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LIBRI & CONFLITTI. Estratto da QUEBRANTOS. Storie dell'esilio argentino in Italia
. Libri & Conflitti Quebrantos. Storie dell'esilio argentino in Italia (Nova Delphi) . Quebrantos (in spagnolo “crepe”, “squarci”) è una raccolta di microstorie, un mosaico di testimonianze di ex-militanti esiliati in Italia durante i primi anni dell’ultima dittatura militare argentina. Dodici storie - inizialmente destinate alla realizzazione di uno sceneggiato televisivo RAI, mai portato a termine - raccolte e verbalizzate tra il ’78 e il ’79. Una pluralità di voci non filtrate dall’inganno del tempo (alcune di queste utilizzate come testimonianze nei processi contro i responsabili del genocidio), sapientemente incasellate da Delia Ana Fanego in una narrazione autentica e sensibile, attenta al tema dell’esilio e della memoria collettiva come antidoto all’oblio.


Estratto dal libro

 
“Le ferite di questi ragazzi non sono solamente personali: lacerano la carne di tutta la
società argentina. Ricordare il loro dolore è il minimo che meritano.” (dal prologo di Juan
Gelman)
Vengo da una famiglia di umili origini. Ho tre sorelle e un fratello, io sono la seconda
figlia. Sono nata nel 1954 a Metán, un piccolo paese nella provincia di Salta, nel Nord
dell'Argentina […] Il lavoro politico iniziò nella scuola serale, dove ovviamente andavano
solo i più fortunati. Lì abbiamo conosciuto degli studenti politicizzati e abbiamo
cominciato a svolgere attività politica, sia nel quartiere sia sul posto di lavoro. Si
formarono anche alcune commissioni, le cui riunioni si tenevano a casa mia. Tutti noi,
insieme a mia madre, vi partecipavamo. Mio padre, a causa del suo lavoro, era più
isolato, anche perché il padrone-sfruttatore non gli concedeva nessuna libertà.
Arrivò il governo peronista ma per noi era una cosa troppo lontana dalla realtà.
Vivevamo in un’altra dimensione. A Metán la lotta si svolgeva in un altro modo,
attraverso piccole conquiste per migliorare le nostre vite. Occupammo il Comune per
chiedere la luce nel quartiere e fummo cacciati. Quando la situazione cominciava a
degenerare, cercavano sempre di parlare con noi per far sì che le ostilità cessassero. La
mia famiglia aveva votato per Perón alle elezioni ma poi iniziammo ad avvicinarci al
Partido Revolucionario de los Trabajadores (PRT). […] La politica non faceva parte del
mio mondo. Non ero io a cercarla, era la vita che mi spingeva verso la politica per
cercare di trovare una soluzione a tanta ingiustizia. È importante sottolineare il prezzo
che abbiamo dovuto pagare per ogni cosa. Nel posto di lavoro riuscimmo a ottenere un
aumento su ogni sacco raccolto e fummo licenziati ma nel quartiere adesso ci sono luce
e acqua.
Nel 1974-‘75 ero in carcere. Mio padre non svolgeva nessuna attività politica perché non
poteva, stava nel settore manifatturiero. […] Non poteva partecipare a nessun tipo di
raduno politico, quel poco denaro che entrava in famiglia proveniva dal suo lavoro.
Credo che qui vada ricercato l’odio che i peones nutrono nei confronti del padrone. È
qualcosa di molto profondo, dalla lotta si passa a commettere dei crimini. Una lotta e un
odio che diventano un fatto personale. Mi hanno arrestata per la prima volta nel 1972,
stavo scrivendo degli slogan politici su un muro insieme a un compagno, ero minorenne.
[…] La situazione in carcere era terribile. Decidemmo di chiedere delle migliorie,
parlammo con la direttrice che, alla fine, dopo urla e minacce, ci metteva sempre in
punizione. […] In carcere ho imparato a difendermi, a parlare con gli avvocati per
conoscere i miei diritti. Ho imparato a difendere la mia libertà. Dopo il colpo di stato, nel
marzo del 1976, mia madre venne trasferita a Devoto. Un giorno arrivarono i militari e si
portarono via diciannove compagne detenute; una di queste pochi giorni prima aveva
dato alla luce una bambina. La stava allattando quando se la sono portata via. Ricordo
che disse: “È arrivata la mia ora”. La neonata andò a stare con i nonni. Le compagne
furono assassinate quella stessa notte. […] Una notte mi dissero che mi avrebbero
trasferita di nuovo a Devoto ma invece mi portarono in un altro piano dello stesso
carcere, dove incontrai delle ragazze molto giovani che venivano dalla provincia di
Misiones. Erano quasi delle bambine. Poi venni trasferita effettivamente a Devoto. Mi
ordinarono di denudarmi ma mi rifiutai. Con le compagne avevamo deciso di rifiutare
ogni controllo vessatorio. Di nuovo minacce. Alla fine mi portarono in una cella e il
giorno dopo mi dissero che ero libera. Non ci potevo credere. Mi portarono alla
Coordinación Federal e mi chiesero dove volessi andare. Risposi che non avevo né un
biglietto né soldi per comprarmene uno. In maniera assolutamente irregolare decisero di
mandarmi in Italia. Con me avevo soltanto una piccola borsa fatta con un lenzuolo su cui
era scritto il mio nome. Era un regalo delle compagne del carcere.
[..] Sono arrivata in Italia un venerdì mattina. Mentre l’aereo stava per atterrare uno
steward mi consegnò i documenti. Ero sola e non sapevo dove andare. Un signore che
aveva viaggiato con me ma che era sceso a Madrid mi aveva chiesto se ero uscita di
prigione, gli avevo risposto di sì e lui mi aveva consigliato, se non sapevo dove andare,
di cercare una chiesa dove poter stare almeno fino a quando avessi saputo cosa potevo
fare. All’arrivo in Italia mi ricordai delle sue parole. Sono uscita dall’aeroporto e mi sono
seduta su uno scalino per capire dove fossi. C’era il sole e pensai: che meraviglia, c’è il
sole e sono libera! Chiesi da che parte stava la capitale e così mi diressi verso Roma.
Non avevo paura, finalmente ero libera e potevo scegliere. Scelsi di vivere


Quebrantos.
Storie dell'esilio argentino in Italia
a cura di Delia Ana Fanego
Nova Delphi prologo di Juan Gelman
collana Viento del Sur – saggistica
pagine: 230
euro 14,00
ISBN: 978-88-97376-05-7
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