Domenica 24 Febbraio 2019 - Ultimo aggiornamento 12:10
MioGiornale.com
Logo ControLaCrisi.org
Filtra per luogo...
Filtra per tema...
Filtra per data ...
Nascondi


La cultura non è un optional

Che la crisi che viviamo – come ogni crisi epocale - abbia un suo coté culturale non ci sono dubbi. Anzi per, dire meglio, non ci sono dubbi che al fondo di essa ci siano le ragioni culturali che hanno favorito il trionfo della rivoluzione reazionaria degli ultimi trenta anni. Questa rivoluzione ha avuto ed ha dimensioni planetarie e si è imposta in connessone stretta con i processi di globalizzazione dell’economia finanziaria e con le accelerazioni spaventose della rivoluzione della tecnoscienza e della comunicazione. 
Tecnocrazia, populismo mediatico, pensiero unico sono diventati quindi i pilastri di un edificio nuovo e complesso entro il quale hanno trovato alloggio le postazioni di un potere microligarchico che tutto prevede e tutto controlla (nel breve-medio periodo, perché del lungo non si preoccupa). Si tratta di un potere, le cui centrali sono note, che,  non solo guida le dinamiche dell’economia e della finanza, ma manovra,  con perizia e perfetta conoscenza delle psico-neuroscienze, gli strumenti di controllo del senso comune, fornendo indirizzi e direttive a chi è prescelto come funzionario periferico di questa cupola o sistema di cupole.
Mario Monti è appunto un alto funzionario di questo potere, scelto per sostituire Berlusconi, divenuto ormai inaffidabile. Non a caso egli ha avuto a che fare con la Goldman Sachs, con la Trilateral commission, con il gruppo Bilderberg. Ma non è questo tema che mi interessa sviluppare adesso. Voglio piuttosto porre in risalto gli aspetti culturali attraverso i quali gli interessi dominanti del capitale finanziario hanno messo in ginocchio il mondo, riducendolo praticamente alla sua mercé.
Nel nostro paese, ancora più che in altri, le oligarchie titolari di questi colossali interessi sono riuscite, grazie all’utilizzo oculato di quelli che sono stati definiti mezzi di distrazione di massa, a narcotizzare quei soggetti sociali, politici e sindacali dai quali sarebbe stato naturale aspettarsi una rivolta sacrosanta contro i responsabili della devastazione dello stato sociale e del sistema dei diritti su cui si fonda il nostro ordinamento civile. La protesta dei giovani e le recenti manifestazioni del 27 ottobre e del 14 novembre, in questo senso, appaiono come una benefica dimostrazione di controtendenza ancora, però, inadeguata rispetto alla gravità dell’attacco ai redditi e ai diritti di lavoratori, studenti e soggetti sociali fragili a vario titolo (dai malati di Sla, ai disoccupati, agli esodati, alle donne). Ma la domanda alla quale  voglio provare a rispondere in questa circostanza è: esiste un pensiero, una cultura che abbia fatto da sponda a questi processi, che ne abbia per così dire legittimato la praticabilità, implementandone l’efficacia? Ebbene sì, secondo me, questa cultura esiste ed è più che mai dominante. Parlo della cultura della postmodernità che si è imposta negli ultimi decenni, decretando la fine delle grandi narrazioni, come quelle dell’illuminismo, dell’idealismo, del comunismo.
La fine delle grandi narrazioni non ha solo desertificato l’orizzonte culturale ma ha imposto un punto di vista che tende a contestare alla radice l’esistenza stessa dei fatti (naturali e storici) e della verità. “Non esistono fatti ma interpretazioni dei fatti” è il diktat, mutuato da Nietzsche, che ha messo fine alla discussione, che ha imposto il silenzio. Nel silenzio di fatti che non esistono e di verità inafferrabili nella loro intrinseca obiettività, si è consumato l’omicidio del realismo e (del materialismo storico) e si è inaugurata la nascita del realystismo (quello del grande fratello). Essere e sapere hanno finito per confondersi e l’epistemologia ha finito per sostituirsi all’ontologia. Tolta di mezzo la verità e i fatti, ogni teoria sul mondo è divenuta plausibile e ogni idea sostenibile. Indipendentemente dalla verifica del giudizio e dell’esperienza storica. L’interpretazione (sempre opinabile) è divenuta l’unica realtà passibile. Falsificazione del reale in quanto tale e valorizzazione del sapere in quanto reale si sono affermate sino al punto di autorizzare e legittimare qualsiasi visione del mondo. Non c’è dubbio che non tutte le declinazioni di questo pensiero abbiano avuto un significato regressivo. Come sempre la realtà non è mai o bianca o nera. Pensiamo a Vattimo e alla sua concezione plurale delle idee (esaltata dalla rete) che presa in sé può sembrare democratica ed inclusiva. Pensiamo a Foucault e Deridda. Non sarà un caso però che questi ultimi due insieme a Lyotard (autore de la “Condizione postmoderna”) abbiano finito per prendere le distanze dal postmoderno, dopo averne verificato gli esiti e le più ambigue conseguenze. Sta di fatto che l’imporsi di un’idea diffusa che allontanava dalla verità, relativizzava i fatti e decostruiva i principi ha aperto la breccia alla penetrazione di un senso comune pragmatico e utilitaristico che, in assenza di concorrenti ideologici, ha finito per trionfare. Parliamo del cosiddetto pensiero unico, che ha finito per unire come un tessuto connettivo il popolo dei funzionari del neoliberismo internazionale, i quali avevano bisogno di una cultura diffusa e condivisa che si fondasse sul pragmatismo egoista e sull’individualismo più stolido, per respingere ogni ipotesi di resistenza culturale e politica di classe e imporre  una vera e propria rivoluzione passiva. E così siamo giunti fino ad oggi. Con Alessandro Baricco che su la Repubblica fa l’elogio di Matteo Renzi arrivando a dire: “Possibile che ancora crediamo che si voti per il programma?”. Della serie: ma credete ancora che le idee (i programmi appunto) servano a qualcosa? E’ chiaro che se i fatti non esistono – sostiene Baricco -, tutte le idee vanno bene e allora chi se ne frega dei programmi. Va bene pure Renzi, anzi va benissimo perché, osservo io, è diventato il braccio armato dei poteri che vogliono togliere a Bersani persino quel pochissimo di credibilità socialdemocratica che gli è rimasta (lo dimostra il clamoroso palcoscenico mediatico che gli è stato messo a disposizione). Ma poi non fa molto meglio Adriano Sofri che, sullo stesso giornale e nello stesso giorno, tesse per par condicio le lodi di Bersani, paragonandolo ad Ulisse, perché le metafore (dice lui) devono essere ardite. Ma ora, indipendentemente dall’esito delle primarie, voi ve lo immaginate un Ulisse, eretico e viaggiatore per definizione, che sposa il fiscal compact e il pareggio di Bilancio? Ulisse non rispettò nemmeno le Colonne d’Ercole, figuratevi se avrebbe tollerato il fiscal compact. Eppure non c’è dubbio che Baricco e Sofri rappresentino due intellettuali del nostro tempo. Non per parlarne male sul piano personale che non mi pare il caso ma, se i loro modestissimi pronunciamenti hanno a che vedere con lo stato dell’arte della nostra cultura, allora significa che ne dobbiamo recuperare di terreno perduto. A partire dal principio (sì perché i principi e i fatti esistono, eccome) che la cultura non è un optional ma una questione decisiva. Eppure Gramsci ce lo aveva insegnato così bene.

 

                                                                                Robeto Gramiccia

Dona il tuo 5x1000 a controlacrisi