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«Il mare di mezzo e noi : passato, presente, futuro»

Pubblichiamo un riassunto della relazione che lo storico francese Maurice Aymard ha letto questi giorni in occasione dell'ottava edizione di FestivalStoria tenuta quest'anno a Torino e a Napoli e dedicata al tema "Mediterraneo. Mare nostrum?"  

Non si è mai parlato tanto del Mediterraneo. Perchè?  Si tratta quasi di una moda che alimenta la moltiplicazione di convegni, conferenze, film e telefilm,  e anche di libri, il cui testo è spesso accompagnato da bellissime fotografie, come altri inviti al viaggio: basta citare il recente volume di David Abulafia, The Great Sea: a Human History of the Mediterranean, che l’autore ha presentato l’anno scorso a Genova in occasione della terza edizione della Storia in Piazza. Ma questa moda è, tutto sommato, un fatto recente, e soprattutto, ma non solo, in Italia. Vorrei fare tre esempi. Sessant’anni fa, quando Einaudi decise di pubblicare la traduzione italiana dell’opera di Fernand Braudel, il cui titolo originale, La Méditerranée et le monde méditerranéen à l’époque de Philippe II, nonostante il giudizio contrario di Delio Cantimori che lo descrisse come «il Via col Vento della storiografia francese», facendo del Mediterraneo – mare e terre che lo circondano - il personagio centrale – il vero eroe, ha potuto scrivere dopo Paul Ricoeur - del suo libro ;  l’editore torinese aveva imposto all’autore di cambiarne il titolo, che divento’ cosi Civiltà e imperi del Mediterraneo nell’età di Filippo II : il mare era una semplice « espressione geografica » alla quale si poteva collegare la vita culturale e politica, non una realtà storica e umana. Più vicino a noi, venticinque o trent’anni fa ancora, quando suggerivo ai miei colleghi e amici italiani che l’Italia, liberata prima della Francia dalle sue ambizioni coloniali, poteva e doveva giocare una parte centrale nel dialogo necessario fra le due sponde del mare, la loro risposta fu immediata e unanime : « Vuoi fare di noi dei Mediterranei, noi siamo Europei ». Cio’ significava che il Mediterraneo era per loro ormai una frontiera, e che tutti i paesi del sud del continente (l’Italia prima, e poi, con la fine delle dittature, la Grecia, la Spagna e il Portogallo) avevano scelto come presente e come futuro il quadro unitario europeo allora in via di costruzione, voltando le spalle alla sponda meridionale del mare, che rappresentava tutt’al più il loro passato.
Vent’anni fa, dopo il crollo della cortina di ferro, i miei colleghi greci reagivano nello stesso modo quando spiegavo loro il ruolo che il loro paese avrebbe potuto giocare nell’integrare all’Europa i paesi balcanici del loro entroterra, Bulgaria, Romania, Albania, per non parlare della Jusgoslavia ormai sull’orlo della crisi.
Questa riscoperta recente del Mediterraneo come orizzonte della vita delle nostre società ha coinvolto tutti i periodi del passato. Ma nasce dal nuovo sguardo che spostiamo oggi sul presente e sul futuro, cioè la percezione della necessità per l’Europa di guardare aldilà delle due frontiere, quella orientale e quella meridionale, alla quale si era abituata, e di fare il possibile se non per abolirle, almeno per superarle e trasformarle in aree di contatti, di circolazioni e di scambi : l’Europa non puo’ né vivere né sopravvivere a porte chiuse. In questo contesto, il passato del Mediterraneo, dove gli stati nazionali sono delle costruzioni recenti, e per alcuni ancora fragili, ci dà una chiave che puo’ aiutarci ad aprire queste porte : per dieci millenni almeno, il mare ha funzionato come spazio e strumento di contatti, di circolazioni di uomini, di beni materiali e culturali, e di scambi (che possono prendere anche la forma di rigetti). Erede di una tradizione più che secolare di studi ai quali avevano contribuito la storia, l’archeologia, l’etnologia, la geografia, ma anche  la geologia, la botanica o la zoologia – di cui Bonaparte aveva portato con sé in Egitto gli studiosi più famosi – Fernand Braudel ci diede nel 1949, col suo libro, una formulazione nuova, che reintroduceva nella nostra visione del passato questa unità profonda e di lunga durata del mare e del mondo mediterraneo – un’unità che coesisteva con delle diversità altrettanto profonde, ma che aveva l’ambizione di creare le condizioni di un rinnovato dialogo fra le varie scienze umane e sociali, et di un rapporto, anche lui rinnovato, fra passato e presente. Se la sua ricerca si concentrò maggiormente sull’età moderna, e in particolare su un lungo Cinquecento, è importante notare che l’influenza di Braudel ha permesso e stimolato la moltiplicazione di punti di vista sulla lunga storia del Mediterraneo. Gli antropologi, soprattutto anglosassoni, hanno dato vita, a partire della fine degli anni 1950 a una lettura delle società delle zone più « arretrate » dell’Europa meridionale come testimoni di culture, di sistemi di valori e di organizzazione dei rapporti sociali del tutto alternativi a quelli della cosiddetta modernità. Un secolo prima, gli allievi di Saint-Simon, da Michel Chevalier a Ferdinand de Lesseps, si erano fatti grandi protagonisti di un’ambizione modernizzatrice i cui risultati  sono stati rivisitati di recente da una nuova generazione di storici dell’800 e del primo ‘900 : un secolo e mezzo durante i quali l’Europa ha riscoperto, reinventato et rimodellato il Mediterraneo. Più vicino a noi, il secondo dopoguerra,  dominato parallelamente dalla guerra fredda e dall’accesso di tutta la sponda sud all’indipendenza, e, negli ultimi anni, sia dalle varie forme dell’islamismo, sia anche dal forte sviluppo degli scambi economici con i paesi asiatici, si propone come un campo da studiare in modo organico per comprendere meglio il nostro presente e il nostro futuro. Ma all’estremo opposto, preistorici e protostorici ci hanno aperto le porte dei sei o sette millenni che separano l’invenzione dell’agricoltura e dell’allevamento – punto di partenza della neolitizzazione delle società umane – dall’invenzione della scrittura nel Medio e Vicino Oriente. La storia non comincia più a Sumer con la scrittura e la formazione dei primi stati, ma molto tempo prima, e il Mediterraneo ne è stato un protagonista fondamentale.
La storia nacque nel Mediterraneo. Vi è tornata, e ne possiamo essere felici ed anche fieri. Ma non è più la stessa storia. Possiamo e dobbiamo guardare il mondo esterno da questo punto di vista particolare. Ma dobbiamo anche prendere le nostre distanze dal Mediterraneo, per guadarlo da fuori e da lontano.

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