmo magnetico della loro musica.
“Psychedelic Pill” è il brano che dà il titolo all’album. Esistono due versioni, la seconda traccia, ovviamente molto psychedelica, con voce filtrata e la nona (ovvero ultima del secondo disco) che potrebbe essere la versione demo del brano. E’ la traccia che meno prediligo ma siamo sempre ad alti livelli. “Ramada Inn”, già suonata più volte dal vivo nell’ultimo tour americano, è un inno all’amore maturo, l’amore di una coppia di sessantenni che, come teen-agers, vogliono guardare avanti con una sperata eterna complicità. Quasi 17 minuti di speranza. Adoro i coretti di Neil Young con le voci del gruppo a rapirci il cuore.
Con “Born In Ontario” torniamo a lunghezze normali. Le chitarre graffiano e sembra un brano del primo Young, quello della fine dei sessanta. Un pezzo facile che entra subito nella memoria. E’ il pezzo dalle atmosfere e dalle liriche più “felici” e si discosta quindi dal resto del disco. Ironia e armonia per un omaggio alle terre natali di Neil. “Twisted Road”, altro pezzo già molte volte sperimentato live, è un omaggio alle sue influenze musicali. Ci sono rimandi a Dylan, ai Grateful Dead, a Roy Orbison ed anche a Bob Seger (con quella musica d’altri tempi arriva all’anima, recita il testo). Bellissima, è una delle poche ballate del disco e dura solo… 3 minuti.
“She’s Always Dancing” guarda alla bellezza come a qualcosa di eterno. Rimanda alla gloriosa “Cowgirl In The Sand” e pur con quell’aria da “già sentito” è adorabile. Un’altra ballata è “For The Love Of Man”. Piacerà ai fans legati all’aspetto più soffice del canadese, un brano comunque notevole in cui Neil Young si apre, dedicando il pezzo al figlio Ben, nato con una grave forma di paralisi cerebrale. Un brano eloquente nella sua semplicità e sincerità. La canzone era già stata scritta negli anni ’80 e appariva su qualche bootleg con un altro titolo: “I Wonder Why”. “Walk Like A Giant”, oltre sedici minuti di chitarre, di batteria secca (adoro il suono della batteria di Ralph Molina), con il fischio che accompagna un testo che, anche qui, guarda al passato con spirito critico. Ancora l’immagine del vento che soffia, nel grigio dei capelli di Neil Young e lo ringiovanisce, lui ondeggia selvaggio e noi dobbiamo, ancora una volta, inchinarci alla sua grandezza. Rock’n Roll can never die! «Voglio camminare come un Gigante sulla Terra», il ritornello rimane nella testa e le chitarre sembrano cambiare suoni ad ogni ascolto.
Il connubio, che dura dal lontano 1969, fra Neil Young e Crazy Horse, sembra indissolubile e sopravvive ai loro molti cambiamenti sia nella vita personale che artistica e noi, fedeli ascoltatori, li amiamo e aspettiamo, già, la loro prossima mossa! Buon ascolto, ne vale davvero la pena!
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