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LIBRI & CONFLITTI. L'intervista a CARMELO ALBANESE, autore di L'AMORE AI TEMPI DELLA TELECOM - edizioni ensemble
. Libri & Conflitti. L'amore ai tempi della Telecom (Edizioni ensemble). Un romanzo attuale e intelligente questo di Carmelo Albanese dove il lettore può tristemente specchiarsi ritrovando nell'intera storia la complessa e dunque precaria vita dei lavoratori di oggi e degli utlimi anni. 
L'azienda Trip che da pubblica diventa privata, la Globalcom, lo sciopero dei lavoratori, la rabbia di questi che tuttavia si sentono costretti a vivere nella logica del "lega l'asino dove il padrone vuole", le intricate relazioni che nascono tra i lavoratori e tra questi troviamo Christian e Maria, protagonisti della storia. Il mobbing, i manger e i target. Chi si ribella per non cedere alla possibilità di uscire dall'azienda con un incentivo. 
Intorno a tutto questo si evolve la storia dell'intero romanzo che tocca momenti fondamentali della storia italiana dagli anni '90: dalla Legge Biagi, al G8, la morte di Carlo Giuliani... Globalcom è per eccellenza "il luogo" del romanzo: un'azienda che l'autore lega a Macondo, la città immaginaria di Cent'anni di solitudine. Un legame forte che nasce dal clima di sospensione tra finzione e realtà che da Macondo possiamo ritrovare nella Globalcom. "Due realtà parallele e commensurabili", come scrive Albanese. 
L'amore ai tempi della Telecom è un romanzo che parla di noi, dei lavoratori, delle relazioni umane e intricate che nascono all'interno dei posti di lavoro, ma anche della ricerca di una libertà che prima di tutto rende i lavoratoriUomini. 
"Quando un lavoratore dice basta al padrone non inizia solo la sua libertà personale. Inizia la libertà di un popolo".


Il libro sarà presentato a Roma presso il CINEMA AZZURRO SCIPIONI (via degli Scipioni, 82) mercoledì 23 maggio ore 18, 30 con Fabio Sebastiani, giornalista (capo servizi del Lavoro di Liberazione), Isabella Borghese, giornalista. Introduce l'editore Massimiliano Coccia. Partecipa l'autore.




Estratto dal libro QUI


L’amore ai tempi della Telcom. Il titolo rievoca fortemente Marquez, così come l’intera storia del libro nasce da un forte parallelismo tra la Trip, l’azienda del tuo romanzo, e Macondo, la città di Cent’anni di solitudine. Nelle prime pagine del romanzo scrivi: “Macondo e la Globalcom erano due realtà parallele e commensurabili”. La prima è la città immaginaria di Marquez, la seconda è la Trip privatizzata. Come nasce questo parallelismo, che peraltro in tutto il romanzo calza perfettamente a partire dal luogo ma anche dalle somiglianze con i ruoli dei tuoi personaggi? E come nasce l’idea di declinare questa storia così attuale a un “luogo” di uno scrittore qual è Marquez?
Considero ‘Cent’anni di solitudine’ di Marquez un capolavoro assoluto. Non è neppure un’opera letteraria secondo me. È un testo immenso. E’ paragonabile alla Bibbia o al Vangelo. Oppure alla Divina Commedia, tanto per calarlo in una dimensione più laica. È
un testo che descrive tutto, scritto negli anni ottanta, ma ci racconta con anticipazione profetica il millennio che stiamo vivendo. Intuisce questa specie di poltiglia di senso che chiamano modernità. Macondo è un paese immaginario come sono immaginari il paradiso e l’inferno per Dante. È sempre attuale il libro di Marquez. Non racconta la superficie, ma la profondità. Ogni volta che lo si legge, rivela una parte di significato che a una prima lettura era sfuggito. A Macondo non cambia mai niente. Esiste da sempre. Ogni cosa umana o disumana lo sfiora solamente. Questo tratto di Macondo mi è parso totalmente sovrapponibile al nostro Paese, come forse a molti altri. In particolare in questo periodo lunghissimo di incertezza, di inquietudine, di crisi, come eufemisticamente chiamano il fallimento del capitalismo. Sembriamo tutti sospesi, proprio come gli abitanti di Macondo, ad uno starnuto. Ad un umore qualunque di uno a caso dei leader del G8. O del Giggiotto come lo chiamo nel romanzo per restituirgli la comicità grottesca che gli è propria. Ognuno di noi sembra essere in bilico tra un passato ormai molto distante e al tempo stesso proiettato in un futuro senza contorni. Che è solo un’idea vaga. La somma di miraggi economici e tecnologici che sappiamo già essere falliti. Un mondo che si muove stando fermo. Che precipita senza cadere mai definitivamente. Che edifica sulle macerie. Attanagliato dalla paura di muoversi, di vivere liberamente. Che fugge via dal senso. Il romanzo di Marquez è una metafora della modernità. Ci parla degli stati moderni. Degli stati-banca. Senza radici. Senza storia. Nati a cavallo degli anni duemila e attualmente davanti ai nostri occhi nel pieno del loro splendore (si fa per dire). È anche terribilmente simile ad uno qualunque degli uffici che ospitano il lavoro falso. Il lavoro che consiste nel recarsi al posto di lavoro. Svuotati di senso già in origine, a partire dalla durata mostruosa dell’orario. Otto ore di pena da passare in un luogo asettico, ricattati dalla sopravvivenza. Dove inevitabilmente si diventa personaggi. Marquez ha scritto tutto quello che è successo dalla metà degli anni ’90 in poi. Ha previsto le torri gemelle. Nel romanzo c’è un passo in cui rivela che per lungo tempo Macondo non ha conosciuto la morte. Poi Melquiades la disegnò ai suoi abitanti facendo un puntino sulla carta geografica. Esattamente come le torri gemelle hanno fatto conoscere la morte all’Occidente, che fino ad allora si era limitato a farla conoscere agli altri, magari attraverso le guerre giuste, così simili a quelle del colonnello Buendia. Mi ha sconvolto vedere poi la descrizione della morte di un ragazzo al primo grande sciopero vero di Macondo contro i gringos, che sono davvero somiglianti ai traders, ai tecnici di oggi, agli avventurieri della politica di ieri. Uno scoppio di mitragliatrici dei ‘reparti anti-sommossa’ che sembrava innocuo venne interrotto dal grido di morte di un ragazzo. ‘Ahi madre mia’, dirà il ragazzo prima di morire. Quel ragazzo di cui scrive Marquez oggi ha un nome e un cognome. Si chiama Carlo Giuliani.

Christian e Maria. Due lavoratori. Due innamorati. Due persone in difficoltà, tanto nell’amore quanto nella vita lavorativa. Arrivano nella Trip negli anni ’90, vivono il momento del passaggio alla privatizzazione dell’azienda, ma anche una relazione piuttosto intricata e poco equilibrata. Resta dunque difficile scindere, parlando di lale che corre lungo la stessa precarietà. Trasferimenti, scontento, voglia di non sottostare alla logica dello schiavo/padrone. Raccontaci di loro.
Di Maria e Christian intanto devo dirti la cosa principale. Che hanno nomi molto rappresentativi per la nostra cultura. E questo vale anche per i nomi degli altri personaggi del romanzo. Nessun nome è casuale. Tutti pescano nei retaggi della storia la loro identità. Nessuno è realmente se stesso. E’ piuttosto il riflesso di ciò che lo precede e di ciò che lo segue. Nel caso dei due protagonisti la cosa è evidente. Maria è la madre del Dio dei cattolici e Cristo è, come ben sappiamo, suo figlio. La pietà che proviamo per la condizione che si trovano a vivere in Globalcom, durante gli sconvolgimenti delle riorganizzazioni aziendali è una pietà molto umana. Un po’ come quella che credo abbia voluto descrivere Michelangelo Buonarroti. Pietà per una condizione umana che cerca disperatamente di liberarsi, di esprimersi. Di strappare se stessa dalle grinfie del divino. Dell’ineluttabile. Della strada segnata una volta per tutte. Da chi è stata disegnata questa strada? Si chiede più volte Christian durante il romanzo. Maria invece riesce a rassegnarsi. A legare l’asino dove vuole il padrone. Ne trova sempre uno anche quando non c’è. Solo in questo modo può dare un senso alla sua rinuncia a vivere. Riesce a mettere il pilota automatico. Ma non è da biasimare Maria, come non è un eroe Christian, anche se risulta più simpatico per il solo fatto di sentire sempre dentro di sé la libertà come istinto irrinunciabile. Si innamora di lei. Quindi è dentro il meccanismo. Sono ‘amanti a tempo indeterminato’ come scrivo nel libro. Abitanti di quel posto mitico che annulla le aspirazioni umane che è il lavoro inteso come concezione astratta. Della regola figlia di altre regole. Alcune scritte, alcune tramandate oralmente. Una roba talmente vecchia da essere destinata al macero. Pensata per impedire ogni sentimento vitale. Provano ad amarsi, ma non ce la possono fare. Perché l’amore è un sentimento che richiede libertà, presenza. Non può nascere nella costrizione. Nella costrizione nasce la pietà, la rassegnazione, l’abitudine a stare insieme, a farsi compagnia. Al limite anche uno spezzatino dell’amore. Ora il sesso, ora il romanticismo, il bene; mai però l’amore nel suo insieme. Il loro potrebbe essere anche un amore incestuoso. Così come incestuoso era in alcuni casi l’amore dei personaggi di Cent’anni di solitudine. E’ un luogo chiuso il loro. Le persone sono sempre le stesse. Non c’è ricambio, né contaminazione. Ma nella disperazione con la quale lui in un modo, lei nell’altro, provano a resistere alla rigidità priva di senso delle regole del lavoro in regime di capitalismo efferato, c’è il tentativo di riscattare la loro presenza. Di approdare alla libertà di scelta. Il loro sforzo per raggiungere la libertà e la presenza è la vera storia d’amore del romanzo.

Lega l’asino dove il padrone vuole. Tutto il romanzo ruota intorno a questa logica, all’incapacità di molto lavoratori di ribellarsi ad essa, ma lo stesso Christian in una delle tue pagine non cede alla richiesta di un dirigente: “Non chiederti se un ordine è giusto. Eseguilo!”. Christian, tuttavia, appartiene a quei lavoratori, che durante le riunioni viene considerato un eversivo e solo perché chiede il rispetto dei suoi diritti di lavoratore. Resta il protagonista che non cede davanti alla richiesta di una donna del project management di uscire dall’azienda con un incentivo. Christian è uno di quelli che crede che il lavoro deve rendere liberi. Questa scritta, Il lavoro rende liberi, ci arriva direttamente dal cancello di entrata di Auschwitz e nella tue pagine viene avvicinata alla frase che i padri tramandano ai propri figli con l’idea che il lavoro debba essere un momento di emancipazione. Ma poi? Cosa succede? Siamo nell’epoca in cui ai campi di sterminio con milioni di morti accostiamo i milioni di licenziamenti di oggi che avvengono in tutto il mondo. La morte dei lavoratori, chiaramente non voluta da loro.

Qualcuno mi ha detto che il paragone tra l’attuale organizzazione del mondo del lavoro e i campi di sterminio è troppo azzardato. Esagerato. Non credo che lo sia. Eseguire un ordine. Non chiedersi il perché delle proprie azioni. Tutto nasce da lì. Legare l’asino dove vuole il padrone, come scrivo nel libro. Un adagio che ci ripetono per educarci alla rassegnazione. Per farci accettare di buon grado la prepotenza come regola. Il confine tra rispetto della regola e criminalità organizzata praticamente non c’è. Alla figura del padrone non ho mai creduto. Non appena sento quella parola, o la parola datore di lavoro che ne è un sinonimo particolarmente creativo, provo subito imbarazzo per lo schiavo. Nel senso che il primo non è un dato della realtà, mentre il secondo lo è. Sai immaginarti un padrone senza uno schiavo? Per accedere alla condizione di schiavo basta la rassegnazione. Può esistere anche senza un padrone. È una condizione mentale la schiavitù, come ci ricorda Bob Marley. Condizione dalla quale occorre emanciparsi. E bisogna farlo in fretta. Non c’è più tempo per rimandare questa presa di coscienza. Le pratiche del lavoro moderno ricordano molto da vicino il nazismo. Nel romanzo il protagonista incontra casualmente Priebke. L’ufficiale nazista, per difendersi dalla responsabilità giuridica dell’eccidio alle fosse ardeatine, per il quale fu processato a Norimberga, diede proprio questa giustificazione: ‘Eseguivo ordini. Non ho colpa’. Per questo bisogna evitare di eseguire un ordine. Perché si comincia sempre con l’eseguire un ordine da poco, che magari ci conviene, che al limite ci offre un magro e striminzito stipendio a fine mese e poi si finisce sempre nel nazismo. Nella resa incondizionata della coscienza. Incubo dal quale non ci si sveglierà mai. Se non a prezzi inimmaginabili.

La Globalcom, come scrivi, fu il primo grande laboratorio di macelleria sociale lavorativa. Teatro del mobbing.
La Globalcom è un’azienda immaginaria. È il simbolo di tutte le aziende che sono passate da pubbliche a private a metà degli anni novanta. Le prime che hanno intrapreso la via del liberismo come regola indiscutibile. Che hanno creduto ai miraggi post caduta del muro di Berlino. Alle magnifiche sorti e progressive del capitalismo. Al miraggio di un mondo nel quale tutti sarebbero potuti diventare sfruttatori, senza che nessuno fosse sfruttato, tanto per citare Sanguineti. La macchina prodigiosa del capitalismo, degna del miglior inventore alla Melquiades, si è invece rivelata per quello che è. Un’ecatombe del senso per la specie umana. La via più lontana per perseguire il nostro destino di specie. La Globalcom è una grandissima azienda. Che perde da subito, per progetto, più di centomila lavoratori senza che nessuno lo venga a sapere. Come succederà alla Telecom. Anche nel caso di questa azienda, stavolta reale e non immaginaria, ben poco si è saputo riguardo ai licenziamenti di massa che ha operato. Perché tutto è nato lì prima che altrove. In via sperimentale. E’ stato provato un procedimento da replicare poi su larga scala. Con la complicità di tutti. Il silenzio di tutti. Sindacati e partiti di quella che ci ostiniamo a chiamare sinistra, compresi. ‘Macelleria sociale’ è un’espressione che amo molto, ma non nel senso in cui la si usa. Mi piacerebbe infatti che ci fossero macellerie sociali, fornai sociali, dentisti sociali. E’ proprio questo il vero significato del lavoro. Ogni professione è una professione per la società. Deve garantire il fabbisogno degli individui. Purtroppo il termine è usato in un’accezione più splatter. In linea con uno stato ed un’organizzazione sociale assassina. Per questo molti non notano l’orrore di questo modo di intendere l’espressione. Per quanto riguarda il mobbing, Christian non ha mai usato questa parola, né voglio usarla io. Nel romanzo l’ho messa solo come etichetta. Come richiamo. E’ però una parola presa in prestito. Come molte altre portate dai gringos del liberismo. Manager, target, mission. Tutti idiomi incomprensibili da fondere al latino e ai proverbi. Per fare ulteriore confusione, per svuotare ulteriormente di senso la vita e l’intelligenza di ognuno. Per nascondere. Il potere sembra percorrere questo procedimento. Propone un’idea salvifica della parola ‘lavoro’. La rende buona in sé. Proprio come ad Auschwitz. Di fronte alla sofferenza, all’evidente insostenibilità del suo senso, al disagio di sentirsi svuotati dai meccanismi del profitto, alla stanchezza di essere sfruttati per il guadagno di qualcuno, propone una parola nascondiglio che è un nuovo suono dello stesso pifferaio magico. La parola ‘mobbing’ ha proprio questa funzione. La giusta sofferenza, che è una prima forma di consapevolezza diventa una patologia. Tra l’altro dal nome impronunciabile, non riconducibile a nessuna esperienza vissuta e che va a nascondersi nel gergo aziendale dei nuovi marines. A me invece sta ancora bene il gergo marxiano. Non ho mai buttato via la lettura marxiana dell’esistente come fosse un mobile vecchio durante la notte dell’ultimo dell’anno. Tanto la macelleria quanto il mobbing hanno una traduzione precisa. Si chiamano sfruttamento. Prepotenza. E si combattono con la lotta di classe, con la cultura e con il ritorno ai bisogni fondamentali di ogni essere umano.

I suicidi. Come scrivi: “Se si muore in un determinato periodo e in un certo luogo si fa notizia. Altrimenti no.” Questo di cui parli nel tuo libro, benché nelle tue pagine risale al 2009, oggi è un “tema di grande discussione. ” Secondo quali ragionamenti lo affronti nel libro? Oggi, sappiamo che non è tanto cambiato il numero dei suicidi, quanto le cause. Questa è una questione che dovrebbe preoccupare non poco il governo.
Non sono cambiate nemmeno le cause dei suicidi dal 2009 ad oggi. Come ti dicevo prima, le cause sono le stesse. Nell’azienda di Christian sono solo iniziate prima che negli altri posti. Come succede per i vaccini. Prima li provano in laboratorio, poi li somministrano a tutti. Così è successo per le politiche liberiste. Hanno scelto un posto. Un azienda con moltissimi dipendenti e operante in un settore strategico. Da lì hanno incominciato. Con veemenza. Agendo sull’effetto sorpresa. Con la complicità di tutte le compagini politiche e sindacali. Una carneficina. Nessuno però ha potuto descrivere questa carneficina. E’ molto inquietante, uscendo dal romanzo e parlando di cose reali, che le inchieste sulla Telecom, che non è la Globalcom, ma le somiglia molto, siano state coperte addirittura dal segreto di Stato. Non ti sembra assurdo accettare una roba del genere? Da quei suicidi silenziosi, siamo arrivati ai suicidi di oggi. Che come un’epidemia si moltiplicano in tutto il Paese, così come si erano sviluppati anche in France Telecom, sempre nel 2009. E qui si esce dalle responsabilità ascrivibili al padrone e alle politiche liberiste e si entra direttamente nella responsabilità dello schiavo che permettono al padrone di esistere. Perché ci si suicida e non si lotta? Perché si accetta fino in fondo il progetto di chi vuole toglierci i diritti? Di chi vuole speculare attraverso i propri simili? Gioca un ruolo essenziale la rassegnazione e lo svuotamento completo di sé richiesta all’individuo per lavorare in ottica capitalista. Accettare di farsi da parte, di essere privato della libertà e del senso. Della dimensione sociale del lavoro. ‘Quella persona è un gran lavoratore’ si dice, ma che significa? Che lavoro fa? ‘Il lavoro rende liberi’ c’era scritto sul cancello di Auschwitz. Ma non basta la parola lavoro. E’ proprio qui il punto. Devi dirmi che lavoro fai. A cosa serve. Poi c’è l’abdicazione al padrone divino che fa le regole della morale. Quest’altro fattore gioca un ruolo complementare nell’induzione al suicidio di massa. Devi porgere l’altra guancia. Non devi difenderti e non devi difendere il senso delle cose e delle azioni. Non ti è richiesto. Devi lasciarti morire sulla croce. Questo viene a dire la morale religiosa ad un essere umano già svuotato dal senso. E pensare che la lotta per la libertà è la cosa più semplice che possa fare l’essere umano. La fanno anche i pini quando cercano di trovare lo spazio di luce necessario per poter vivere all’interno della pineta. Non per emergere sugli altri, non per divenire eroi o personaggi famosi. Semplicemente per vivere. E’ l’unica cosa che faticosamente, nell’arco di milioni di anni, è stata scritta nei cromosomi dei pini come nei nostri. E’ singolare che tutti cerchino e vedano le sacre scritture ovunque, i comandamenti ovunque, e non considerino sacra la scrittura del loro DNA; all’interno del quale, attraverso l’evoluzione della specie, è stata scritta con immensa fatica la parola: ‘vita’. Tu dici che i suicidi dovrebbero preoccupare il governo. Non credo che questo possa succedere. Il sistema capitalistico mondiale, organizzato in lobby, banche centrali, fondi monetari, corporation, borse, è un sistema che uccide sistematicamente e senza possibilità di soluzione, più di tremila esseri umani nel mondo. Ogni giorno. Che affama tre quarti del pianeta. E’ quindi un sistema assassino. Vuoi che un omicida si preoccupi per il suicidio di qualcuno? Ma se si fonda proprio sulla morte! Il sistema capitalista vuole la tua vita e vuole anche la tua morte. Chiede l’ultima parola su ognuna delle due. Il suicidio per questo tipo di organizzazione politico-economica è un obiettivo raggiunto. Tu ti uccidi? Lui ha vinto. Per anni ci ha fatto credere che il lavoro rende liberi, da’ dignità. Poi ci toglie il lavoro quasi per farci sentire una mancanza. La mancanza per una concezione del lavoro che persino nella visione del Dio della Bibbia era considerata una iattura. Alcuni ne sentono invece la mancanza. In quel momento è riuscito a toglierci tutto. Perché tutto era stato ridotto a lavoro inteso come denaro, come profitto. Spariscono le emozioni, gli affetti, sparisce tutto. Non pensiamo più ai figli che lasceremo, alle mattine che non vedremo più, al sole sulla pelle, ad un bicchiere d’acqua che ci disseta. Il lavoro ha portato via tutto con sé.
Per capire quanto il suicidio sia utile al padrone e quindi al governo, basta considerare le parole del colonnello Buendìa di Macondo. Il colonnello si dichiara padrone anche della morte.
‘Gli dica’ sorrise il colonnello ‘che non si muore quando si deve, ma quando si può’. Così scrive Marquez in Cent’anni. Le parole della morte il capitalismo le conosce tutte. Solo di fronte a quelle della vita: lotta, libertà, per esempio; solo di fronte a queste parole, il castello in aria del capitalismo cade a pezzi. Insieme a questo la sua strumentale idea del lavoro che da dignità. Finchè manifesteremo in strada per mendicare al capitalismo i suoi posti di lavoro, non se ne uscirà mai vivi. Il suicidio d’altra parte rinfranca l’idea bislacca del capitalismo di essere padrone delle nostre vite. La lotta è la via d’uscita. E la lotta inizia con l’emancipazione. La disadesione al modello. Questo sì che mette in crisi il governo.

La lotta di Christian prima delle sue dimissioni spontanee dura ben cinque anni. Cinque anni di malessere, trasferimenti, open space, incontri con lo psichiatra, contestazioni disciplinari. La lotta di Christian è la lotta di tutti i lavoratori che si ritrovano a dover firmare le dimissioni spontanee dichiarando il pentimento per aver subito cinque annidi pena.
Sì, cinque anni di pena. Anni che gli fanno male e che vorrebbe non aver vissuto. Che avrebbe voluto interrompere prima. Ma che riesce a riscattare. Sono, in fondo, anni carichi di senso. Perché riesce a trasformare la sofferenza in lotta. La violenza e l’ingiustizia che subiva, diventano per lui lo stimolo a ricercare il senso dentro di sé. La via definitiva alla libertà. Esattamente quello che dovremmo fare tutti. Cercare di salvare intanto noi stessi. Di proteggere i nostri corpi e le nostre menti dalla sopraffazione, dall’omologazione. Sono gli ultimi territori utili e al tempo stesso i primi, per ripartire verso qualsiasi lotta collettiva. Dire basta al padrone che è dentro di noi è il primo passo. Rompere i meccanismi secolari di rassegnazione. L’inizio della rivincita. Scrivo nel libro che ‘quando un lavoratore dice basta al padrone non inizia solo la sua libertà personale, inizia la libertà di un popolo’.

Una curiosità sulla scelta dei nomi: i tuoi personaggi hanno nomi presi in prestito dal Vangelo o dal fascismo, i posti dove viene traferita l’azienda vengono presi dalle carceri... Un testo ricco di richiami, dove i personaggi si esprimono spesso con proverbi, in latino. Come nasce questa scelta?
In parte lo accennavo prima. Sì, i nomi non sono casuali. Ogni nome ha un senso. Ho cercato anche di ricreare anche con la scelta particolare dei nomi il clima ieratico e simbolico di Cent’anni di solitudine. Il sovrapporsi di piani di meta-messaggio basati solo sui nomi. Utili a rafforzare il messaggio principale. ‘Si gira in giro’ nel romanzo. Si rimane nel punto esatto da cui si parte. Non se ne esce, apparentemente. Tutto riporta dentro Macondo. Dentro la Globalcom. Dentro la nostra martoriata Italia. Il latino di romana memoria come i proverbi della tradizione, quasi sovrastano nel romanzo il linguaggio dei personaggi. Li impediscono a parlare spontaneamente. Vale a dire con il linguaggio delle libere emozioni. Tutto si aggrappa a qualcosa che lo precede o lo segue. Ogni tentativo di espressione trova sulla sua strada un limite invalicabile. Smette di esprimersi e si rifà al già espresso. In questo modo nessun personaggio sembra poter andare oltre il proprio naso. Maria parla spesso per proverbi, Christian è scocciato da questo fatto, ma poi si innamora di lei, a testimonianza di come non sia poi così differente dal resto. Poi ci sono i nomi dei personaggi che lavorano in Globalcom. Ognuno ha il nome di un apostolo. Poi i nomi dei dirigenti entrati all’improvviso e con prepotenza assoluta, che hanno i nomi del fascismo. C’è Adolfo, c’è Benito, Rachele, Claretta e perfino Galeazzo. A dimostrare che l’Italia ritorna sempre sul luogo del delitto. Forse non è mai entrata nel fascismo e per contro non ne uscirà mai definitivamente. Naturalmente noi tutti qui, io, te, controlacrisi.org giochiamo contro questa sorta di destino. Inseguiamo un’Italia e un mondo diversi. Liberi. Dove ‘ciascuno secondo le sue capacità’ darà ‘ad ‘ognuno secondo i suoi bisogni’, come scrisse Marx nella Critica al programma di Gotha.

Che significato ha il lavoro per te?
Non saprei risponderti a nome della mia generazione, perchè la mia generazione è il genere umano, dal neonato all'ultracentenario, posso dirti che significato ha il lavoro per me. Il lavoro è la parola più sociale che esista. L'individuo può fare a meno del lavoro, la sua comunità umana di riferimento no. L'individuo potrebbe procacciarsi il cibo e costruirsi una casa con la fatica individuale, senza il lavoro. Il lavoro inizia nel momento in cui comincia a sentirsi parte di qualcosa che lo collega agli altri. Io ti preparo da mangiare in un ristorante, poi nel pomeriggio tu mi farai i capelli. Nel frattempo qualcun altro sta preparando le pentole e le forbici per il ristoratore e per il barbiere. E così via, in una catena molto articolata che ci distingue come specie umana. Ecco, in tutto questo non può esserci profitto.Non appena al lavoro viene associato il profitto, non si può più parlare di lavoro. Entrano in gioco una serie di categorie astratte, inconcepibili, mostruose. Il datore di lavoro per esempio. Una dimensione che tutti danno per scontata, ma che è totalmente priva di senso reale. Il lavoro o c'è o non c'è. Se c'è, c'è per tutti non ha senso che uno si faccia datore di lavoro di un altro. Deve lavorare anche lui a quel punto, mi sembra ovvio. Insieme al datore di lavoro ce ne sono moltissime altre. Ognuna più disdicevole dell'altra. Non ha più senso a quel punto parlare di lavoro. Siamo già entrati nell'ambito dello sfruttamento, della sopraffazione, dell'inganno. Invece di salire il gradino del progresso, del vantaggio collettivo, della semplificazione della fatica individuale, abbiamo sceso quello della disperazione. E' finita qualsiasi potesi di società e di comunità. Quel tipo di lavoro lì, che poi è il lavoro in regime di capitalismo, non può essere chiamato più lavoro. Occorre trovare un'altra parola. E' illusionismo, trappola, disagio. Questo tipo di 'lavoro' non ha nessuna dignità. E' un assurdo e stupido esercizio di sottomissione al quale ci siamo abituati. Il fatto di rivendicare il diritto a questo tipo di lavoro qui è a mio avviso un paradosso irrisolvibile. Oggi quei pochi fortunati che hanno quello che erroneamente viene chiamato lavoro, difficilmente potranno comprarsi una casa se non con mutui ventennali, lesinando sul cibo e rinunciando quasi totalmente alla propria libertà o affetti. Alla pienezza dei propri affetti. Tutte cose che sarebbero garantite persino dalla fatica preistorica di un individuo lasciato a se stesso. Dunque le moderne società, caratterizzate dalla regola dell'ingiustizia e dall'ineluttabilità del capitalismo sono le più arretrate che la storia abbia conosciuto. Proprio nel momento in cui, se fossero davvero società, userebbero le nuove tecnologie, la moltiplicazione delle ricchezze prodotte, per affrancare totalmente o quasi l'essere umano dal lavoro, garantendo un benessere limitato, ma diffuso a tutto il genere umano. Che invece muore di fame per i suoi tre quarti, malgrado in quasi tutti i paese si 'lavori' incessantemente in condizioni che non hanno niente da invidiare alle fabbriche ottocentesche già invise a Karl Marx alla fine dell'800. Questo per me è il lavoro per come è e per come dovrebbe essere. Il suo significato più profondo è quello che ho cercato di dirti.


L'amore ai tempi della Telecom,
di Carmelo Albanese
edizioni ensemble
collana la Contmeporanea
euro 15, 90
pagine 273
ISBN 9-788897-639398


 

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