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LIBRI & CONFLITTI. Estratti da L'AMORE AI TEMPI DELLA TELECOM, di Carmelo Albanese - Edizioni Ensemble (con invito alla presentazione a Roma)
. Libri & Conflitti. L'amore ai tempi della Telecom (Edizioni ensemble). Un romanzo attuale e intelligente questo di Carmelo Albanese dove il lettore può tristemente specchiarsi ritrovando nell'intera storia la complessa e dunque precaria vita dei lavoratori di oggi e degli utlimi anni.
L'azienda Trip che da pubblica diventa privata, la Globalcom, lo sciopero dei lavoratori, la rabbia di questi che tuttavia si sentono costretti a vivere nella logica del "lega l'asino dove il padrone vuole", le intricate relazioni che nascono tra i lavoratori e tra questi troviamo Christian e Maria, protagonisti della storia. Il mobbing, i manger e i target. Chi si ribella per non cedere alla possibilità di uscire dall'azienda con un incentivo.
Intorno a tutto questo si evolve la storia dell'intero romanzo che tocca momenti fondamentali della storia italiana dagli anni '90: dalla Legge Biagi, al G8, la morte di Carlo Giuliani... Globalcom è per eccellenza "il luogo" del romanzo: un'azienda che l'autore lega a Macondo, la città immaginaria di Cent'anni di solitudine. Un legame forte che nasce dal clima di sospensione tra finzione e realtà che da Macondo possiamo ritrovare nella Globalcom. "Due realtà parallele e commensurabili", come scrive Albanese.
L'amore ai tempi della Telecom è un romanzo che parla di noi, dei lavoratori, delle relazioni umane e intricate che nascono all'interno dei posti di lavoro, ma anche della ricerca di una libertà che prima di tutto rende i lavoratori Uomini. 
"Quando un lavoratore dice basta al padrone non inizia solo la sua libertà personale. Inizia la libertà di un popolo".

Mercoledì sarà online l'intervista all'autore

Il libro sarà presentato a Roma presso il CINEMA AZZURRO SCIPIONI (via degli Scipioni, 82) mercoledì 23 maggio ore 18, 30 con Fabio Sebastiani, giornalista (capo servizi del Lavoro di Liberazione), Isabella Borghese, giornalista. Introduce l'editore Massimiliano Coccia. Partecipa l'autore.


Era tanto che me ne parlava. Ogni volta che veniva nella mia
libreria per acquistare un libro accennava all’argomento. Ai
quattordici anni passati in Globalcom come dipendente. A
quello che gli era capitato di vedere. Di vivere. A come tutte le
vicende più contorte del Paese fossero intrecciate agli eventi assurdi
vissuti in azienda.
Gli dissi che sarebbe stato utile raccontarli in un libro. Non
sapeva da che parte cominciare. Non voleva soffrire di nuovo. A
me però raccontava tutto. Pensai che dovesse passare un po’ di
tempo prima che potesse essere in grado di scrivere. Quando mi
resi conto che le notizie riportate dai giornali si intrecciavano ai
suoi racconti, fui più decisa nell’invitarlo a raccontare. Si decise.
Voleva partire da un titolo. Partiva sempre dal titolo. Ogni
volta che scriveva un libro si sentiva come un bambino che si
appresta a svolgere un tema. Cercava un consiglio da me. Gli
dissi che le sue vicende aziendali somigliavano a uno qualsiasi
dei racconti di Márquez. Parlava della Globalcom come fosse
un’epidemia. Come se tutte le aziende passate dal pubblico al
privato nel giro di pochissimo tempo fossero l’equivalente di
una malattia infettiva. Gli suggerii il titolo L’amore ai tempi della
Globalcom. Sostituendo la parola colera del libro originale,
con il nome della sua azienda. Ne fu entusiasta. L’unica obiezione
che mi fece è che la Globalcom non la conosceva nessuno. Ci
voleva un nome più evocativo. L’amore ai tempi della Telecom
suonava meglio. Nei racconti della sua storia da impiegato c’era
anche una relazione d’amore che non si concretizzava mai. Che
si realizzava nell’attesa. Proprio come nel libro di Márquez. Nel
quale i due protagonisti si lasciano a vent’anni per ritrovarsi a
ottanta. D’un tratto perse l’entusiasmo. Il titolo andava bene,
ma non poteva essere un riferimento. La sua storia d’amore con
la collega non era stata solo un’attesa. L’aveva vissuta, eccome.
Semmai l’aveva legata troppo ai tempi e agli ambienti tossici del
lavoro. Il loro universo affettivo finì per coincidere con il perimetro
aziendale. Erano molti i rapporti d’amore che nascevano
e si consumavano sulla moquette degli uffici. Dove si rimaneva
dalle otto alle dodici ore al giorno. In una costante condizione
di assenza. Cent’anni di solitudine gli sembrò il libro più adatto
per orientare i suoi racconti. Nel capolavoro di Márquez si respirava
lo stesso clima di sospensione costante tra la finzione e
la realtà vissuto in azienda. Macondo e la Globalcom erano due
realtà parallele e commensurabili. I patriarchi delle varie dinastie
dei Buendía a Macondo erano identici ai vari presidenti della
multinazionale. Si alternavano velocemente nella poltrona
principale già ai tempi del lavoro fisso. Quando ancora la Globalcom
si chiamava Trip ed era una società pubblica. In seguito
sarebbero arrivati i gringos delle compagnie bananiere a sostituire
i patriarchi. Proprio come a Macondo. Accaparrarono tutto
con violenza inaudita. E le donne di Globalcom? Erano del tutto
simili a quelle narrate in Cent’anni. Sembravano esistere da
sempre. Fedeli e devote. Sponde perfette per i patriarchi. Durante
le scorribande dei predoni del capitale, le fedelissime divennero
meretrici. I patriarchi dittatori. I dirigenti seviziatori.
Non ci pensò un minuto di più.
Non fu difficile ricreare il corto circuito culturale che avvicinava
la Globalcom a Macondo. Ai dipendenti avrebbe dato i no9
mi degli apostoli. Poi c’erano loro due. Christian e Maria. Due
nomi molto impegnativi. I gringos li accostò a noti nazi-fascisti.
I presidenti dell’azienda alle feste religiose. Più importante della
loro identità era il fatto che si alternassero ciclicamente sulla scena.
Alle donne che avrebbero potuto portarlo fuori dalla trappola,
diede nomi di fiori. Fiori che lui non colse. Poi c’erano i sindacalisti.
Dovevano ricordare, già nel nome, la tradizione del sindacalismo
italiano. L’architetto era solo “l’architetto”. Come
“l’ingegnere”. Identificati solo dal titolo. I compari dell’ingegnere
rimandavano alla più cruenta criminalità italiana. Poi decise di
far parlare spesso i personaggi per proverbi. Nel libro li alternò ai
modi di dire. Al latino. Alle parole del liberismo. La religione intrecciata
al fascismo. Infarcita di detti popolari. Contaminata
dalla modernità. Le sedi degli uffici le trasformò in famosi istituti
di pena. Pensò solo per un attimo a un libro d’inchiesta. Sarebbe
stato inutile. La normalità lavorativa era più sconvolgente di
qualsiasi scandalo. Avrei dovuto correggergli le bozze. È un lavoro
odioso, ma questa volta lo feci con piacere. D’altronde ero stata
proprio io a consigliargli di scrivere.
– Il libro lo scrivo io, ma tu fai in modo che sembri scritto
da te. Deve tenere conto delle chiacchierate che ci siamo fatti.
Mi disse solo questo prima di consegnarmi le prime pagine
che aveva cominciato a scrivere.
Molti anni dopo di fronte al plotone di esecuzione il colonnello
Aureliano Buendía si sarebbe ricordato di quel remoto pomeriggio
in cui suo padre lo aveva condotto a conoscere il ghiaccio.
Come Aureliano Buendía, così Christian, solo diversi anni
dopo l’uscita da Globalcom si sarebbe ricordato del remoto periodo
passato in azienda. Di fronte agli scandali che coinvolsero
molte aziende, vide riaffiorare da luoghi dimenticati della sua
memoria e da leggere cicatrici sulla pelle e nell’anima, i volti
opachi dei colleghi.
Ripensò ai mostri che aveva combattuto in assoluta solitudine.
Ai manager. Così simili ai gringos della compagnia bananiera
di Márquez. Alle perfide donne del management che avevano
cercato di licenziarlo sulla croce. Alle altre donne appassionanti
del pianeta Globalcom. Avvinghiate alla scrivania come se fosse
la loro seconda casa. Era possibile che un posto così assurdo fosse
esistito realmente? Come aveva fatto a lavorarci per quattordici
anni? Poi venne a sapere che altre ottomila persone stavano
per essere licenziate. D’un tratto s’impaurì. Temette di vederle
di nuovo in libertà. Riversate per via dei nuovi licenziamenti nel
mondo reale. Fotografie che si sarebbero staccate dai badge per
ricongiungersi al mondo. Era venuto il momento di raccontarli.
Cominciò dall’inizio. Da quando entrò in Trip.

(...)
L'economia dello shock
I colonnelli Buendía che si alternarono alla guida di Globalcom
fecero peggio di Aureliano a Macondo. Rovesciarono
l’azienda con l’intento di sfasciarla. I nuovi colonnelli sfuggirono,
come Aureliano, a qualsiasi forma di rappresaglia.
Il colonnello Buendía promosse trentadue sollevazioni armate e
le perse tutte. Ebbe diciassette figli maschi da diciassette donne diverse,
che furono sterminati l’uno dopo l’altro in una sola notte, prima
che il maggiore compisse trentacinque anni. Sfuggì a quattordici
attentati, a settantatré imboscate e a un plotone di esecuzione.
Sopravvisse a una dose di stricnina nel caffè che sarebbe bastata ad
ammazzare un cavallo. Respinse l’ordine del merito che gli conferì
il Presidente della Repubblica.
Furono così improvvisi nelle azioni distruttive, che proprio la
repentinità dell’offesa consentì loro di eludere le proteste. I cambiamenti
messi in atto dai nuovi colonnelli gli parvero così sistematici,
da essere per forza riconducibili a un progetto preciso.
Sembrò l’inizio di una vera e propria guerra. Passarono dal disordine
generale preliminare, allo stato di polizia vero e proprio.
A Christian sembrò così orribile quello che vide, che scomodò
nella testa analogie pesanti. Pensò al nazismo, ai suoi generali
e alle deportazioni.
I cittadini tedeschi, ai tempi del führer, non vedevano l’orro124
re dei campi di concentramento costruiti davanti alle loro case.
L’atteggiamento del popolo tedesco sembrava molto simile alla
politica dello struzzo dei dipendenti.
Il lavoro rende liberi era scritto sul cancello del campo di Auschwitz,
ma Il lavoro rende liberi era anche l’adagio con il quale,
da padre a figlio, si perpetuava la tradizione del lavoro come
momento di emancipazione. Era l’inganno di base.
Si rendeva conto che il paragone con i nazisti potesse essere
esagerato, ma era come se il progetto di desertificazione aziendale
lo avessero studiato le stesse persone. Per i campi di sterminio
c’erano stati milioni di morti. Una guerra mondiale.
Adesso ci sarebbero stati milioni di licenziati in tutto il mondo
e una crisi economica globale. Le metodologie attraverso le
quali avrebbero raggiunto gli obiettivi dovevano essere analoghe.
Non si fecero mancare nulla i nuovi gringos. Non mancarono
neppure i morti nelle ristrutturazioni di Globalcom. Più
i gringos erano plateali nei loro metodi, più i dipendenti le accettavano
con rassegnazione. Era una tecnica. Sembrava che
stessero mettendo in pratica i dettami contenuti nel diario di
Hitler. Il Mein Kampf.
Christian ebbe sempre la stessa visione durante tutto il periodo
in cui visse le prepotenze dei gringos. Pensava a Erich
Priebke. A una sua intervista ascoltata qualche tempo prima.
Descriveva con lucida razionalità le mostruosità che erano dietro
lo sterminio. Le parole del gerarca nazista avevano un tono
freddo. Lasciavano trapelare una crudeltà scientifica. I nuovi
gringos sembravano ispirarsi alle parole di Priebke. Gli consigliai
ancora di leggere Shock economy di Naomi Klein. Smascherava
la matrice criminale del neo-liberismo. Continuavo a trovare nel
libro molte conferme alle sue impressioni.
Ricordo il suo entusiasmo quando iniziò a leggerlo.
[…] Sto scrivendo un libro sullo shock. Su come i paesi sono scioccati
– dalle guerre, dagli attacchi terroristici, dai colpi di Stato e dai
disastri naturali. E poi su come vengono scioccati un’altra volta –
dalle grandi aziende e dai politici che sfruttano la paura e il disorientamento
di quel primo shock per imporre la shockterapia economica.
E poi su come le persone che osano opporre resistenza a questa
strategia dello shock vengono, se necessario, scioccate per la terza
volta – dalla polizia, dai soldati e dagli interrogatori in prigione. […]
(Shock economy, Naomi Klein, Rizzoli, Milano, 2008)
Era l’unico che potesse sospettare l’esistenza di un piano generale
in grado di spiegare la barbarie che misero in piedi in Globalcom.
Doveva essere la palestra d’Europa. Il laboratorio dove sperimentare
le soluzioni proposte dalla scuola liberista di Chicago.
Riassumibili nel motto “come liberarsi del più alto numero di dipendenti
e moltiplicare la ricchezza dei manager, senza darlo a vedere”.
Occorreva fare tabula rasa. Lo scriveva anche la Klein.
La prima fase era il de-patterning, “decondizionamento”, il cui
scopo era straordinario: riportare la mente a uno stadio che Aristotele
avrebbe definito come una tavoletta da scrittura su cui non è
stato ancora vergato nulla – una tabula rasa. […]
(Shock economy, Naomi Klein, Rizzoli, Milano, 2008)
La scuola liberista di Chicago, alla quale i gringos delle varie
compagnie bananiere facevano esplicito riferimento, prendeva
effettivamente spunto dalle teorie del nazismo. Non erano sue
impressioni esagerate. Era proprio così.
È un’amara ironia che quando la shockterapia fu prescritta in Russia
e in Europa orientale, i suoi dolorosi effetti furono spesso giu126
stificati come l’unico modo per prevenire il ripetersi delle condizioni
che nella Germania di Weimar avevano consentito l’ascesa
del nazismo. La disinvoltura con cui decine di milioni di persone
sono state escluse dagli ideologi del libero mercato ha riprodotto
condizioni di tensione che presentano inquietanti affinità con
quelle della Germania: popolazioni fiere che si considerano umiliate
dalle forze straniere, e cercano di riconquistare l’orgoglio nazionale
scagliandosi contro i più vulnerabili tra i loro pari.
(Shock economy, Naomi Klein, Rizzoli, Milano, 2008)
Sette anni dopo incontrò casualmente Priebke. Fu proprio
l’incontro con lui a spingerlo definitivamente a scrivere. 

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