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LIBRI & CONFLITTI. Estratto da IL LIBRO NERO DI ALEMANNO, di Ella Baffoni - Castelvecchi editore
. Libri & Conflitti. Il libro nero di Alemanno. Dalla A alla Z tutti i disastri del sindaco Alemanno, di Ella Baffoni. Castelvecchi editore «A» come «Atac, Ama, Acea» ovvero la Parentopoli che ha scandalizzato la capitale. Le municipalizzate e gli uffici comunali presidiati dagli amici e dagli amici degli amici: fuori le competenze e l’esperienza, dentro gli utili orchestrali della macchina del consenso. «M» come «Mondiali di nuoto», uno scandalo che è arrivato fino in tribunale, strutture incompiute e milioni di euro buttati. «N» come «Neve», l’emergenza che ha messo in ginocchio Roma. «O» di «Olimpiadi 2020»: la proposta di un progetto a costo zero che non ha convinto nessuno, in primis il governo. Un buco nell’acqua che rischia di bloccare anche i lavori della metro C. E poi la «S» di «Sicurezza», uno slogan elettorale che ha partorito ordinanze flop contro i lavavetri e la prostituzione di strada. Una serie di fallimenti che si susseguono mentre la capitale sta conoscendo un’ondata di criminalità senza precedenti. La lista dei «disastri» è lunga e copre tutte le lettere dell’alfabeto. Quando nel maggio del 2008 Gianni Alemanno entra da primo cittadino in Campidoglio – accompagnato da una schiera di saluti romani – assicura discontinuità e buona amministrazione. Tante le promesse rimaste disattese e una città che non tiene il passo con le altre metropoli europee. Ella Baffoni, giornalista de «l’Unità», ricostruisce questi anni di Alemanno sindaco di Roma, basandosi su fatti di cronaca, annunci e clamorosi autogol, consegnando il ritratto dell’uomo alla guida della capitale d’Italia.


Mercoledì 9 sarà online la recensione a cura di Fabio Sebastiani


Fascisti sempre:

le poltrone ai camerati
Bandiere con la celtica e saluti romani sulla scalinata del Campidoglio.
Così i camerati hanno festeggiato la conquista del Comune di Roma
della Destra di Alemanno. Tra le bandiere del Pdl e gli striscioni dei
tassisti romani, tra le pettorine che chiedevano «Roma sicura» c’erano
anche le bandiere rosse bianche e nere dei camerati d’un tempo. E un
Alemanno con l’adrenalina a mille che rideva, si sbracciava, improvvisava
un comizio dall’alto di Palazzo Senatorio con un megafono.
Una festa all’incontrario: prima lo spumante stappato in piazza, i palloncini
e i fumogeni festanti. Poi, il tempo della burocrazia va rispettato,
pastasciutta e arrosto: l’infornata dei consulenti, dei collaboratori,
dei dipendenti. Ma intanto questa è un’altra tappa dello sdoganamento
del fascismo. Ideologico certo, ma anche molto materiale: lo certificherà
«l’Espresso» del 9 dicembre 2010 nell’articolo Roma, poltrone ai fascisti.
Quei saluti romani hanno avuto una coda polemica quando, mesi dopo,
il sindaco socialista di Parigi Bertrand Delanoë ha detto chiaro chiaro:
«Difficilmente potrò avere il rapporto che avevo con Rutelli e Veltroni
con un sindaco che ha esordito in Campidoglio con il saluto fascista».
Alemanno s’infuria, nega di aver fatto lui il saluto romano – cosa che Delanoë
non dice – e si offende, chiama il governo alle armi e ottiene una
pioggia di solidali dichiarazioni ministeriali. Non per questo sono migliorati
i rapporti tra Parigi e Roma, freddi erano, gelidi sono rimasti.

La galassia nera
Polemiche, dichiarazioni, chiacchiere. Fosse tutto qui lo scandalo
della Destra al governo. Attorno al sindaco, invece, s’è formata una galassia
opaca che è emersa solo dalle inchieste. Giornalistiche e giudiziarie.
È andata così.
Cominciamo da lui, dal sindaco di Roma. Appena eletto si è dato
una riverniciata istituzionale, e del resto degli ardori sessantottini del
segretario del Fronte della gioventù di Roma non sembrava fosse rimasto
ancora molto. Quello che è rimasto, invece, è il groppo di relazioni,
legami e contatti di quei tempi, il «cerchio magico» descritto dal
libro di Daniele Autieri in Alemagno. Il «cerchio» ha un centro, ed è
Peppe Dimitri, morto nel 2006 ma ancora collante tra estremisti dalle
diverse provenienze. Cofondatore di Lotta studentesca prima, Terza
posizione poi, una decina d’anni di carcere per rapina. Nel 1988 l’incontro
con Alemanno e la Destra sociale, l’iscrizione ad An, il ruolo di
consigliere e gran tessitore di raccordi tra le Destre estreme.
È Dimitri che organizza il 2 dicembre 1995 la «marcetta su Roma»,
un corteo che chiede elezioni subito e che accende i riflettori sulla
nuova Destra di piazza e di governo. Al suo funerale sarà Alemanno,
allora ministro dell’Agricoltura, a portarne a spalla la bara. Fatica divisa
con Enzo Piso (oggi coordinatore Pdl del Lazio), Francesco Bianco
(assunto al vertice dell’Atac), Riccardo Mancini (amministratore
delegato di Eur Spa). Ricordate questi nomi, ritorneranno.
Che Alemanno abbia un ineccepibile pedigree da leader fascista non
è un segreto per nessuno, anche se ora dichiara di essere stato «solo»
missino, mai fascista (9 settembre 2009, «la Repubblica»). Nel 1971 è già
un iscritto al circolo di via Sommacampagna, dietro piazza Indipendenza.
È la sede dei giovani missini, dove nascerà quel Fronte della gioventù
di cui Alemanno diventerà segretario provinciale e poi, nel 1988, segretario
nazionale.
Nel frattempo ha qualche problema, diciamo così, d’intemperanza.
Nel novembre del 1981 viene fermato con altri quattro Fdg per aver partecipato
all’aggressione di uno studente di 23 anni. Verrà prosciolto. E
nel 1982 viene arrestato per aver lanciato una molotov contro l’ambasciata
dell’Urss, resterà otto mesi a Rebibbia ma di nuovo sarà prosciolto
per non aver commesso il fatto. Da segretario nazionale del Fdg, viene
arrestato davanti al cimitero americano di Nettuno il 29 maggio 1989:
era in visita il presidente Usa George Bush, i giovani missini tentarono
di tagliargli la strada. Le accuse – resistenza a pubblico ufficiale, corteo
non autorizzato – caddero in tribunale.
Sposato nel 1992 con Isabella Rauti, suo suocero Pino è stato coinvolto
in molti processi per attentati e stragi, piazza Fontana a Milano
e piazza della Loggia a Brescia ad esempio. Con la nascita di Alleanza
nazionale Alemanno lascia Rauti e segue Fini, ma da fondatore della
Destra sociale insieme a Francesco Storace resterà l’ufficiale di collegamento
tra la Destra di Palazzo e quella più estremista. A dirigere il
giornale della Destra, «Area», chiama nel 1996 Marcello de Angelis, ex
dirigente di Terza posizione. De Angelis oggi è senatore del Pdl e direttore
del «Secolo d’Italia», ma dopo la strage di Bologna e lo scioglimento
di Terza posizione venne condannato a cinque anni e sei mesi
per associazione sovversiva e banda armata, ne scontò tre e uscì dal
carcere nel 1989. Come l’ha voluto accanto a sé nella Destra sociale,
Alemanno lo vorrà come collaboratore al ministero dell’Agricoltura.
Tra le gaffe del nuovo sindaco, quella durante il viaggio a Gerusalemme
nel settembre 2008. Dichiarò che il fascismo non era il male assoluto,
a differenza delle leggi razziali italiane. E fece peggio quando
spiegò che voleva rendere onore a chi morì combattendo in buona fede
per il fascismo.

Dal Capranica all’Ama
Nome di spicco nella fascistopoli romana è quello di Stefano Andrini.
Quando fu nominato dirigente dell’Ama (amministratore delegato
del ramo Servizi ambientali, che raccoglie i rifiuti in quaranta comuni
del Lazio) molti ricordarono l’aggressione davanti al cinema Capranica
– 10 giugno 1989, era in programmazione il Festival di Fantascienza
– che lasciò a terra due giovani comunisti, uno restò in coma
per mesi e con lesioni permanenti. Dell’aggressione furono riconosciuti
colpevoli Stefano Andrini e il suo gemello, fuggiti in Svezia,
estradati e condannati a quattro anni e otto mesi. Scontata la condanna,
nel 1994 seconda aggressione alla facoltà di Giurisprudenza della
Sapienza, secondo arresto, proscioglimento. Poi Stefano Andrini sceglie
la carriera politica, diventa il braccio destro di Mirko Tremaglia –
ex ministro Italiani nel mondo del governo Berlusconi – si presenta alle
elezioni, perde. Rispunta con i camerati in Campidoglio, dirigente
Ama, si comincia a parlare di lui come del nuovo amministratore delegato.
Ed ecco la tegola, l’inchiesta Mokbel. Per la Procura che indaga
sul riciclaggio di denaro sarebbe Andrini il responsabile della candidatura
al Senato di Nicola Di Girolamo, accusato a sua volta di aver
comprato i voti degli italiani in Germania dalla ’ndrangheta. Nel febbraio
del 2010 il dirigente si dimette «per senso di responsabilità e per
evitare strumentalizzazioni politiche. Non sono neanche nel registro
degli indagati». Così, per ora, Andrini esce di scena.
Dando conto della Parentopoli all’Ama il «Corriere della Sera» scrive
il 19 febbraio 2011:
Qualche mese dopo l’insediamento di Panzironi a via Calderon de la
Barca, arrivano Luca Panariello (responsabile Urp del Campidoglio, fedelissimo
di Alemanno: è a fianco al sindaco, nelle foto della vittoria
elettorale del 28 aprile 2008), Costanza Drigo (prima assunta al gabinetto
del Comune e poi in Ama, dalla quale se n’è andata), la figlia di
Carlo Pietropaoli, assessore Pdl al XIX municipio (anche lei andata
via); Antonio Bettidi, candidato del Pdl in IX municipio e poi distaccato
nello staff del Campidoglio, e responsabile della sezione Roma Sud
del «Popolo di Roma», movimento vicino ad Alemanno. In quello stesso
giro di nomine, ci sono Francesca Fratazzi, collaboratrice di Dario
Rossin (ex capogruppo Pdl al Comune, oggi a La Destra), Fabrizio Mericone
considerato vicino al deputato Pdl Fabio Rampelli, tutti assunti
nel 2008 e Valentina De Angelis, amica della figlia di Panzironi. Nel mirino
dei magistrati, altre assunzioni «illustri», datate ufficialmente 2009:
come quella di Edoardo Mamalchi, figlio di Ranieri, ex capo segreteria
di Alemanno all’Agricoltura e oggi in Acea; Armando Appetito, il genero
di Panzironi; Ilaria Marinelli, figlia dell’ex caposcorta di Alemanno
Giancarlo (l’altro figlio, Giorgio, è assunto in Atac); Fabio Magrone,
ex collaboratore dell’eurodeputata Pdl Roberta Angelilli; Irene Lo
Prete, ex candidata Pdl in XV municipio. Una lista lunga, sulla quale
sono scattati i controlli della Procura. Nessuno di loro, naturalmente, è
indagato. Ma se venisse dimostrato che quelle assunzioni non sono regolari,
qualcuno potrebbe anche perdere il posto di lavoro.
Mica è finita qui. Tra i collaboratori di Alemanno c’è anche Fabrizio
Mottironi, presidente di Buonitalia Spa (la cui mission è la promozione
e l’internazionalizzazione dell’agricoltura italiana), società creata da
Alemanno quand’era ministro, nel 2003. Mottironi viene dai Nar e da
Terza posizione, è stato in galera per 5 anni per associazione sovversiva
ma nell’85 fu scagionato e assolto.

L’ambasciatore nazirock
Imputato al processo per i fatti del Capranica c’è anche Mario Andrea
Vattani, figlio dell’ambasciatore Umberto (già segretario generale
della Farnesina e presidente Ice), molto vicino a Gianni Letta. Mentre
i gemelli Andrini, che si sono rifugiati in Svezia, vengono condannati,
il giovane Vattani sarà assolto, e troverà lavoro. Diventa consigliere
diplomatico dell’ambasciata italiana a Tokyo. È lì che riceve l’invito
dell’ormai sindaco Alemanno. Sarà capo del cerimoniale, centomila
euro l’anno. Segretamente però coltiva l’altra identità, quella di
cantante di rock nero. Si chiama Katanga, è leader dei «Sotto Fascia
Semplice». Canterà in pubblico per la prima volta nella «Tana delle tigri
», concerto di Casa Pound del maggio 2011 presso l’ex stazione occupata
di Italia ’90. E con Gianluca Iannone degli Zetazeroalfa scandisce,
tra i saluti romani della platea, un nostalgico rap: «Tra cinque
anni a primavera alzerò bandiera nera». Intanto dovrà servire quella
tricolore: nel luglio 2011 è stato nominato console generale d’Italia a
Osaka. Quando è scoppiato il caso e tutti hanno potuto vedere brani
del concerto su un video di YouTube il ministero ha dovuto richiamarlo
e aprire un’inchiesta nei suoi confronti, ma intanto il governo è
cambiato. Sembra che il caso sia stato deferito alla commissione disciplina
del ministero che, interpellato, diplomatico, «non esprime alcun
commento in relazione al caso disciplinare del console generale a
Osaka Mario Vattani». Alemanno lo scarica, mai però che riconosca di
essere circondato da pessimi amici...

Il portavoce omofobo
Oggi è il potente capo della segreteria del sindaco. Antonio Lucarelli
era, nel 2000, portavoce di Forza nuova, fondata nel 1997 dai latititanti
Roberto Fiore e Massimo Morsello, oltre a essere motore degli
incontri dell’ultradestra su Haider e delle contromanifestazioni
omofobiche. Quando a Roma ci fu l’International Gay Pride, Forza
nuova la definì la «saga del pervertito» e tentò di organizzare la difesa
del Colosseo, accanto al quale scorreva il grande corteo allegro e colorato
di omosessuali e non. E nel frattempo diventa consigliere nella V
circoscrizione e imprenditore: con due cugini fonda nel 1995 la Mondo
Verde Sas. È lo strumento con cui farsi assegnare e gestire i «Punti
verdi qualità», il meccanismo varato dall’amministrazione Rutelli per
concedere la costruzione di bar e attrezzature sportive nel verde pubblico
in cambio della manutenzione dell’area. Un’idea intelligente, se
a Roma ci fossero imprenditori degni di questo nome. Invece finisce
male. Il 30 ottobre 2010 su «la Repubblica» arriva la denuncia dell’opposizione:
Oggi di questo esperimento pubblico-privato solo undici progetti
(su 67 varati) sono stati portati a compimento. Trentanove cantieri
restano aperti. I piccoli imprenditori radunati nell’«associazione assegnatari
» denunciano di aver finito le risorse. Ma, tra coloro che
hanno rifiutato di consorziarsi e gestiscono i 32 terreni restanti, si
scoprono dodici Punti verdi che – sostiene una denuncia presentata
in Procura il 14 ottobre dal consigliere regionale del Pd, Enzo Foschi
– sono riconducibili a parenti e amici d’area politica di Antonio Lucarelli,
capo segreteria della giunta Alemanno, nelle ultime due riunioni
delegato dal sindaco a gestire questa complicata questione amministrativa.
«Chiediamo alla Procura di valutare se ci sono gli estremi
di eventuali reati nella condotta delle persone indicate nella documentazione
allegata», scrive il denunciante Foschi. Nel 1995 Lucarelli,
imprenditore e consigliere nel V municipio, fonda con i cugini
Emiliano e Giampaolo la Mondo Verde Sas e nel dicembre 1996
– quando la giunta Rutelli approverà la delibera 4480 sui Punti verdi
– la società di famiglia otterrà due terreni: la Torraccia (in via Bonifacio)
e il Nomentano-San Basilio (via Casal di San Basilio). Alla fine
degli anni Novanta, con i progetti avviati, Antonio Lucarelli lascia
la Mondo Verde. I cugini si sfilano tra il ’99 e il 2000 e amministratore
della società diventa Silvio Fanella, l’uomo che l’inchiesta Telecom-
Sparkle considera il cassiere di Gennaro Mokbel, destrissimo
imprenditore romano in carcere per riciclaggio. Nella primavera del
2006 la Mondo Verde, capace di acquisire altre due aree (Ponte di
Nona e il Parco di Villa Veschi), diventa proprietà dell’ingegner Fabrizio
Moro. Ecco, Moro. È un amico della prima ora dell’attuale capo
di gabinetto.
Lucarelli, come capo di gabinetto, ha partecipato attivamente alle riunioni
della commissione ambiente, e alle audizioni sui Punti verdi qualità,
dando indicazioni sui nuovi progetti e suggerendo di bloccarne altri,
a volte in disaccordo con lo stesso assessore all’Ambiente Fabio De
Lillo. Prima della defenestrazione di quest’ultimo.

Il diplomatico neopagano
Loris Facchinetti, da Ordine nuovo e Europa civiltà al Campidoglio.
Piduista, fermato per reticenza nell’inchiesta di piazza Fontana – scrive
Ugo Maria Tassinari nel suo libro Fascisteria – e sposato con la sorella di
Fabio Rampelli, è passato dai movimenti neopagani alla benedizione della
prima pietra del tempio mormone. Per il sindaco Alemanno si occupa
– gratuitamente, cosa rara – dei rapporti con il Mediterraneo; per la fondazione
del sindaco di «politiche internazionali». Ma è stato anche segretario
organizzativo della Fondazione caschi bianchi. Così presenta lui
e il suo libro, Il manifesto umano, il sito de «il Borghese»:
Presidente di Europa civiltà, componente dei vertici di Nts, Narodnoj
TrudoiSoyuz, organizzazione per la lotta clandestina in Urss e
leader della resistenza antisovietica. Questo libro è innanzitutto una
toccante testimonianza. Di una lotta politica, ma non solo, di una coraggiosa,
forte e soprattutto coerente condotta da lui e dagli altri militanti
dell’organizzazione Europa civiltà a favore del riconoscimento
dei più elementari diritti umani in tutto il mondo, a costo di dure
repressioni, come quella subìta e raccontata dall’autore, il quale, arrestato
per un poco fondato «reato ideologico» ha sempre proseguito
una militante e non violenta lotta politica.
Lotta politica non violenta? Europa civiltà, fondata nel 1967, è stato
uno dei gruppi paramilitari di Destra. Facchinetti ne era il leader e
partecipò all’assalto nell’aprile 1966 a Lettere durante il quale morì lo
studente Paolo Rossi. Oltre a pubblicare una sua rivista, Europa civiltà
organizzava campeggi di addestramento paramilitari nel Lazio e corsi
nelle palestre romane. Tra i suoi ispiratori il giornalista belga Jean Thiriart,
condannato per collaborazionismo con i fascisti.
Da Terza posizione all’ufficio personale
Spicca nel curriculum di Gianluca Ponzio la militanza in Terza posizione,
ed è quello che conta. Certo, è un laureato, ha lavorato come
dirigente di Alitalia. Assunto all’Atac, oggi dirige la Gestione del personale
e relazioni industriali, oltre all’area Organizzazione e sviluppo.
Così ne parla Tassinari in Fascisteria:
Ponzio è un fedelissimo di Peppe Dimitri, militante di Tp dell’Eur.
La prima denuncia per rissa è a 15 anni, poi un fermo all’aereoporto
di Fiumicino mentre accompagna il latitante Taddeini
(ultimo latitante libero del nucleo operativo di Tp dopo l’arresto
di Ciavardini e de Angelis). Il primo arresto è due mesi dopo
il 1980. Poco più che diciassettenne tenta la rapina nello studio di
un avvocato, apre il fuoco sul carabiniere che in strada gli intima
l’alt, ferito e catturato si dichiara prigioniero politico. Esce dal
carcere nel 1982 e subito si mette nei guai dando la mano a un
vecchio amico dell’Eur, Walter Sordi. Il superpentito non è generoso
con chi l’ha aiutato: non solo lo fa arrestare ma gli attribuisce
anche un paio di rapine del nucleo operativo di Tp. I processi
vanno bene per Gianluca; sei mesi di favoreggiamento per i
Nar, insufficienza di prove per le rapine, ma intanto si è cuccato
altri tre anni e tre mesi di custodia cautelare. La lunga detenzione,
in anni decisivi per la formazione, e il senso dell’ingiustizia subita,
piuttosto che dissuaderlo, rafforzano i vincoli di solidarietà
con i camerati.
Francesco Bianco lavora al Nucleo amministrativo rimessa dell’Atac, il
Nar. Ma da giovane era nei Nar di Giusva Fioravanti, i Nuclei armati
rivoluzionari. Per questo inanella una lunga serie di processi per rapina,
aggressione, tentato omicidio. Nel febbraio 1978 è accusato di concorso
in omicidio per l’assassinio di Roberto Scialabba. A ridosso dei
fatti di via Acca Larentia un manipolo di Nar cerca vendetta nel centro
sociale di via Calpurnio Fiamma. Disdetta, è appena stato sgomberato.
E allora vanno in piazza don Bosco dove i compagni si ritrovano.
Infatti: il commando circonda un gruppo di ragazzi seduti sulle
panchine, fa fuoco. Roberto Scialabba è gravemente colpito, resta a
terra, e Valerio Fioravanti si mette a cavalcioni sul suo corpo e gli spara
il colpo di grazia, due pallottole alla nuca. A «Il Messaggero» arriva
la rivendicazione dei Nar, nessuno ci crede e tutti parlano di guerra
tra spacciatori. La verità emergerà solo nel 1982, quando Cristiano
Fioravanti deciderà di collaborare e racconterà la storia dell’aggressione
e dell’esecuzione. Francesco Bianco, dice il pentito, era l’«autista»,
alla guida della Fiat 130 che portava i «vendicatori».
Poi la rapina all’armeria Centofanti di Monteverde, gli attentati ai
cinema Induno e Garden, il carcere. È lui che Andrea Insabato va a
trovare, appena prima dell’attentato a «il manifesto» che lo ferirà gravemente.
Girata pagina, viene assunto in Trambus e poi in Atac .
Su «Il Messaggero», è il dicembre 2010, compaiono le frasi pescate
nel sito Facebook dell’impiegato Atac che sta guardando dalla finestra il
corteo degli studenti: «Annate a lavorà e se non ci riuscite fatevi raccomandà
». Lui ci è riuscito. È solo l’incipit. Continuano i lazzi, si parla di
Pacifici, leader della comunità ebraica, con sprezzo, si propone di tirare
sugli studenti olio bollente o napalm. Bianco propone: «Due colpi di
mortaio? Pece bollente o piume d’oca». Ed è subito polemica.
«Inaccettabile antisemitismo», s’indigna la governatrice del Lazio
Polverini. S’infuoca il consiglio comunale. Alemanno è costretto a parlare
di «comportamenti odiosi». Ma l’odio vale poco: una sospensione
per uso improprio di strumenti aziendali, il computer da cui si collegava
con Facebook in orario di lavoro. Sospeso in dicembre, in marzo
viene reintegrato.
Poi, fine 2001, viene gambizzato. È il secondo gambizzamento misterioso
tra gli uomini di Destra, questa volta avviene a Tivoli ma sempre
da parte di due uomini in moto. C’è chi parla di odio a Sinistra, ma
le indagini accreditano un’altra tesi: la lite tra camerati per la gestione
della sede di via Acca Larentia. Proprio quella dove ogni anno, il 7
gennaio, si ricordano i fatti del ’78. La gestione della cerimonia del
2012 – che infatti non sarà unitaria – e la gestione della sede tout court
avrebbe spaccato l’estrema Destra: Carlo Giannotta, responsabile della
sede di Acca Larentia, è sottoposto a fermo con l’accusa di essere
uno dei due uomini dell’agguato. Il figlio Mirko, Fiamma tricolore, è
stato nominato da Alemanno responsabile per il Decoro urbano del
Campidoglio.
Ex leader di Foro 753 – uno dei primi centri sociali di Destra, occupò
una ex Casa del popolo al Colosseo, poi ottenne un’assegnazione
a Boccea nel 2007 – Enzo Piso non è tra gli assunti nelle sale dei
bottoni. È deputato e capogruppo del Pdl in consiglio comunale, però,
un ruolo strategico. Un passato in carcere con l’accusa di banda armata.
Anche lui viene da Ordine nuovo e Terza posizione, era comandante
della Legione ideata da Peppe Dimitri, venne arrestato nel 1980
e restò in carcere per quattro anni. Poi fu prosciolto, come tutti. E,
sdoganata An, si è riciclato politicamente nel Pdl.
Una galassia nera. Ovvio che poi, oltre ai leader, anche la base ottenga
i vantaggi. Gran beneficiata di questi anni è Casa Pound, l’aggregazione
nostalgica che mena le mani e occupa le case. E ne ottiene
l’assegnazione rapidamente.
E non è il solo vantaggio. Mentre Alemanno occupava il Campidoglio,
i militanti di Casa Pound occupavano la stazione Olimpico-Farneto,
abbandonata da Italia ’90, facendone un luogo da concerti per il
loro rock identitario, Area 19. Trenitalia ne ha più volte chiesto la restituzione,
ma nessuno se ne è preoccupato. Anzi, il municipio e il
Campidoglio hanno dato il patrocinio e sponsorizzato l’attività commerciale
– così si è ridotta l’estate romana sotto la Destra – di «Stazione
Nord». Buttafuori, mojito, jazz, gazebo smontabili, piscina: una
discoteca «occupata» ma di lusso.
Fascisti su Marte. Ma intanto il responsabile culturale di Casa
Pound e di Area 19 è quell’Andrea Antonini (consigliere municipale
Pdl) che ha subìto un attentato stranissimo, su cui si sta ancora indagando
e che forse potrebbe riportare alle divisioni dentro Casa Pound
o con i colleghi di Forza nuova. Intanto si balla e si sbiglietta, con la
benedizione del sindaco.

Il tassista e il populista
Si chiama Giuliano Falcioni, molti lo conoscono come Zara 31. Tassista
«fascistissimo» iscritto alla Fiamma di Rauti, è stato uno dei leader
dei tassisti in rivolta contro il sindaco Veltroni, nel 2007, per colpa
di quelle duemila nuove licenze annunciate. Anche lui con la celtica
al collo, era capo della Ciisa-Taxi, una delle decine di sigle che formano
la nebulosa sindacale delle auto bianche. «Scorrerà molto sangue
– dichiarò il 20 settembre 2006 ai giornalisti – Veltroni avrà una
battaglia dura che neanche se l’immagina». La battaglia fu dura davvero,
una serrata con blocchi stradali e violenze varie. Ma poi Falcioni
è sceso da Zara 31 per entrare in Met.Ro, come autista dell’amministratore
delegato. Quando Met.Ro è confluita in Atac nel 2009, come
impiegato. Intanto si prende cura della sede Pdl di Monteverde, in via
Portinari, con l’obiettivo di promuovere «una politica di solidarietà e
di lotta al degrado».
C’è una firma non conosciuta da tutti che invade con dovizia di manifesti
i muri di Roma. A volte per applaudire la potatura di alberi, altre
volte per il restyling della segnaletica stradale, spesso contro la Lega
o l’avversario Nicola Zingaretti, presidente di Centrosinistra della
Provincia. È il «Popolo di Roma», la formazione di Giuliano Castellino.
Se il sindaco vuol lanciare una campagna, il Popolo di Roma è la
sua mano sinistra. Così, nel pieno della polemica tra il ministro della
Cultura Galan e il sindaco di Roma sul Festival del cinema che il primo
vorrebbe definanziare e il secondo no, i giovani del «Popolo» il 28
ottobre 2011 hanno assaltato il red carpet con torce e lancio di chiodi.
Tre arrestati, sette denunciati, gli altri riescono a fuggire. La ragione?
«Protestiamo contro i tagli del ministro Galan», dice per tutti Castellino.
Pochi ricordano che, in campagna elettorale, fu proprio Alemanno
a criticare il Festival del cinema, le produzioni americane, il tappeto
rosso. Ora «Retromanno» lo difende, eccome, quel tappeto. Scatena
i suoi, e pazienza se c’è da menar le mani. È anche quello un centro
di potere, come ha dimostrato la polemica su Müller e Detassis. La
legge non scritta della Destra è: se c’è un centro di potere, pur minuscolo,
boia chi molla.

Il libro nero di Alemanno. Dalla A alla Z tutti i disastridel sindaco di Roma
di Ella Baffoni 
Castelvecchi editore
collana RX
pagine 188
euro 12, 50
ISBN 978-88-7615-668-7
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