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LIBRI & CONFLITTI. Tra un bicchier di whisky ed un caffè Controlacrisi incontra Filippo Manganaro, autore di UN SOGNO CHIAMATO RIVOLUZIONE - Nova Delphi Libri
Libri & Conflitti. Un sogno chiamato rivoluzione, di Filippo Manganaro - Nova Delphi Libri, è un romanzo storico che racconta quella parte di Novecento in cui con maggior forza si espresse “la volontà degli ultimi di tentare la scalata al cielo”. In un brillante stile narrativo, seguendo le vicissitudini di ciò che rimane di una famiglia di ebrei russi - il vecchio tipografo Shlomo e sua nipote Chaya - questo libro propone, attraverso la ricostruzione di episodi poco noti o dimenticati, alcuni dei grandi eventi che hanno caratterizzato il secolo scorso: l’incendio alla Triangle di New York, lo sciopero del “Pane e le Rose” del 1912, l’occupazione della Bassa California da parte dell’armata anarchica partita dagli Stati Uniti in appoggio alla Rivoluzione zapatista, fino alla conclusione in Spagna, nel 1936, con l’ingresso delle Brigate Internazionali a Madrid. Un ritratto appassionato che tra sogni e speranze, tradimenti e sacrifici, vede protagonisti tutte quelle donne e quegli uomini che nella condivisione di un ideale trovarono la strada per il proprio riscatto sociale.

Estratto dal romanzo QUI

Filippo Manganaro è soprattutto un saggista, uno studioso che si è interessato, in maniera estremamente continuativa, della degli Stati Uniti d’America con particolare riferimento alle lotte sociali e sindacali nei periodi di forte immigrazione. Stupisce, e in maniera molto positiva, il suo esordio come romanziere con “Un sogno chiamato rivoluzione” pubblicato da Nova Delphi. La storia dei sopravvissuti di una famiglia ad un pogrom nella Russia zarista, che fuggono negli Stati Uniti cercando libertà e trovando sfruttamento è l’occasione per narrare con passione eguale alla competenza, mezzo secolo di storia dimenticata. E viene spontaneo chiedergli il perché si sia cimentato in un lavoro del genere.
"Non faccio lo scrittore di professione, sono politicamente impegnato e vivo questo tempo col disagio di chi era convinto di poter fare la rivoluzione e ora si sente sotto scacco. L’idea di questo libro nasce da due elementi portanti: quando ho scritto il mio primo testo, un saggio sulle lotte operaie statunitensi, mi erano rimaste troppe cose non scritte, soprattutto sul sindacato IWW, contemporaneamente mi ero accorto che da noi si ha una idea molto sbagliata degli Usa. Dopo il 2001 sentivo anche telefonate a Radio Popolare in cui si diceva “in fondo sono morti dei banchieri” e questo perché si ignora il passato politico di quel grande paese. Le tante speranze portate avanti dai lavoratori. Mi è sembrato utile utilizzare lo strumento del romanzo per raccontare piccole e grandi storie di quelle che i vincitori hanno cancellato e credo sia utile conoscerle oggi anche in Italia. Soprattutto oggi che, come negli Usa, la sinistra è esclusa dal parlamento. I protagonisti legano fra loro le diverse storie che racconto".

A leggerlo torna la speranza di un “sogno che si riafferma”.
«Secondo me viviamo in una situazione particolare in cui sembra che il mondo si sia allontanato. E invece, andando a leggere le storie di un secolo fa ritorna il tema dell’emigrazione, cambiano solo i porti di attracco. Penso allo sciopero dei tessili del Massachusetts quando gli immigrati che parlano diverse lingue riescono a capirsi e diventa vittorioso. Come non paragonarlo allo sciopero dei lavoratori migranti del Salento dello scorso anno. C’è una presa di coscienza simile che parte dall’assassinio di Jerry Masslo e arriva prima alle rivolte di Castelvolturno e Rosarno e poi alla iniziativa consapevole di Nardò. La differenza è che 100 anni fa esisteva ancora un supporto teorico unificante chiamato marxismo. Oggi manca, la chiave di lettura rischia di divenire un verso di montale, “ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”. A livello di massa ci risulta difficile tradurre l’idea di mondo che vorremmo pur essendo certi ideali ancora validi. Io credo che dobbiamo uscire dal guscio per farlo. In fondo questo libro l’ho scritto anche per me, per uscire io da questo guscio.

Cerchi comunque di raccontare la storia in maniera diversa.
«Ci ho provato tenendo conto che la Storia l’hanno scritta finora i vincitori. Qualcuno leggendolo mi ha chiesto perché non ho fatto un tentativo del genere ambientato in Italia. Non ho gli strumenti ma ho pensato che in tanto celebrare dei 150 anni dell’unificazione sarebbe stata una bella idea se si fosse realizzata una collana editoriale in cui i migliori scrittori italiani potevano provare ad adottare un pezzo di territorio e a ricostruire le microstorie di lotta e di riscatto sociale. In tanti paesi non si parla di certi personaggi che sono stati rimossi dalla memoria. Ci sarebbe molto da riprendere per avere più forza di lottare.

Una delle sensazioni che si prova a leggere il romanzo è quella di avere a che fare con un narrare antico. Sembra di sentire risuonare le storie di London.
«Come dicevo faccio fatica a considerarmi uno scrittore. Ho superato i 50 anni e ho scritto solo due libri. Sono soprattutto un lettore onnivoro e credo che il mio modo di scrivere dipenda dalle letture. Di buone letture oggi non se ne trovano molte».

Tra l’altro i libri d London e Twain compaiono e hanno un loro ruolo nel romanzo.
«Qui c’è un elemento autobiografico. Sia io che mia moglie abbiamo l’abitudine di narrare ai nostri figli e mi sembrava perfettamente coerente inserire il Twain che racconta della zattera sul Mississipi».

I personaggi femminili hanno un valore aggiunto nel romanzo.
«Si ci sono numerose donne importanti, molte delle quali realmente esistite. Mi sembrava importante rimetterle al centro in un mondo che ieri come oggi mostra di essere a predominio maschile. Del resto se si pensa a quanto tardi si è arrivati al diritto di voto. Ma ritengo inaccettabile dimenticare persone come Clara Mendish. Sembra assurdo ma anche nei testi degli storici della sinistra americana si faticano a trovare le tracce di certi grandi donne che invece hanno costituito l’ossatura dei movimenti di lotta»

Comunque, senza voler anticipare nulla della trama, alla fine della lettura si resta con l’idea che la rivoluzione non debba essere solo un sogno?
«Assolutamente d’accordo. Mi veniva in mente l’altro giorno Peppino Alberganti, ex partigiano segretario della Camera del lavoro di Milano che io ho conosciuto già anziano. Mi raccontava di quello che gli diceva il nonno “Tu si che sei fortunato. Vedrai la rivoluzione e il socialismo”. Oggi in fondo è la stessa storia. La mia generazione e temo anche quella dei miei figli non la vedranno. Ma ricordare e tramandare le storie di chi ci ha preceduto possono essere uno stimolo e un patrimonio per chi ci proverà un domani».

Un sogno chiamato rivoluzione,
di Filippo Manganaro
Nova Delphi Libri
collana Contemporanea
pagine 268
euro 16,00
ISBN 9-788897-376064 

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