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LIBRI & CONFLITTI. Estratti da Italiano per stranieri immigrati. Da obbligo a diritto, a cura di Fiorella Farinelli e Roberto Pettenello ediesse
Libri & Conflitti: Italiano per stranieri immigrati. Da obbligo a diritto, a cura di Fiorella Farinelli e Roberto Pettenello. Introduzione di Chiara Saraceno (ediesse). Un testo che indaga sulla necessità della conoscenza della lingua e delle norme principali che regolano le relazioni e i comportamenti nella società per gli autoctoni, gli immigrati e l'intera collettività che si muove entrando in una relazione continua con gli altri.

Estratto dal primo capitolo. Mercoledì 15 sarà online l'intervista a Fiorella Farinelli

capitolo 1
Italiano per stranieri: lo stato dell’arte
di Fiorella Farinelli

I. A partire dal 2011, per regolarizzare o stabilizzare il loro status di sog-giornanti in Italia, gli stranieri immigrati devono attestare attraverso un’apposita certificazione di aver conseguito un determinato livello di co-noscenza della lingua italiana. Tale obbligo, regolamentato con due diversi provvedimenti governativi emanati nel maggio e nel giugno 2010 non ri-guarda tutti ma solo:

1. chi fa richiesta di un permesso di soggiorno CE di lunga durata;
2. chi richiede per la prima volta il permesso di soggiorno.

Il provvedimento relativo alla prima tipologia di soggetti è il decreto del Consiglio dei ministri del 4 giugno 2010, con cui viene data attuazione all’articolo 9 del Testo Unico sull’immigrazione che, tra le condizioni per ottenere un permesso di soggiorno a tempo indeterminato, ha incluso anche il superamento di un test di conoscenza dell’italiano. Il decreto stabilisce che è l’interessato a dover chiedere alla Prefettura di essere sottoposto a una prova il cui superamento attesti il possesso di una competenza linguistica di livello A2, secondo il framework europeo delle lingue. Nel caso in cui la prova non venga superata, è possibile reiterarla. Sono esentati:

– i minori di 14 anni;
– chi ha frequentato un corso di italiano presso i Centri territoriali perma-nenti per l’educazione degli adulti conseguendo una certificazione rife-ribile al livello A2;
– chi ha conseguito in Italia la licenza media, un diploma, una laurea;
– chi è in condizioni fisiche e mentali (documentate dal Servizio sanitario nazionale) che precludono l’apprendimento.

Per chi richiede per la prima volta il permesso di soggiorno vale invece il Regolamento, varato dal Consiglio dei ministri il 20 maggio 2010, dell’«accordo di integrazione» previsto dal Pacchetto sicurezza . L’accordo, che deve essere obbligatoriamente sottoscritto nel momento del rilascio del permesso di soggiorno, condiziona la conservazione dello status di soggiornante regolare a chi, oltre ad aderire alla «Carta dei valori, della cittadinanza e dell’integrazione» emanata dal Viminale e a rispettare al-cune regole tra cui l’adempimen-to scolastico da parte dei figli minori, consegua nei due anni successivi almeno 30 punti/crediti. Di qui la defini-zione del nuovo permesso di soggiorno come permesso «a punti».
Chi sottoscrive l’accordo con lo Stato – presso lo Sportello unico dell’immigrazione – parte da un bonus iniziale di 16 punti. Alla fine dei due anni chi sarà sceso a zero, per non aver cumulato punti e/o per avere perso anche il bonus iniziale, verrà espulso. Chi avrà tra 1 e 29 punti otterrà una proroga di un anno, in ragione della quale verrà decretato l’«inadempimento parziale» che peserà nelle decisioni discrezionali, per esempio i sei mesi di proroga del permesso per chi perde il lavoro. I crediti, che vengono decurtati da condanne penali anche non definitive e da san-zioni amministrative, si cumulano principalmente attraverso l’attestazione:

– di una conoscenza, di livello non precisato, dei fondamentali della Co-stituzione italiana, delle norme della vita civile, dell’orga-nizzazione dei servizi (con particolare riferimento a obblighi fiscali, istruzione, sanità, lavoro);
– del conseguimento di competenze linguistiche di diverso livello, di titoli di studio conseguiti in Italia, di partecipazione a corsi di istruzione e formazione di tipo formale.

Solo per il primo tipo di formazione, quella civica, viene previsto un impegno certo da parte dello Stato perché i corsi – da 5 a 10 ore – dovran-no essere erogati dagli Sportelli unici per l’immigrazione presso le Prefetture entro un mese dal rilascio del permesso di soggiorno. Per le competenze linguistiche, invece, lo Stato si limita, senza oneri aggiuntivi e nei limiti delle risorse finanziarie disponibili, a sostenere i processi di apprendimento tramite «opportune intese con Enti locali, Regioni, Onlus». In entrambi i casi sono previsti dei punti/crediti in uscita. Per la formazione civica, sono 6, 9 o 12 punti, secondo i risultati. Per il superamento dei test linguistici, sono 10 punti per il livello A1 (lingua solo parlata), 24 per il livello A2 (lingua parlata e scritta), 28 per il livello B1, 30 per i livelli superiori al B1. Inoltre 4 punti sono assegnati per un corso di istruzione o formazione di 80 ore, 10 punti per uno di 250 ore, 20 punti per uno di 500 ore, 30 punti per un anno scolastico conclusosi positivamente e così via per un anno acca-demico con due esami superati (30 punti) o con tre esami superati (32 pun-ti).
Si traducono in punti anche onorificenze pubbliche, attività imprendito-riali, la scelta del medico di base (4 punti), la partecipazione ad attività di volontariato (4 punti), un contratto di locazione o l’apertura di un mutuo (6 punti). Mentre perde ben 15 punti chi non manda a scuola i figli in età di obbligo di istruzione.

II. Come è noto, l’emanazione di questi provvedimenti è stata accolta da discussioni pubbliche piuttosto accese, e da reazioni diversificate, di segno talora contrastante, dei diversi attori e soggetti che si occupano di immi-grazione e di politiche dell’integrazione.
Una parte dei commenti e delle preoccupazioni si è concentrata princi-palmente sulle condizioni di fattibilità, mettendo in evidenza punti critici, contraddizioni, approssimazioni contenute nei due dispositivi. Si tratta, del resto, di questioni tutt’altro che secondarie. Si è correttamente osservato, per esempio, che i nuovi compiti attribuiti agli Sportelli unici per l’immigrazione che presso le Prefetture sbrigano, di solito con qualche af-fanno, le pratiche relative alle procedure di prima assunzione dei lavoratori migranti e di ricongiungimento familiare, sono difficilmente sostenibili in assenza di potenziamenti dell’organico, che in questa fase risulta invece essere oggetto di significativa riduzione. Mentre, d’altro canto, è sicura-mente improprio che a un personale privo di specifiche competenze vengano affidate funzioni complesse e delicate come l’organizzazio-ne dei corsi di formazione civica, la definizione dei loro contenuti (il tempo dedicato, da 5 a 10 ore, obbliga evidentemente a scelte drastiche di priorità), la predisposizione di prove di verifica, la valutazione dei risultati e l’attribuzione dei punteggi finali. Osservazioni ancora più stringenti se riferite a un’eventuale gestione dei test di verifica delle competenze linguistiche, e in particolare di quelle di lingua parlata che non possono essere verificate, a differenza di quelle relative alla lingua scritta, attraverso prove standardizzate. Scarsa fattibilità, dunque, ma anche rischi di discrezionalità, evidentissimi nel caso della formazione civica, di cui il Regolamento non definisce con precisione contenuti e standard: in base a quali criteri, dunque, si attribuiranno i 6, i 9 o i 12 punti previsti?
Altre preoccupazioni vengono dal mondo delle Regioni e degli Enti lo-cali che, indipendentemente dal giudizio sull’opportunità e sulla valenza politica dei provvedimenti, temono che il mix tra l’as-senza di investimenti economici da parte dello Stato centrale e una regia degli interventi attribui-ta alle Prefetture finisca con lo scaricare sulle istituzioni locali l’onere di assicurare un’offerta formativa adeguata dal punto di vista quantitativo alla domanda, sufficientemente diffusa nel territorio, articolata secondo i bisogni formativi e le concrete possibilità di accesso e di frequenza. Col rischio, anche qui, di dare luogo a insostenibili diversità di trattamento motivate dalle ragioni più diverse: dalla non disponibilità di risorse economiche a deficit di natura organizzativa, senza escludere ovviamente l’influen-za di eventuali contrarietà locali di ordine politico e culturale.
Sempre al criterio della fattibilità, ma con dubbi che investono anche la natura e l’intenzionalità politica del «permesso a punti», si riferiscono le obiezioni relative ai tempi dettati per la formazione civica, e ai modi con-creti della sua erogazione. L’obbligo, infatti, di offrirla e di frequentarla entro i primi mesi dal primo rilascio del permesso di soggiorno, quando cioè è certo che la stragrande maggioranza dei destinatari non disponga affatto degli strumenti linguistici indispensabili ad accostarsi a concetti e nozioni complesse come quelle previste, se da un lato rivela il forte condizio-namento delle politiche governative esercitato dalle ossessioni securitarie con cui in certi ambiti politici si guarda all’immigrazione, dall’altro pone questioni tutt’altro che secondarie di gestibilità e di efficacia della stessa formazione. Se si vuole che quelle 5-10 ore non siano del tutto prive di senso e non abbiano effetti controproducenti suscitando in chi è obbligato a frequentarle solo sentimenti di rifiuto e di estraneità, occorrono materiali in più lingue, interpreti, mediatori linguistici, una strumentazione di cui non c’è traccia nel Regolamento e tanto meno in apposite dotazioni finanziarie. Ma resta il dato, indiscutibilmente negativo, di un intervento troppo ravvicinato, troppo breve, e segnato da intenzioni politiche dubbie.
Ci sono poi altri punti oggetto di critiche, tra cui l’introduzione dell’«inadempimento parziale» e di «discrezionalità» sui suoi effetti che, per il fatto di non trovare riscontro nella norma originaria, potrebbero dar luogo a contestazioni anche di tipo giudiziario rendendo impervia la strada dell’attuazione dei provvedimenti, in particolare nel caso del permesso a punti.

III. Mentre tra gli attori e i soggetti che si occupano concretamente di im-migrazione, e in specifico dello sviluppo delle competenze linguistiche degli stranieri immigrati, c’è grande attenzione alle questioni della fattibilità, la discussione pubblica che si è sviluppata finora si è invece incentrata so-prattutto sul significato complessivo di queste scelte. Con forti contrasti di natura politica, e con posizioni nettamente diversificate, come sempre su ogni tema che riguardi l’immigrazione.
Da una parte, infatti, c’è chi sostiene, anche sulla scorta di esperienze di altri paesi europei che hanno da tempo introdotto gli «accordi di integra-zione» e che hanno fatto della padronanza della lingua del paese di appro-do una delle condizioni della stabilizzazione o dell’accesso alla cittadinan-za, che con questi provvedimenti si apre finalmente la strada all’idea che i migranti non siano solo forza lavoro da rispedire in patria col mutare delle condizioni del mercato del lavoro ma persone che possono decidere di tra-scorrere in Italia la loro vita, di farci crescere i propri figli, di diventarne prima o poi cittadini. Una prospettiva che attribuisce all’apprendimento certificato della lingua italiana il significato di un diritto/dovere, di una prova concreta e simbolica di volontà di integrazione di entrambe le parti, lo Stato e il migrante.
In altri schieramenti politici e culturali, invece, prevalgono contrarietà, diffidenze, e comunque la convinzione che tutta questa importanza attribuita al raggiungimento entro tempi relativamente brevi di un certo livello di competenza linguistica si spiega unicamente con l’intenzione di frapporre ulteriori ostacoli ai processi di regolarizzazione e di stabilizzazione, di scoraggiare anche per questa via altri ingressi, forse di aprire la strada a una selezione delle persone in base ai livelli di istruzione e di qualificazione professionale. Contrarietà, diffidenze, interpretazioni che trovano fin troppi argomenti a sostegno nel clima politico-culturale del paese, nel crescere delle tensioni e delle ostilità nei confronti dell’immigrazione, nella chiusura anche verso i rifugiati e i richiedenti asilo, nella diffusa opposizione a riconoscere lo status di cittadini perfino ai figli di genitori stranieri che nascono in Italia. E, per venire alla questione della lingua, nelle decisioni di alcuni Enti locali e nelle proposte legislative che condizionano al superamento di test linguistici la possibilità per gli stranieri immigrati di aprire esercizi commerciali o di svolgere altre attività.
È comunque indubbio, qualunque sia l’ispirazione culturale o il posizio-namento politico di chi si oppone nettamente a questi provvedimenti, che il patto che viene imposto ai migranti che ottengono per la prima volta il permesso di soggiorno è, almeno al momento, di un tipo che in altri tempi si sarebbe definito leonino. Perché, mentre il migrante è obbligato dallo Stato a conseguire in fretta determinate competenze, lo Stato non si obbliga da parte sua a garantire tutte le condizioni – in primo luogo la realizzazione di un’ade-guata e gratuita offerta formativa – perché il migrante possa assolvere agevolmente gli impegni sottoscritti. Siamo lontani, insomma, dalla situazione della Francia, sempre richiamata come esempio da seguire, in cui l’introduzione (a partire dal 2007) degli accordi di integrazione è stata accompagnata da 400 ore di formazione gratuita per migrante. Una scelta che ha sicuramente pesato sull’indubbio successo dell’operazione. Proprio poco tempo fa, a quattro anni dai primi accordi, è stato celebrato il 500.000° superamento del test linguistico.

IV. Quadro problematico, dunque. Ma la connotazione politica e tecnica dei provvedimenti e l’esigenza di dar luogo a condizioni di attuazione che non discriminino e non penalizzino i destinatari, non cancella l’importanza e il valore che l’apprendimento della lingua del paese di approdo ha nelle politiche per l’integrazione dei migranti. È semmai da stigmatizzare che fi-nora, negli ormai trent’anni trascorsi dall’inizio per l’Italia del fenomeno migratorio, nel nostro paese si sia fatto al riguardo davvero troppo poco. E che quello che pure hanno messo in campo i diversi attori – primi fra tutti la scuola pubblica degli adulti, gli Enti locali, il mondo del privato sociale e del volontariato – non abbia mai potuto assumere il significato e il peso di una priorità politica riconosciuta e condivisa a tutti i livelli, locali e na-zionale. E tanto meno di un’azione coordinata e di tipo sistemico. È tra l’altro interessante osservare che le iniziative e l’inve-stimento di risorse dedicate all’apprendimento strutturato dell’ita-liano si siano sviluppati più all’interno delle politiche dell’istruzione e delle politiche sociali che non in quelle del lavoro: sebbene sia evidente che cosa la povertà linguistica di tanti lavoratori di provenienza straniera significhi sul piano simbolico, e che cosa possa determinare su quello concreto – dai temi della sicurezza a quelli della qualificazione professionale e della formazione continua. Ma sono ancora rare, sul terreno della contrattazione così come su quello delle iniziative formative promosse dai Fondi interprofessionali paritetici, le e-sperienze e le iniziative che si muovono in questa direzione, mentre si regi-stra sia pure episodicamente un maggior impegno nelle politiche del lavoro adottate da alcune Regioni.
Avere una buona padronanza della lingua del paese in cui si è scelto o è capitato di vivere ovviamente non è di per sé né la prova provata né la chiave unica di un’effettiva integrazione. Che dipende da diversi e nume-rosi altri fattori. Ma è certo che senza questo strumento tutto è e resta più difficile. Il lavoro – e poterlo migliorare. L’accesso ai servizi. La reciprocità del conoscere e dell’essere riconosciuti. La possibilità di entrare in rapporto con la cultura del paese e di far capire la propria. Persino il successo scolastico dei figli – e dunque il loro, ma anche il nostro, futuro – passa largamente dal fatto che in famiglia si parli anche in italiano. I 12 punti percentuali in più rispetto ai coetanei italiani di ritardo scolastico fin dalla scuola primaria degli studenti figli di genitori stranieri (che diventano 40 nella scuola secondaria superiore) segnalano le conseguenze, anche per chi è nato in Italia o ci è arrivato da piccolo, di nuclei familiari e di comunità di appartenenza in cui la lingua italiana è scarsa, approssimativa o addirit-tura inesistente.
È essenzialmente per questo che, pur condividendo in tutto o in parte le valutazioni critiche e le contrarietà ai recenti provvedimenti del governo che sembrano voler fare della lingua italiana l’alfa e l’o-mega del diritto stesso degli immigrati più recenti a restare in Italia, il variegato mondo di chi con responsabilità e funzioni diverse si occupa concretamente degli immigrati e delle loro condizioni e prospettive di vita, fa prevalere su ogni altra considerazione o valutazione l’attenzione e l’impegno perché la parti-ta dell’apprendimento dell’italiano si possa giocare al meglio. A favore di coloro che hanno bisogno di superare un test per regolare o stabilizzare la loro posizione, e anche degli altri che non sono tra i destinatari dei recenti provvedimenti ma che di un buon italiano hanno comunque bisogno. At-tenzione e impegno che sono richiesti in ogni caso per evitare che attorno alla questione della certificazione della competenza linguistica possa svi-lupparsi un mercato, legale e anche illegale, di cui ci sono già sintomi evi-denti.


Italiano per stranieri immigrati
Da obbligo a diritto 
a cura di Fiorella Farinelli e Roberto Pettenello
introduzione di Chiara Saraceno
ediesse
collana Materiali
pagine 145
euro 10,00 
ISBN: 9-788823-016033 

 

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