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Estratto da LAVORO VIVO, AA. VV. - Alegre Racconto: IL RICORDO AMARO DI UN'ASSENZA, di Stefano Tassinari (e per ricordarlo, per Noi, le parole di Checchino Antonini)
. Libri & Conflitti Lavoro vivo, AA. VV. Alegre. Questo libro nasce da un’idea della Fiom di Bologna. La motivazione che ha ispirato il sindacato metalmeccanico è stata quella di parlare del lavoro attraverso l’immaginazione di dieci autori e autrici di qualità.
Dieci racconti che parlano di storie molto diverse tra loro. Spesso si intrecciano e si sovrappongono, come sul tema della sicurezza e delle morti sul lavoro che ricorre come sintomo di una lettura tragica della condizione lavorativa, di ieri e di oggi. Ma emerge in forme originali anche la narrazione del lavoro migrante e la sua presenza pervasiva nell’economia italiana, il ricordo del lavoro di inizio Novecento, con la tragedia che ha dato vita all’8 marzo, il confronto crudo e diretto con la figura simbolica del “padrone”, lo spettro dell’amianto, la precarietà come fonte di ricatto. Storie di lavoro e di rabbia, dietro le quali, come in ogni vita reale, fanno capolino sprazzi di solidarietà, cumuli di speranze, storie d’amore che accarezzano personaggi altrimenti atterriti. Dieci racconti che spezzano il silenzio sul lavoro reale, e fanno del “lavoro vivo” il protagonista del libro. Come scrive Bruno Papignani, segretario Fiom di Bologna, nella postfazione: «Gli autori di questi racconti si sono spesi, hanno prodotto qualcosa di bello e di utile: bello e utile anche per me, quindi; qualcosa che ti arriva addosso violento come un pugno nello stomaco, qualcosa che però, subito dopo, passato il dolore iniziale, si trasforma».
Autori: Gianfranco Bettin, Giuseppe Ciarallo, Maria Rosa Cutrufelli, Angelo Ferracuti, Marcello Fois, Carlo Lucarelli, Milena Magnani, Giampiero Rigosi, Stefano Tassinari, Massimo Vaggi.
Per Noi uno stralcio tratto dal racconto di Stefano Tassinari IL RICORDO AMARO DI UN'ASSENZA e le parole di Checchino Antonini.


Mercoledì prossimo la recensione



L’avrei voluto crescere io questo figlio, per poi tessere le
lodi delle sue corse e le trame della sua vita. Per puro egoismo,
e non per altro, ho preferito stargli distante quando
gli sarei dovuto essere vicino, mettendo sua madre a parare
ogni conflitto, a separarlo dalle scuse con cui mi defilavo
e a proteggere non lui, ma me stesso dal mio ruolo di padre,
tanto discusso quanto inefficace. E a proteggermi di
nuovo, ora, sono le luci basse di questa stanza d’ospedale,
o forse sono io a credere di sentirmi accolto nella mancata
accoglienza di un luogo come questo, ben poco illuminato
per partito preso e destinato al dolore dell’attesa. Nel silenzio
di fondo, l’unico suono arriva dal ritmo preciso delle
macchine, tarate sul suo respiro regolare, eppure così pieno
di scompensi. Le quarantotto ore, che i medici di qui
chiamano “canoniche”, sono trascorse senza che un solo
movimento del suo viso mi facesse pensare a una barriera
che si assottiglia, a una speranza che ti viene incontro, o a
un sentimento positivo che, almeno per un istante, prevalesse
sulla mia rassegnazione. Lo so che non dovrei, ma non
riesco a togliermi di dosso le polveri sottili posate sul mio
senso di colpa, perché sono stato io, in fondo, a spingerlo
verso quel lavoro da moderna schiavitù, sette euro all’ora il
giorno dopo una chiamata telefonica, tre dei quali in busta
paga e gli altri quattro infilati in un’altra busta, una qualsiasi,
bianca come l’assenza di regole, o come il pallore delle
nostre facce quando siamo incapaci di essere ribelli persino
per l’attimo fugace di un gesto di diniego. Gliel’avevo detto
a Richy: C’è la crisi e questa volta è destinata a durare per
anni, e poi gli imprenditori – o avevo usato il termine “padroni”?
Non so, non me lo ricordo – fanno tutti così, prendere
o lasciare, e se tu rinunci stai tranquillo che dietro di
te si forma subito la fila, con qualcuno disposto a prendere
anche di meno. E io l’ho vista la tua espressione perplessa,
quella di chi si domanda: Ma come, proprio mio padre si
mette a fare certi discorsi, uno che è sempre stato dalla parte
degli operai anche quando in fabbrica era un “colletto
bianco”? Ebbene sì, lo ammetto, e non solo riconosco che
quelle parole erano le mie, ma se possibile ho fatto anche
di peggio, come quando mi sono messo a calcolare ad alta
voce i tuoi potenziali guadagni, moltiplicando sette euro
per otto ore al giorno e poi cinquantasei per quindici giorni
di lavoro al mese (ma potrebbero essere di più, ti ho ricordato,
e allora…), il che fa ottocentoquaranta euro al mese,
e considerando che in caso di bisogno la mamma ed io potremmo
darti un aiuto (lo so, tu sei contrario, ma credimi,
per noi non sarebbe un problema), be’, ce la potresti fare
a trasferirti nella casa dei tuoi amici, dove un posto letto
costa solo duecento euro (solo? Sì, tocca dire così…) e con
il resto, stringendo un po’ la cinghia…. D’altronde, ti ho
ripetuto per l’ennesima volta, abbiamo fatto così anche tua
madre ed io, studiando e lavorando nello stesso tempo: lei
faceva la babysitter, ma anche la cameriera in una pizzeria
nei fine settimana; io, invece, passavo cinquanta giorni l’anno
nel piazzale di uno zuccherificio a pesare i camion pieni
di barbabietole, un mese d’estate a raccogliere la frutta
nei campi e molte altre giornate ad aiutare un imbianchino
a dipingere le pareti delle case. Subito dopo, cambiando
discorso all’improvviso, mi hai chiesto: E se dovesse succedermi
qualcosa? Ti rendi conto che l’imprenditore edile
Giacometti, titolare della ditta dalla rassicurante denominazione
di “Un piano dopo l’altro”, non pagherebbe nulla?
Eh sì, perché nella mia busta paga non ci sarebbe scritto che
guadagno tre euro l’ora (troppo sporca!), bensì che vengo
regolarmente pagato, in qualità di apprendista, per lavorare
sì e no una settimana al mese, in base alle esigenze dell’impresa.
Sono due giorni che m’interrogo sul motivo di quella
tua domanda. Sesto senso? O semplice bisogno di mettere
in crisi le mie certezze? Ancora non so darmi una risposta.
So solo che, a poco più di un mese dalla tua assunzione,
due mattine fa te ne stavi ai piedi di un ponteggio quando
un carico, sgusciato fuori chissà da dove, ti è arrivato dritto
sulla testa, e a poco è servito quel tuo caschetto di plastica
gialla che, con orgoglio, mi dicevi di non toglierti mai dal
capo, anche per dare l’esempio a certi tuoi colleghi stranieri
ai quali nessuno ha mai spiegato l’importanza della sicurezza
nei cantieri. A cosa staranno pensando quei manovali
bulgari e moldavi, gli stessi che – me lo immagino – hanno
preferito avvertire il padrone prima di chiamare un’ambulanza,
magari perdendo tempo prezioso per salvarti la vita?
Mah, forse hanno pensato che è toccato a te e non a loro,
ma anche che la ruota della sfortuna gira e prima o poi…
Oppure, ancor più banalmente, che è tutta colpa del destino,
cinico e baro come nella miglior tradizione dei film
western. (...)


LAVORO VIVO, AA. VV.
Alegre
postfazione: Bruno Papignani
prezzo: 14.00 euro
pagine: 192
ISBN: 9788889772744
 
L'omaggio a Stefano Tassinari di Checchino Antonini QUI 
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