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LIBRI & CONFLITTI. Intervista a Michela Giachetta, autrice di ASSALTO AL CIELO. La classe operaia va sui tetti FANDANGO

Libri & Conflitti. Fabbriche che tagliano gli organici e aziende che chiudono. Proprio da quest'agghiacciante e triste realtà nasce Assalto al cielo. La classe operaia va sui tetti, di Michela Giachetta, Fandango. Gli uomini "senza futuro" protagonsti di questo libro diventano questi duecento milioni di uomini nel mondo rovinati dalla crisi economica mentre in Italia, nello specifico, la disoccupazione sfiora ormai il 10% e spesso i 400mila lavoratori in cassa integrazione e quelli licenziati si ritrovano costretti persino a essere invisibili e senza voce. Questa è la drammatica realtà di un paese come il nostro, dove oggi gli operai, i ricercatori, dalle piazze salgono sui tetti per denunciare le loro pessime condizioni e si organizzano per restarci a lungo. La Giachetta per realizzare questo libro ha visitato aziende e istituti di ricerca (Ispra, Novaceta, Kss, Yamaha, Merloni...), incontrato lavoratori e lavoratrici che hanno raccontanto le loro dure esperienze. Spesso si tratta di storie che vedono come protagonisti persone di cinquant'anni e per i quali rimettersi "in gioco" non è uno scherzo di parole, ma una dura condizione di vita.


Estratto dal libro QUI


Coma nasce Assalto al cielo. Negli ultimi anni precari, disoccupati, cassintegrati sono tornati di nuovo in piazza facendo molto "rumore", lottando per i propri diritti, manifestando, ma anche attraverso i flash mob. Poi hanno iniziato a occupare i tetti. Raccontaci la tua esperienza di lavoro.
Questo libro nasce chiacchierando con un collega davanti alle macchinette del caffè. Da quasi tre anni io e i miei colleghi abbiamo un contratto di solidarietà: si lavora tutti, si lavora meno. Sono partita dalla situazione della nostra redazione e ho allargato lo sguardo, cercando di capire se e come si poteva e si può reagire di fronte a una crisi che sembra non avere fine. Mi sono venuti in mente i lavoratori saliti su tetti, monumenti, gru, per non essere più invisibili. E mi sono chiesta che cosa fosse successo a loro, alle loro aziende, una volta scesi di nuovo a terra. Ho fatto qualche ricerca, per capire se qualcuno avesse scritto qualcosa sul “dopo”, trovando poco e nulla. Per rispondere al mio interrogativo, per capire se l’assalto al cielo era servito o meno allo scopo che i lavoratori si erano prefissati mi sono messa in moto, prendendo treni e aerei, alla scoperta anche della provincia italiana. Ho visitato fabbriche vuote, piene di un silenzio assordante, conseguenza del fatto che i macchinari si erano fermati, sentito la puzza della gomma bruciata che trasudava dai muri di una azienda chiusa, ho pranzato coi lavoratori e condiviso con loro alcune giornate, per avere il quadro più completo possibile della situazione. Mi hanno invitato a pranzo, portato in giro per la città, mostrato il dietro le quinte della loro protesta e tutte le loro preoccupazioni per un futuro che oggi è più che mai incerto. Nel libro fotografo la situazione di due anni di lotta, dal 2009 alla fine del 2011, di fatiche, di rinunce e di disillusioni. Le voci, i punti di vista sono quelli dei lavoratori che ho incontrato.

Il problema della precarietà e della disoccupazione negli ultimi anni sta coinvolgendo, purtroppo, differenti generazioni. Tu stessa hai visitato dieci aziende, conosciuto dieci realtà differenti e avrai potuto notare che oggi accanto ai neo laureati manifesta la generazione dei quarantenni, cinquantenni, che vengono tagliati dalle aziende, e che poi, più dei giovani faticano nella possibilità di una nuova occupazione. Che idea ti sei fatta confrontandoti con chi occupa i tetti?
Sono stati soprattutto i 50enni a salire sui tetti, quella generazione che fino a ieri aveva il famoso posto fisso e che dalla mattina alla sera si è ritrovata in mezzo a una strada senza alternativa. Persone troppe giovani per andare in pensione, ma sono allo stesso tempo considerate troppo vecchie per rimettersi in moto. Un operaio della Yamaha mi ha detto: “Siamo saliti sui tetti, per non finire sotto i ponti”. Una frase che riassume la disperazione, ma anche la dignità di quei lavoratori. Che hanno provato in tutti i modi a tornare visibili, a far accendere i riflettori sulla loro situazione, ma solo in pochi casi sono riusciti ad ottenere ciò per cui hanno lottato. L’idea che mi sono fatta è che oggi i 50enni hanno perso la speranza di poter ritrovare un’occupazione nel momento in cui la perdono. <Se non trova un posto un 30enne come posso sperare di trovarlo io?>, mi ha detto un altro operaio 50enne. Per cui a loro non resta che protestare nel modo più eclatante possibile, aggrappandosi in tutti i modi alla loro azienda, a quella stessa azienda che fino a ieri aveva garantito loro il pane e che oggi li mette in cassaintegrazione.

Crisi. Occupazione e solidarietà. Punti in comune tra la varie aziende in cui sei entrata e differenze.
Nel libro, fra le altre, racconto la storia della Yamaha, che è una multinazionale e quella dell’Innse, azienda metalmeccanica oggi in mano a un gruppo bresciano di imprenditori. C’è anche un capitolo dedicato all’Ispra, istituto per la ricerca ambientale. Mondi distanti, ma uniti dalla crisi che ha colpito in maniera trasversale tutti i settori. Ogni azienda però ha una storia a sé, così come ogni singolo lavoratore. Fra le cose in comune in tutte le aziende visitate c’è la necessità dei lavoratori di farsi sentire, di non subire passivamente scelte altrui. C’è anche l’attaccamento alla propria fabbrica. “Se il padrone se ne va da qui lui ha un’alternativa, noi no. Noi a queste macchine abbiamo fatto la balia per anni, sappiamo meglio di lui se e come funzionano”, è un discorso che ho sentito spesso nelle varie fabbriche che ho visitato. E spesso ho riscontrato la solidarietà fra i lavoratori e fra chi dalle fabbriche stava fuori, si è creata una rete che ha unito chi protestava e i cittadini che passavano da quelle parti, pronti a dare una mano a chi era in cima a un tetto.  Differenti sono invece tutte le storie, o meglio i dettagli di ogni storia, che rendono ogni vita unica.

Gli operai di oggi e le proprie storie. Quanto è presente questa necessità di dare voce alle loro storie e in che modo?
Hanno bisogno di visibilità, di qualcuno che si interessi alla loro situazione di crisi e se ne faccia carico. E hanno imparato, a loro spese, che quella visibilità è più facile ottenerla se si finisce su un giornale o in un tg. Anche per questo i lavoratori si sono arrampicati su tetti e monumenti. Un gesto eclatante, che prima del 2009 non era mai stato fatto.  

Ne abbiamo parlato poc'anzi: l'Ispra, l'Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, è una delle occupazioni che hai visitato e che dopo diversi anni ha visto, sebbene solo in parte, un finale positivo con 450 assunzioni, anche se di queste 200 sono legate al Governo Prodi, quando all’epoca non esisteva ancora l’istituto come fusione di Apat, Infs e Icram, ma i tre enti operavano indipendentemente l’uno dall’altra. Speranze e delusioni di chi hai incontrato.
I lavoratori dell’Ispra mi hanno parlato delle loro borse di studio, della gavetta che per alcuni è finita, ma per altri no. Delle difficoltà a svolgere un lavoro in un presente in bilico e senza garanzie per il futuro. Eppure loro, i ricercatori hanno proprio il compito di garantire a noi, a noi cittadini, un futuro migliore, con città meno inquinate e un mare più pulito. Ma come si può pensare di riuscire a lavorare per un domani migliore da un punto di vista ambientale, se non si riesce nemmeno a immaginarlo un futuro lavorativo? Quando li ho incontrati ad aprile e poi a metà maggio dello scorso anno, le speranze di ottenere un contratto a tempo indeterminato erano ridotte ai minimi termini, ma hanno continuato a lottare. E qualche risultato lo hanno avuto, a fine 2011 alcune assunzioni sono state fatte. Oggi c’è la delusione di chi è rimasto fuori dal gruppo degli assunti, dopo anni e anni di borse di studio e contratti a termine. Ma non si sono ancora dati per vinti.

Quanto è difficile oggi per una giornalista precaria realizzare un lavoro di questo tipo e quanto ha inciso nella tua formazione professionale e per la tua crescita personale? C'è qualche aneddoto, impressione o ragionamento in relazione "alla classe operaia" che ha scelto di salire sui tetti di cui vuoi parlarci?
Ho incontrato i lavoratori nelle mie settimane di solidarietà, quando ero forzatamente a casa dal lavoro. Mi ha spinto a partire la voglia di sapere che cosa era successo a operai e ricercatori, ma anche la rabbia per una situazione lavorativa di incertezza che coinvolge tutto il settore del giornalismo, considerato che gli stati di crisi nei giornali sono sempre più diffusi. Il fatto di vivere in prima persona quelle difficoltà legate alla crisi economica, da un lato, ha reso più complicato il lavoro. Ma dall’altro è stato lo strumento per capire meglio i lavoratori finiti in cassa integrazione, che vivono un presente decisamente più difficile del mio. Questo libro inoltre mi ha permesso di entrare in un mondo che non conoscevo che è quello della fabbrica e mi ha permesso di confrontarmi con le preoccupazioni, le speranze di ogni operaio. Quando si parla del mondo del lavoro spesso si dimentica che dietro le cifre, dietro ogni cifra, c’è una faccia, una storia, una vita. Ho voluto raccontare quelle lotte e quelle facce, mettendomi in gioco anche io. Anche per questo scrivere Assalto al cielo è stata un’enorme esperienza professionale, ma anche un’importante esperienza di vita.



Assalto al cielo. La classe operaia va sui tetti
Michela Giachetta
Fandango
collana Documenti
prefazione di Francesco Piccolo
pagine 200
euro 14,00
ISBN 9-788860-442338

 

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