Martedì 20 Agosto 2019 - Ultimo aggiornamento 18:51
MioGiornale.com
Logo ControLaCrisi.org
Filtra per luogo...
Filtra per tema...
Filtra per data ...
Nascondi


La recensione. Libia, una rivoluzione con mamma Nato
Si può discutere sulla portata reale delle primavere arabe, se esse abbiano o meno portato a compimento la democrazia, invocata dai protagonisti che un anno fa sono scesi in piazza. Non c'è dubbio però che i paesi del Maghreb e del Medioriente siano stati sconvolti da sommovimenti sociali di proporzioni epocali come non se vedevano da tempo. Regimi più che decennali sono stati spazzati via nel giro di pochi giorni. Le popolazioni si sono ribellate. Le giovani generazioni sono venute in primo piano. Le società arabe proliferano oggi di movimenti, sigle, partiti, forze laiche, formazioni islamiste. Dalla Tunisia alla Siria, il magma è ancora ribollente.
Il senso e l'esito definitivo delle rivolte arabe, però, non è ancora chiaro. E' di questi giorni, per esempio, la notizia dell'annullamento delle elezioni che si sono tenute in Egitto, vinte dai Fratelli Musulmani. La corte costituzionale egiziana le ha invalidate, suscitando le reazioni degli islamisti. Il parlamento è stato sciolto e il potere torna nelle mani del consiglio delle forze armate. Oggi e domani si terrà il ballottaggio tra l'ex primo ministro Ahmed Shafiq e il candidato dei Fratelli Musulmani, Mohamed Mursi. In caso di irregolarità, avvertono questi ultimi, si scatenerà una «grande rivoluzione». A oggi il quadro delle primavere arabe è ancora provvisorio, instabile. Troppo presto perché si possano pubblicare studi esaurienti sull'argomento. Chiunque ci provi, deve inevitabilmente fare i conti con una situazione ancora in divenire. Vale anche per il libro di Farid Adly - giornalista libico, analista, da decenni trapiantato in Italia e collaboratore del Corriere della Sera - appena uscito per il Saggiatore con il titolo La rivoluzione libica. Dall'insurrezione di Bengasi alla morte di Gheddafi, (pp. 232, euro 15). Se c'è una tesi centrale nel volume è che la vicenda libica debba essere interpretata e letta all'interno dei confini nazionali della Libia. Nella ricostruzione degli eventi l'autore non fa alcun riferimento al ruolo eventualmente svolto dalle potenze occidentali che hanno interessi geopolitici nell'area mediterranea, Francia e Gran Bretagna in prima fila. Contrariamente a molti altri analisti, Farid Adly non ritiene che la «maledizione del petrolio» abbia avuto negli sviluppi della rivolta un ruolo negativo, proporzionale al richiamo esercitato sugli interessi delle nazioni occidentali. La sua convinzione, paradossalmente, è che la presenza dell'oro nero renderebbe svantaggioso per i paesi stranieri puntare alla destabilizzazione della Libia. «L'interesse del mondo industrializzato per il petrolio libico, se ha mosso le diplomazie per l'intervento, non lavorerà per la destabilizzazione né lascerà la situazione in condizioni di anarchia. Il paese è sotto la lente delle diplomazie e del mondo degli affari. Nessuno degli osservatori esterni ha interesse alla somalizzazione della Libia e questo è un bene».
Farid Adly punta tutto sulla tesi della rivoluzione libica come processo nazionale autonomo e indipendente, al massimo favorito dal movimento di opinione nelle società arabe in seguito alle “primavere". Il ruolo delle potenze occidentali, gli interessi geopolitici stranieri e, soprattutto, la parte sostenuta dall'intervento militare della Nato rimangono sullo sfondo - ombre appena evocate. La rivoluzione libica si spiegherebbe completamente con gli sviluppi della lotta coraggiosa portata avanti da un gruppo di avvocati e familiari delle vittime, in gran parte islamisti, della strage nel carcere di Abu Selim, commessa dal regime gheddafiano nel lontano giugno 1996. La lotta delle famiglie per ottenere giustizia è stata «la scintilla che ha infiammato la Libia nel 2011». A questa si è aggiunta l'iniziativa dell'opposizione libica all'estero di «organizzare una giornata di protesta contro i quarantadue anni di dittatura». «La scintilla dei moti, prima pacifici e che in reazione alla violenza spietata del regime si sono trasformati poi in lotta armata, è stata data proprio da quel coraggioso gruppo di familiari delle vittime di Abu Selim. Contro tutte le teorie del complotto che sarebbe stato ordito dalle superpotenze internazionali, teorie caldeggiate da molte parti interessate». Tuttavia, Adly rischia di cadere nell'errore speculare al complottismo, quello di fornire una lettura lineare, troppo lineare, dove non c'è spazio per nessuna nota fuori posto.
Non convince neppure la tesi secondo cui la rivoluzione libica non sarebbe stata una guerra civile. Qui Adly sconta un'analisi piatta del gheddafismo. Se alle spalle del regime ci fosse stata soltanto la famiglia del rais, i suoi fedelissimi e qualche migliaia di mercenari, non ci sarebbe stato bisogno dell'intervento militare della Nato. A suo modo, il gheddafismo aveva una propria base materiale nella società libica, piaccia o no, senza che questa ammissione debba comportare una qualche forma di nostalgia per un regime tramutatosi in dittatura. L'analisi del potere ultraquarantennale di Gheddafi che Adly compie, manca di spessore storico. Non c'è traccia delle differenze tra le fasi che hanno segnato la politica gheddafiana. Niente è da prendere sul serio. La Jamahiriya dei primi tempi? Un «mostro infermo», nient'altro che un «socialismo della povertà». L'adesione al movimento dei paesi non allineati? Illusione. Idem per lo stato sociale libico. Non c'è da trovare nessuna differenza tra il primo Gheddafi e l'ultimo, tra l'orientamento socialisteggiante delle origini, ispirato al nasserismo, e la svolta liberista in politica economica nell'ultimo decennio. Persino la nazionalizzazione del petrolio compiuta contro le compagnie britanniche dopo la rivoluzione del 1969 è considerata nulla di più di un cinico disegno di arricchimento personale del rais.
Molto più approfondito, invece, è il ruolo degli islamisti, una delle forze motrici della rivolta libica e delle primavere arabe negli altri paesi. L'islamismo ha dalla propria parte non solo una forza politica e un radicamento nella società, grazie a un'attività di mutualismo e assistenzialismo. Esso può fare affidamento anche su una efficace strategia comunicativa. Per esempio, Al Jazeera, l'emittente televisiva del Qatar, ha rappresentato un «fattore importante di diffusione libera di notizie e opinioni, ma ha funzionato anche, vista la sua linea editoriale, come megafono per gli islamisti dando maggiore spazio alle loro istanze, ingigantendo il loro ruolo, nascondendo le loro falle e, qualora non fosse stato possibile, avanzando pretesti e scuse per coprire i loro errori». «In ogni occasione pubblica dove ci sono responsabili militari della nuova Libia, l'attenzione di Al Jazeera si concentra sull'ex capo del Gruppo islamico combattente libico (Abdelhakim Belhaj, ndr), con zoom e primi piani, regalandogli visibilità e popolarità». Non c'è cenno, però, al ruolo politico svolto da Al Jazeera nel contesto internazionale. Eppure, sono stati pubblicati studi che evidenziano un intervento non neutrale della strategia comunicativa messa in campo dall'emittente televisiva. Basta leggere il “Glossarietto delle bufale belliche" di Karim Mezran, direttore del Centro studi americani di Roma, nel Quaderno speciale della rivista Limes La guerra di Libia, una puntuale ricostruzione delle informazioni distorte fornite dai mezzi di comunicazione di massa sulle vicende libiche. Alcune notizie che poi si sono rivelate infondate - per esempio, quella relativa a una fossa comune segnalata nei pressi di Tripoli nei primissimi giorni della rivolta - hanno condizionato l'atteggiamento dell'opinione pubblica internazionale e costruito il consenso nei confronti dell'intervento militare della Nato. Farid Adly non approfondisce se e in quale misura Al Jazeera possa aver rappresentato gli interessi geopolitici del Qatar e preferisce darne una lettura più circoscritta, tutta interna ai confini nazionali della Libia. Il protagonismo di Al Jazeera, insomma, sarebbe soltanto uno dei sintomi del confronto/scontro tra le due principali forze che hanno dato vita alla rivolta libica e, in generale, a tutte le altre primavere arabe: da un lato, il fronte dei laici e della sinistra, dall'altro, quello degli islamisti. «La questione islamica è al centro delle Primavere arabe». «La salita al potere dei cosiddetti islamisti era prevedibilissima». In Tunisia, in Egitto, in Libia ci si interroga sulla legge islamica e se inserire la religione di Stato nelle nuove Costituzioni e in quale misura ciò sia possibile senza ledere i diritti individuali e civili, in particolare quelli delle donne e delle minoranze religiose. Tuttavia gli islamisti «hanno preso parte al movimento per il cambiamento» assieme alle fazioni liberali e di sinistra. I risultati delle urne vanno accettati. «Bisogna cambiare l'opinione stereotipata ed estirpare il pregiudizio. Gli islamisti di oggi non sono quelli di una volta (tranne gli estremisti, quelli che abbracciano ancora la via armata) e non fanno paura alle altre forze democratiche arabe, perché insieme hanno percorso un lungo cammino di lotte per i diritti e contro le dittature, mentre in passato le divisioni erano state utilizzate per mettere le forze d'opposizione le une contro le altre».
Il dibattito, però, rimane aperto. Un conto è riconoscere l'Islam come religione della maggioranza, altro dichiararla religione di Stato. In quest'ultimo caso, verrebbe meno il principio della «uguaglianza di fronte alla legge, nei diritti e nei doveri, di tutti i cittadini, senza distinzioni di fede, origine etnica, genere o colore della pelle». Nella società libica i praticanti musulmani sono la stragrande maggioranza, però l'Islam politico è un fenomeno di importazione. «L'unico movimento politico religioso libico, anche se il suo fondatore era di origine algerina, è la confraternita della Senussia, che si basa su un'interpretazione letterale del testo coranico, ma è contraria a ogni fanatismo, e in campo civile ha una visione avanzata perché basa l'organizzazione della comunità sull'austerità e sul lavoro». Ciò non toglie però che già all'indomani della conquista di Tripoli da parte dei ribelli si sia manifestato uno scontro tra laici e islamisti, destinato a riprodursi anche all'interno del governo provvisorio.
Il protagonismo delle giovani generazioni è l'altro fattore messo a fuoco nel volume. «Il male più oscuro che colpisce la gioventù libica è quello della frustrazione a causa della disoccupazione. In Libia i giovani sotto i venticinque anni rappresentano il 47 per cento della popolazione, e la percentuale dei disoccupati è più alta che in Egitto». Non a caso, le prime avvisaglie della rivolta si sono verificate a gennaio, contemporaneamente alla rivoluzione tunisina, con l'occupazione di case popolari e l'assalto ai cantieri delle ditte edilizie straniere da parte di giovani.
Infine, il ruolo della Nato nella rivoluzione libica. Per trovarne cenno, bisogna attendere quasi duecento pagine, alla fine del libro. L'argomento è liquidato in poche battute. «Quale futuro per la Libia, dopo la morte di Gheddafi e del suo regime? - si chiede Farid Adly. «Per la prima volta nella storia del paese, i libici hanno il destino nelle proprie mani. La Nato ha fatto il suo lavoro con il minimo di vittime civili, anche se, secondo un mio parere politico e non tecnico, nell'ultima fase è stato superato certamente il mandato internazionale sulla protezione della popolazione, e l'Alleanza Atlantica si è assunta il compito di cambio del regime. Alla coalizione internazionale arabo-occidentale va riconosciuto il merito di aver mantenuto la parola data e, alla conclusione del reale pericolo, la Nato ha dichiarato la fine della missione». Tutto qui. Così è andata, così doveva andare. Neppure un tentennamento, non un dubbio. Anzi, Adly ribadisce la sua posizione “interventista", «senza infingimenti e senza giri di parole». «Sono assolutamente d'accordo con i bombardamenti alle truppe di Gheddafi in marcia su Bengasi. Se non ci fosse stato il bombardamento, deciso dai governi di Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna sabato 19 marzo 2011 alle 17.45, dopo l'approvazione della risoluzione 1973 del Consiglio di sicurezza dell'Onu, adesso saremmo qui a piangere centinaia di migliaia di vittime della mia città». Ma davvero all'intervento militare della Nato non c'era alternativa? Davvero non c'era spazio per una trattativa politica? Per quale motivo si è preferito respingere al mittente tutte le offerte di mediazione del regime gheddafiano senza neppure premurarsi di verificarne l'attendibilità? Quella libica è stata una rivoluzione compiuta - è il caso di non nasconderlo - sotto l'ombrello protettivo di mamma Nato. Una mamma molto ingombrante che in genere non si muove a titolo gratuito. Anche se ammette a denti stretti che «nell'ultima fase è stato superato il mandato internazionale sulla protezione della popolazione» e che l'Alleanza Atlantica ha operato direttamente per il «cambio di regime», sull'argomento Farid Adly è reticente. Non si può alludere tra le righe al fatto che la Nato abbia forzato i limiti della propria mission e strumentalizzato le sofferenze della popolazione civile al fine di cambiare il governo politico della Libia con la forza delle bombe e, poi, lasciare inalterata la propria analisi della rivoluzione libica. L'intervento militare dell'Alleanza Atlantica non è stato un dettaglio marginale.
La «rivoluzione libica» ha ancora molta strada da percorrere. Non si tratta soltanto di gestire il dibattito sul ruolo dell'islamismo all'interno di quella che sarà la nuova Costituzione. C'è il problema di costruire le premesse di una economia alternativa agli idrocarburi, ad esempio, o di incoraggiare una rivoluzione culturale in una società che resta «fortemente maschilista». O, ancora, di dare soluzione istituzionale a un paese dalla incerta identità nazionale e - checché se ne dica - oggetto di interessi economici stranieri. La via è lunga.
Dona il tuo 5x1000 a controlacrisi