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LIBRI & CONFLITTI. Estratto da Dalla terra di Pomarico alla rivoluzione vita di Niccola Fiorentino, di Nunzio Festa Altrimedia edizioni
Libri & Conflitti. “Il 24 giugno 1799 la Restaurazione aveva spazzato via a colpi di baionette e lacci al collo decine di persone, gente umile e intellettuali, appartenenti alle classi meno abbienti e professionisti di fama. Furono decine i lucani assassinati da Ferdinando IV. Un’ondata di vendetta che non risparmiava. E dalla Basilicata sparirono le vite attive di tanti. Fra questi, Niccola Fiorentino. Portato sul patibolo il 12 dicembre 1799. Nonostante fosse stato servitore statale per lunghi anni, scrupoloso dipendente della monarchia borbone. Prima di divenire convinto rivoluzionario”.


Mercoledì sarà online la recensione al libro.


Le condizioni esterne:
tra storia e luoghi


Ferdinando IV, figlio di Carlo di Borbone, salì
al trono nel 1734, succedendo al padre, a sostanziare
la linea del passaggio di sangue che sempre
ha caratterizzato e caratterizza le imposizioni dittatoriali
e le gestioni monarchiche dei regni e delle
entità simili di gestione dello Stato o delle Terre.
La diversità storica, per così dire, la differenza sostanziale
tra il tempo di Carlo e quello di re Ferdinando,
però, è davvero significativa. Almeno in
quanto ad approccio, vorremmo precisare.
Perché l’avvento di Ferdinando IV cambiò in
un certo senso il clima complessivo, dando agio ai
pensatori dell’età ferdinandea di guardare al Ferdinando
quale “despota illuminato”, aperto alle
istanze di modernizzazione.
Nel 1789, a fare invece giustizia di quel presente,
il vento porta le idee davvero libertarie e ‘illuminate’
che cadono dalla Francia della Rivoluzione.
Dove mezzi termini, invece, non ce ne sono stati. E
i presupposti del cambiamento assoluto sono stati
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dettati alla Storia. In un fiume di ribellioni, sangue,
voglia di liberazione.
Eppure è la forza militare, come altre volte è accaduto,
a inviare scombussolamenti reali ai territori
e ai popoli.
Il 12 aprile 1796, infatti, la Francia del generale
Bonaparte entra a Napoli e il re si mette in fuga
a braccetto della regina, scortato da un manipolo
di fidi. Tre anni dopo nascerà la Repubblica Napoletana,
in attesa d’una Costituzione che invece
fu anticipata soprattutto dall’opera massacrante
dello spietato cardinale Fabrizio Dionigi Ruffo e
dello spregiato e cruento ammiraglio britannico
Orazio Nelson che permettevano la restaurazione
e annunciavano il massacro in forza dei rivoluzionari.
Ruffo era seguito da contadini e braccianti
assoldati con la falsa promessa d’ottenere terre da
coltivare al momento del ritorno del Borbone. Un
bluff a noi chiaro, ma che sappiamo essere alla base
d’ogni vittoria dei potenti e delle loro schiere, in
ogni spazio geografico e temporale.
Pomarico, in questo frangente temporale, viveva
fra le braccia larghe di Montescaglioso, tutta presa
dalle sue difficoltà economiche e dallo stato storico
di soggezione alla vicina e assillante Abbazia Benedettina.
Qui, in questa povertà, in tale contesto
umano e territoriale, nacque il nostro Fiorentino.
Una delle vittime dei mutamenti storici. Ma protagonista
degli eventi, nel bene e nel male, con tutte
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le sue contraddizioni e con il valore della scienza
tenuto sempre in primissimo piano del vivere e del
lavoro continuo.
Nelle carte Pomarico appare bollente per i moti
napoletani. Eppure qualcosa non torna, ma forse è
meglio sia così.
Le certezze risiedono, invece, nel fatto che Pomarico
è sempre stata sotto lo scacco delle vicende
proprio della Contea di Montescaglioso e dell’Abbazia
dei Benedettini di san Michele Arcangelo
sempre di Montescaglioso. Nel 1714 all’Abbazia
toccò la parte pomaricana dell’antica Castro Cicurio.
In tanti hanno posseduto, fino al Settecento e
oltre, Pomarico: dai De Balzo ai Donnaperna. Questi
ultimi, in effetti, per lasciare un segno tangibile,
nella seconda metà del 1700 edificarono l’imponente
Palazzo Marchesale, costruzione infatti ancora
ricordata con la definizione descrittiva di “Palazzo
Donnaperna”, stanze dentro le quali, per
dire, praticavano a iosa lo Jus primae noctis. Monumento
coevo, questo, della chiesa madre dedicata
all’arcangelo Michele, dotata d’imponente campanile,
facciata barocca e interno a croce latina (che
custodisce anche opere d’arte, nelle sue navate, di
grande valore storico-artistico).
Un periodo di povertà atroce per la popolazione
e di benessere per i pochi signorotti. Quando,
appunto, convivevano nello stesso paese lussi sfrenati,
conditi persino da usanze perverse tipo, come
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abbiamo già ricordato, la ripetizione ossessiva dello
Jus primae noctis da parte dei feudatari dotati di
fregio aristocratico (niente di meno che prendere
la verginità della popolana di turno prima persino
del suo sposo). Non a caso, si potrebbe chiosare,
i contadini e i pastori pomaricani ebbero un gran
danno dalla carestia del 1764, e non a caso in quegli
anni la credenza popolare inventa il miracolo
della donazione da parte di Michele di Bari – che
in realtà era san Michele Arcangelo, d’un anello
d’oro in cambio d’una partita di grano regalato a
Pomarico.


Dalla terra di Pomarico alla rivoluzione vita di Niccola Fiorentino,
di Nunzio Festa
altrimedia edizioni
collana le podoliche
pagine 36
ISBN 9-788896-171561 

 

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