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LIBRI & CONFLITTI. Estratti da SENZA PENSIONI, di Walter Passerini e Ignazio Marini - Chiarelettere
. Libri & Conflitti “La riforma delle pensioni è stata fatta a dicembre 2011, ma sono molte le cose che restano da fare.
Altrimenti l’impressione è una sola: con la rivoluzione previdenziale Monti-Fornero, come hanno fatto tutti i governi, si è solo voluto fare cassa, senza affrontare le questioni di fondo, che restano insolute: l’informazione ai cittadini; la busta arancione; una vera cultura previdenziale; le incentivazioni alla previdenza integrativa”. 
Lo sostengono Walter Passerini e Ignazio Marino, autori del libro SENZA PENSIONI (Chiarelettere editore), che denunciano un abbassamento dell’attenzione sulla questione previdenziale, proprio mentre il sistema contributivo inizia a macinare, riducendo il valore delle pensioni. Sono molte invece le decisioni da prendere, prima che scoppi la bomba previdenziale.

Mercoledì 28 l'intervista a Felice Roberto Pizzuti, docente di Politica economica presso la Facoltà di Economia dell'Università di Roma «La Sapienza»


Le riforme del mercato del lavoro
Che paradosso la legge 196 del 1997, meglio nota dal nome del ministro del Lavoro, Tiziano Treu, che la fece approvare.
Ha introdotto per la prima volta in Italia il lavoro interinale, in affitto, pur con molte cautele e contrappesi, e ciò ha coinciso suo malgrado con l’avvio della bomba previdenziale. Il lavoro interinale, avversato da molti settori sindacali e
politici, viene introdotto in Italia sotto il governo Dini. Treu lo presenta insieme al già citato pacchetto di normative
nell’aprile del 1995. La legge viene approvata il 4 giugno del 1997 dal governo Prodi, che aveva confermato Treu come
ministro del Lavoro. Vietato dalla legge 1360 del 1960 (che proibiva l’intermediazione di manodopera), il lavoro
interinale diventa così legge dello Stato e introduce per la prima volta in Italia, oltre al lavoro temporaneo, anche la
figura degli operatori privati del collocamento, sino a quel momento monopolio di un sistema pubblico inefficace. La legge Treu ha sicuramente avuto un ruolo decisivo nel tentativo di regolamentare le tante forme di lavoro abusivo e in nero, anche se a sua volta non ha potuto mettersi al riparo da altri abusi.
Dopo l’avvio della legge Treu la riforma del mercato del lavoro prosegue con un nuovo articolato impianto normativo, che vedrà la luce nel 2003: la legge 30 e il decreto legislativo 276, chiamati sinteticamente legge Biagi, dal nome del giurista Marco Biagi che l’aveva ideata e che per questo venne ucciso dalle Brigate rosse il 19 marzo del 2002. Questa legge dà un’ulteriore spinta alla diffusione della flessibilità contrattuale, con forti ripercussioni sulle carriere contributive dei cittadini. Quel che va ricordato è
che la legge Biagi, come la stessa legge Treu, prevedeva un ampio e articolato disegno di riforma, che non è stato sino
a oggi ancora completato, e poneva il problema, insieme all’introduzione di nuove formule contrattuali flessibili, della compensazione tra temporaneità del lavoro e nuovo sistema di welfare, disegnata nell’ambito del cosiddetto Statuto dei
lavori: vale a dire un cantiere aperto, che introducesse un insieme di tutele universali di cittadinanza, indipendenti
dalla formula contrattuale adottata, anche sul piano della previdenza e della pensione. Il diritto previdenziale avrebbe
dovuto essere esigibile da parte di tutti, diventando una priorità. Ma non si è andati affatto in questa direzione. Non
solo si è fermata la riforma, ma si è fermato soprattutto il suo corollario di diritti e di tutele previdenziali, tanto che
oggi senza enfasi di può parlare a ragion veduta di bomba previdenziale, il cui timer è già scattato e la cui deflagrazione
è del tutto prevedibile e prevista.

I senza pensione che pagano per gli altri

Ma c’è di più, un paradosso tra i tanti per questa categoria di lavoratori. Oggi, i cosiddetti parasubordinati, coloro
cioè che sono iscritti alla gestione separata dell’Inps (detta anche Inps 2, che si differenzia dall’Inps 1 in cui confluiscono solo i lavoratori dipendenti), pagano le pensioni a coloro che hanno il posto fisso. Il conto è presto fatto. Dall’ultimo rapporto Inps sulla situazione pensionistica in Italia, pubblicato nella primavera 2011, risultano iscritte alla gestione separata 1.720.000 persone. Per alcuni si tratta di una pensione supplementare, per la maggioranza dell’unica risorsa previdenziale. Agli iscritti corrispondono 245.220 pensioni vigenti al 31 dicembre 2010. Si tratta di 701,4 iscritti ogni 100 pensioni, vale a dire molti contribuenti
per pochi assegni riscossi. Il rapporto generale dell’Inps spiega che nel suo complesso in Italia esistono 130 iscritti
ai regimi pensionistici per ogni 100 pensioni. Bene, nel caso dei cosiddetti parasubordinati, per la maggior
parte in giovane età, per due terzi uomini e per un terzo donne, che andranno in pensione tra molti anni, si tratta di
fatto di un sostegno economico alle casse dell’Inps. L’attuale ammontare medio di una pensione a gestione separata è di
1570 euro l’anno: 130 e 95,51 euro al mese, rispettivamente per uomini e donne. Amen. In merito a queste cifre va
precisato (per non indurre in errore il lettore) che il ciclo del metodo contributivo è partito da soli 15 anni e non si è ancora concluso. Dunque 1570 euro si riferiscono a un soggetto che ha versato contributi dal 1996 a oggi.1

Crisi del lavoro e crisi del welfare
Che cosa abbiano creato in un quindicennio le trasformazioni del mercato del lavoro e della previdenza, marciando
in parallelo con l’aumento della flessibilità e il big bang pensionistico, lo capiamo forse solo oggi. Un incremento
delle tipologie contrattuali sfuggito a un certo punto di mano ha creato un esercito di riserva e una quota di forza
lavoro marginale, che ha coinvolto oltre quattro milioni di persone, prevalentemente giovani (va ricordato che tra il
2009 e il 2010 si sono persi 540.000 posti di lavoro, per il 90 per cento si tratta di giovani sotto i 29 anni); la frattura
di un mercato diventato duale, dove è sempre più difficile passare da una tipologia contrattuale all’altra; una crisi del
valore del lavoro così cinicamente rappresentata da livelli salariali indecenti; un’accelerazione della questione previdenziale
e del rischio di una ulteriore frattura generazionale. Urgono soluzioni, ma le uniche soluzioni possibili sono
quelle che cercano di gestire e affrontare insieme flessibilità, precarietà contrattuale, diritti universali di cittadinanza e
pensioni. Per questo ci sembra interessante il disegno di una riforma complessa e articolata come quella proposta
da Tito Boeri, su contratto unico, ammortizzatori sociali e reddito minimo garantito. In un mondo guidato dalla speculazione finanziaria più che dalla creazione di sana ricchezza, in un mondo in cui vince ancora l’economia di carta rispetto alla cosiddetta
economia reale, a qualche incallito professionista del cinismo la questione delle pensioni può apparire una banalità, un
piccolo incidente della storia. Ma così non è, dal momento che riguarda milioni di persone in carne e ossa, che dopo
una vita di lavoro sottopagato rischiano di non avere una pensione decorosa. Per non parlare dei loro figli, per i
quali la parola pensione avrà solo il significato mitologico e irraggiungibile di un welfare da tempo sparito e che non
ci sarà più. In una realtà sempre più difficile da decifrare e da accettare, questo paradosso ha il sapore di uno scherzo
crudele: dovremo lavorare di più; dovremo far entrare più giovani nel sistema della contribuzione; e intanto chiediamo
a chi è già sulla giostra di non scendere, di non passare dallo status di lavoratore contribuente a quello di pensionato,
per ragioni puramente di cassa. Con la solita mancanza di quella lungimiranza che non difetta nemmeno a un piccolo
e onesto ragioniere.

Generazione senza pensione

Il nostro è un paese che da più di 15 anni cresce poco e in cui la produttività è modesta. Un quarto dei circa 43 milioni
di contribuenti dichiara poco o nulla al fisco, e quindi non versa neppure i contributi per la pensione, e un altro
50 per cento dichiara redditi tra i 10 e i 25.000 euro, con versamenti contributivi sotto i 6000 euro l’anno, che corrispondono
a pensioni basse (meno di 600 euro al mese).3 Ma la congiuntura economica negativa di questi ultimi anni ha interrotto molte carriere, costringendo i lavoratori a riposi forzati più o meno lunghi e, quindi, a non alimentare il
proprio salvadanaio previdenziale. L’amaro risvolto del già grave problema del dilagare della disoccupazione è proprio
la sua ripercussione previdenziale. Trentacinque anni di lavoro intervallati nel loro complesso da cinque o dieci anni di mancato versamento di contributi mettono gradualmente l’assegno (già di per sé magro) ulteriormente a dieta, costringendo il lavoratore
a dover posticipare il pensionamento, se vuole sperare di ottenere qualcosa di più dall’Inps. Ma i giovani che si stanno
affacciando al mondo del lavoro sono consapevoli della «questione previdenziale»? Contrariamente a quello che si può pensare, la loro percezione dei temi pensionistici non è poi così scarsa. Secondo un’indagine commissionata dall’Università di
Bergamo e realizzata su un campione di 600 laureati, i giovani si mostrano relativamente informati sulle problematiche
previdenziali che il futuro potrà loro riservare, ma anche e soprattutto molto scettici. È il lavoro la vera urgenza. Solo
il 28,7 per cento degli intervistati, infatti, crede di poter riuscire ad avere un lavoro stabile e un guadagno discreto nei
prossimi anni. Mentre un più consistente 73,4 per cento, pensando ai prossimi 30-40 anni, vede gli italiani molto più
poveri (34,7 per cento) oppure un po’ più poveri (38,7 per cento) di oggi. L’assenza di certezze per il futuro è la prima molla, infatti, che spinge i giovani a vedere il contratto a tempo indeterminato come sogno e come sinonimo di sicurezza sociale. Per il 41,4 per cento del campione è la cosa più importante e desiderabile per i prossimi cinque anni. In una situazione di questo tipo, tutto ciò che non accadrà nel breve periodo è visto come molto lontano. Senza che questo però comporti un disinteresse previdenziale. Anzi,
gli under 35 a tal proposito hanno le idee chiare. Il 75,7 per cento degli intervistati è convinto che i soldi che oggi si versano all’Inps servono per pagare la pensione alle generazioni precedenti. Ma non solo. Una percentuale altrettanto alta, il 75,6 per cento, si mostra abbondantemente convinta che in futuro l’Inps non avrà più i soldi per pagare le pensioni. E soprattutto i giovani (nel 60,4 per cento dei casi) credono che i soldi che versano o che verseranno all’Inps servano per pagare la pensione ai dipendenti statali
e ai politici. E ancora, il 78,2 per cento degli intervistati è comunque convinto che «anche se versa tutti i contributi,
la pensione Inps non consentirà di vivere adeguatamente la vecchiaia». Tuttavia, se i giovani dovessero trovare un modo
per integrare la pensione Inps con altre forme finanziarie, un 28,8 per cento cercherebbe di «avere dei risparmi in banca o dei soldi investiti», un 26,5 per cento punterebbe su «una casa di proprietà», un 24,7 per cento costituirebbe
«un piano di pensione integrativa privato». Fra i laureati è poco diffusa la scelta del riscatto degli anni universitari: il 59 per cento del campione non sa di che cosa si tratta, oppure lo sa, ma non ha informazioni concrete. Una consistente fetta degli intervistati, il 41 per cento, invece, ritiene di avere informazioni esaurienti e aggiornate. A valorizzare gli anni accademici fino a oggi è stato però solo il 13 per cento degli «informati». Per il restante 83 per cento le ragioni della non adesione sono
diverse, prima fra tutte il costo economico. Il riscatto della laurea è considerato una buona forma di investimento per il futuro dal 55,4 per cento dei giovani, e ritenuto di scarso o nullo valore per il 39 per cento.

Senza pensioni,
di Walter PAsserini e Ignazio Marino
Chiarelettere 
collana Reverse 
pagine 171 
euro 13, 90
ISBN 978-88-6190-224-4 
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