Martedì 20 Agosto 2019 - Ultimo aggiornamento 18:51
MioGiornale.com
Logo ControLaCrisi.org
Filtra per luogo...
Filtra per tema...
Filtra per data ...
Nascondi


IL PERSONAGGIO. Eric Hobsbawm: lo sguardo storico del proletariato
Eric Hobsbawm si è spento a 95 anni. Ha vissuto due decenni oltre il suo “secolo breve”, affermando fino all'ultimo la possibilità storica di andare oltre la realtà del capitale. Un superamento con contenuti tutti da decifrare, ma che egli vedeva già parzialmente e contraddittoriamente all’opera nella tendenza del capitalismo a rivoluzionare continuamente se stesso.
Il nostro tempo è sicuramente molto diverso dall’“età degli estremi”, vero titolo della sua notissima opera del 1995, che racchiudeva nella parabola dell’Urss, dalla prima guerra mondiale al 1991, un concentrato straordinario di vicende all’insegna della lotta di classe; nondimeno, le ragioni della critica al sistema di produzione capitalistico per lui restano intatte e Hobsbawm non ha avuto alcuna difficoltà a proclamare, proprio nel suo recentissimo How to change the world, la piena attualità di Marx e degli ideali comunisti.
Lo aveva detto, da par suo, anche nella autobiografia, Interesting Times: a twentieth-Century life, con la sincerità ma anche la forza argomentativa del grande studioso. Del resto, al di là della notorietà presso il grande pubblico, arrivata, per l’appunto, con The age of extremes, egli aveva aperto, nel corso di oltre sessant’anni di pubblicazioni, significative prospettive di ricerca. Ha segnalato, per dirne una, il terreno della “invenzione della tradizione” come un campo ancora tutto da indagare per la comprensione medesima della contemporaneità; e ha ricondotto, per dirne un’altra, la “storia sociale” che veniva dalla tradizione francese de Les Annales ad una più complessiva “storia della società”, focalizzando l’attenzione sulla “gente comune”, ma proprio in quanto corpo vivo di una società.
I suoi libri sull’Ottocento, a partire dall’ormai classica The Age of Revolution, equivalgono, per importanza storiografica, ai lavori di Marc Bloch sul Medioevo o di Fernand Braudel sulla seconda metà del Cinquecento. E’ stato davvero un innovatore degli studi storici. Persino quando ha coordinato l’impresa editoriale della Einaudi sulla Storia del marxismo, ha piegato il quadro nella direzione, molto più corretta, di una storia “dei marxismi”.
Nel suo paese è considerato un riferimento culturale anche per chi ha idee politiche diverse; ma non era stata per nulla semplice l’attività storiografica di orientamento marxista nell’Inghilterra del XX secolo. Non solo ci si doveva scontrare con prestigiose narrazioni geopolitiche, tenacemente attestate sull’idea della funzione civilizzatrice del mondo anglosassone; ma proprio all'interno della stessa schiera degli storici marxisti si veniva chiamati immancabilmente a prendere posizione.
Si trattava di scelte culturali prima ancora che politiche, relative alla visione di fondo sul procedere della storia. Il confronto interno a quel compatto milieu di intellettuali militanti (formatisi sui lavori degli anni ’30 e ‘40 di Maurice Dobb e Arthur Leslie Morton, e ritrovatisi poi, a partire dal 1952, attorno alla rivista Past & Present, che vide Hobsbawm tra i fondatori) era venuto progressivamente allo scoperto su una vicenda davvero cruciale della modernità: la rivoluzione puritana del 1648 e il ruolo dei levellers.
Leslie Morton e Christopher Hill avevano sostenuto, in assonanza con taluni rapidi giudizi di Marx ed Engels, che la rivoluzione del 1648, essendo borghese, fosse tutta incentrata sullo scontro tra le sopravvivenze feudali e l’incipiente processo di accumulazione capitalista. La vittoria di Cromwell e del partito degli “indipendenti” garantiva, nel loro schema, la concreta affermazione della parte avanzata della società. Viceversa i repubblicani “di sinistra”, i livellatori appunto, proponendo non l’accumulazione capitalistica ma la piccola proprietà contadina e artigiana, si ritroverebbero “oggettivamente” dallo stesso lato delle sopravvivenze feudali. Avevano posto il tema della democrazia, e cioè era un fatto storicamente positivo; ma si portavano dietro la logica della società “per ceti”, e ciò li avrebbe inchiodati ad una visione anacronistica della realtà. La tesi era, in sostanza, che i livellatori avessero fatto bene a rivendicare, contro l’immaturità dei tempi, un maggior spazio per le classi popolari; ma era stato altrettanto un bene, per lo sviluppo generale delle cose, la loro sconfitta ad opera di Cromwell.
A questa lettura si contrapposero seccamente altri autori, come Henry Holorenshaw e soprattutto Henry Noel Brailsford, i quali provarono a dire che la prospettiva dei livellatori fosse ugualmente realistica, e che, in ogni caso, una società fondata su un largo tessuto di piccoli proprietari avrebbe evitato il cumulo di sofferenze dell'accumulazione capitalistica per come l'abbiamo conosciuto prima con le enclosures e poi con la rivoluzione industriale.
Un puro dibattito tra storici? O piuttosto la esemplificazione di un nervo scoperto all'interno della cultura marxista? A ben vedere quella discussione concerneva direttamente la dialettica tra forze produttive e articolazione della società. Un determinato stadio delle forze produttive si traduce in determinati rapporti sociali; e, viceversa, determinati rapporti sociali presuppongono un determinato stadio delle forze produttive. Ma l'andamento della storia ha come fulcro decisivo lo sviluppo delle forze produttive o la struttura dei rapporti sociali? Coloro che mettono l'accento sul primato delle forze produttive presuppongono un andamento per tappe obbligate delle vicende storiche; quelli che, al contrario, guardano ai rapporti sociali, e dunque alle contraddizioni tra le classi e alle dinamiche della lotta di classe, prospettano la possibilità di una società “dalla parte delle classi popolari” anche in assenza di un'economia propriamente avanzata.
Eric Hobsbawm non partecipò direttamente alla discussione sui livellatori, già in corso quando pubblicò i suoi primi importanti lavori; e però, allorché propose nel 1959 il suo intramontabile Primitive Rebels, appariva fin troppo chiaro da che lato si andava collocando la sua visione delle cose. Egli sceglieva l’angolazione delle classi sociali e della loro soggettività. Anzi, lo faceva addirittura con qualche esagerazione, sicché, dopo aver distinto nel mondo rurale i banditi contadini dai banditi dei signori e dai banditi di Stato, arrivava a sostenere che nei due periodi 1799-1815 e 1860-1864 ci fosse stata in Italia la possibilità di una rivoluzione contadina “guidata da banditi sociali”.
Ma al di là di questo giudizio poco meditato, ciò che davvero conta è l’attenzione di Hobsbawm per le dinamiche della lotta di classe. Ragionando della lotta di classe egli ha così incontrato, da storico, l’insieme delle classi subalterne dei secoli XIX e XX. Soprattutto l’ampia raccolta di saggi edita nel 1964 sulle classi lavoratrici nell’Inghilterra del XIX secolo (Labouring Men. Studies in the history of labour) testimonia del rigore dello studioso, ma anche della partecipazione addirittura emotiva del militante. In ogni caso, danno prova della coerente centralizzazione dell’indagine esattamente sull’elemento umano dei processi economici.
Egli è stato, dunque, un marxista, ma non di quelli che, sotto l’ipoteca culturale del “materialismo dialettico” di matrice sovietica, pensavano che la storia umana coincidesse con lo sviluppo delle forze produttive. L’Urss, finanche l’Urss dello stalinismo, fu per lui certamente un riferimento politico, ma non influenzò più di tanto la sua scelta culturale per un marxismo anti-positivista. Del resto, è noto come tra i suoi principali riferimenti teorici figurasse Antonio Gramsci, segnatamente il Gramsci dei Quaderni del carcere, certamente molto lontano dalle rigidità del Dia-mat degli anni ’30.
Insomma, Hobsbawm era di quelli che pensano che la storia sia propriamente “lotta di classe” e che non ci si debba per forza rassegnare a passaggi obbligati dentro l’inferno del capitalismo e delle sue diverse metamorfosi epocali. E’ una impostazione che accentua il carattere di ricerca della sua impresa intellettuale e della sua stessa biografia politica; e che lo porta, ad esempio, a richiamare ruvidamente i marxisti della nostra epoca al confronto reale con Marx, soprattutto col celebre frammento sulle macchine dei Grundrisse, il quale costituisce per Hobsbawm «il tentativo più sistematico di affrontare la questione dell'evoluzione storica mai realizzato da Marx; e si può affermare che qualsiasi discussione storica marxista che non tenga conto di questo testo deve essere riesaminata alla luce di esso». Non c’è che dire: un bell'esempio di longevità dell’intelligenza, oltre che di audacia militante.
Dona il tuo 5x1000 a controlacrisi