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LA RECENSIONE. Un nuovo Perseo per combattere i demoni del presente

Nel leggere l'ultimo libro di Marco Revelli "I demoni del potere" (Laterza, pagg. 98,  14 euro),  si ha la sensazione di inoltrarsi in un labirinto che penetra all'interno di alcuni dei miti fondativi della cultura occidentale, quelli della Grecia preclassica, Medusa e Perseo, Ulisse e le Sirene. Un percorso complesso che passa dall'arcaicità al presente, e viceversa, con effetti caleidoscopici, nel senso letterale di belle immagini che prendono forma combinando gli elementi base del potere: la forza, il dominio, il male, il diritto, la solidarietà.
Il collegamento tra  quella mitologia posta a fondamento della Polis, lo spazio delimitato dalle mura dove il diritto finalmente controllava la forza nelle modalità di relazione tra gli uomini, e i nostri giorni sta proprio -secondo Revelli-  nell'arcaicità del potere come Kràtos, incontrollabile e insaziabile, forza bruta che domina la vita, che la sottomette ignorando il diritto. Il declino della politica come tecnica di regolazione e addomesticamento del potere lascia le nostre società esposte alla violenza distruttiva di un potere economico che ignora l'umano, indifferente a qualsiasi progetto civile. Sono i giorni dell'indifferenza per il default sociale della Grecia, purché non si arrivi al default finanziario. E' questo -scrive ancora Revelli- il ritorno del dominio arcaico, del  potere "numinoso"  nella forma  dello sguardo pietrificatore  e terribile  della Gorgone, la Medusa con la morte negli occhi. 
Eccoci allora precipitare, noi, cittadini della rete,  in una condizione di sottomissione ai demoni del potere che ormai hanno espugnato la città fondata da Perseo: le mura non ci sono più e i cittadini sono esposti alle forze belluine e indifferenti dell'economia, al potere  duro e indifferente del turbocapitalismo.  
Per capire, Revelli prova a leggere  il mito fondativo. L'uccisore di mostri, l'eroico Perseo usa uno scudo lucidato a specchio per tagliare la testa di Medusa senza guardarla direttamente. E si aiuta con altre  tecniche:  calzari alati, una sacca magica per riporre la testa, un elmo che lo rende invisibile, un falcetto molto affilato. Queste "tecniche"  alludono al diritto - scrive Revelli citando Hans Kelsen - , alla norma che regola la vita associata nella Polis. Sono gli artifici posti alla  base dell'ordinamento giuridico  per la  teoria politica moderna.  Purtroppo, quello scudo-specchio sembra  che oggi sia stato infranto. La democrazia costruita faticosamente nell'epoca moderna, pur nella sua costitutiva ambiguità e debolezza, ha permesso il dispiegarsi del conflitto sociale all'interno della polis, mettendo limiti e contrappesi al dispiegamento del dominio  economico. In fondo, la storia del Novecento e del movimento operaio è stata questo. Ma è la cronaca della crisi del nostro tempo che ci ricorda come finanza globale e un capitalismo industriale delocalizzato e potenzialmente ubiquo scuotano continuamente  le basi della Polis regolata dal diritto. E la conseguenza di questo terremoto è l'uomo disperato che si dà fuoco nella piazza di Salonicco, come ricorda l'autore nell'introduzione. 
Certo, oggi per difendersi dallo sguardo di Medusa di Wall Street , della finanza globale,  delle industrie indifferenti ai confini nazionali tanto quanto agli uomini o all'ambiente servirebbe un Perseo capace di riconoscere il potere sotto le maschere tecnocratiche, populiste o mediatiche che cercano di intercettare gli sguardi degli uomini per fissarli e  incantarli
O ancora dovremmo imparare da Ulisse che ha sfidato il seducente canto delle Sirene. Sono loro, figure di confine tra animalità e umanità, metà donne e metà uccelli (poi pesci) gli altri demoni del potere, un potere che schiaccia gli uomini deprivandoli della  soggettività. Ancora una volta con artifici tecnici (le corde, l'albero della nave a cui legarsi, la cera per le orecchie dei compagni) l'eroe mitologico non soccombe, ascolta il canto che evoca le sue imprese, e conquista la narrazione storica consapevole della propria soggettività. Una capacità che Revelli mette  in parallelo con lo sviluppo del diritto: consapevolezza piena di sè sia sotto l'aspetto giuridico che sotto quello storico, nomos e logos.
Ma nel nostro tempo anche Ulisse è un naufrago: "la contemporaneità ha cessato di riuscire a rappresentare se stessa in un flusso dotato di senso". Il Novecento ci lascia in eredità un racconto storico del tutto decostruito, sostituito da una narrazione finta che non racconta l'esperienza del  passato ma disegna i comportamenti futuri degli uomini. E' la narrazione del new capitalism e delle articolate forme di dominio che irretiscono uomini e popoli: l'evento viene creato con la narrazione stessa, le storie non hanno più radici e diventano virtuali, cioè manipolabili all'infinito.
Eccoci allora - scrive Revelli - al fallimento del tentativo, iniziato nell'antica Grecia,  di dominare i demoni del potere. Interi popoli, classi sociali, sono di nuovo esposti allo sguardo pietrificante della Medusa globale, deprivati della propria soggettività da Sirene digitali. In attesa di nuovi Perseo e Ulisse.

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