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LIBRI & CONFLITTI. Estratti da RAPPORTO SUI DIRITTI GLOBALI 2012. Introduzione: La crisi come guerra globale, di Sergio Segio

Libri & Conflitti
 L’economia, le politiche sui redditi e quelle sociali, le trasformazioni del mercato del lavoro e la precarietà diffusa, la sicurezza e la salute sui luoghi di lavoro, il welfare e il diritto alla salute, lo sfruttamento minorile, il lavoro e il sindacato nel mondo, il diritto all’abitazione, le nuove e vecchie povertà, il carcere e la giustizia, il volontariato, il Terzo settore e l’economia solidale, le migrazioni e i rifugiati, i nuovi movimenti e la globalizzazione, le guerre infinite e i terrorismi globali, i diritti umani, la tortura e le discriminazioni nel mondo, l’Europa politica e quella sociale, il diritto alla salute e quello alla cultura e ai saperi, lo stato del pianeta, lo sviluppo e le diseguaglianze, le politiche ambientali nel mondo e in Italia: sono alcuni dei tanti temi trattati nel Rapporto sui diritti globali 2006. In ognuno dei 14 capitoli viene definito il punto della situazione e vengono delineate le prospettive del 2006. L’analisi e la ricerca sono corredate da ampie cronologie dei fatti, da approfondite schede tematiche, dai dati statistici più aggiornati, da un accurato glossario, dai riferimenti bibliografici e web e dall’indice dei nomi citati. È uno strumento fondamentale di informazione e formazione per quanti operano nella scuola, nei media, nella politica, nel mondo del lavoro, nelle professioni sociali, nelle associazioni. Prefazione di Guglielmo Epifani, introduzione di Sergio Segio, interventi di Paola Agnello Modica, Aldo Amoretti, Stefano Anastasia, Lucio Babolin, Paolo Beni, Franco Chittolina, Roberto Della Seta, Fulvio Fammoni, Patrizio Gonnella, Maurizio Gubbiotti, Mauro Guzzonato, Giulio Marcon, Emilio Molinari, Paolo Nerozzi, Mauro Palma, Achille Passoni, Ciro Pesacane, Antonio Pizzinato, Nicoletta Rocchi, Marino Ruzzenenti.


La crisi come guerra globale
di Sergio Segio 

È tornata la lotta di classe, ci dicono le cronache di questi mesi densedi conflitti di lavoro e di territorio. Ma quella che domina la scena globale, incidendo in profondità, non è la lotta di resistenza dei lavoratori stritolati dagli effetti della crisi o dei ceti medi che cercano di opporsi alla propria irruente proletarizzazione. All’opposto, è una lotta di classe dall’alto, che promana dalle classi dominanti mondializzate e che è silenziosamente ed efficacemente in corso dagli anni Ottanta. Una “contro-rivoluzione” o un “grande balzo all’indietro” – a seconda delle diverse definizioni utilizzate da alcuni autori – che si sostanzia in un recupero di profitti, privilegi e potere che il precedente ciclo di lotte e di cambiamenti degli anni Sessanta e Settanta avevano concretamente e in profondità messo in discussione in molti Paesi europei e negli Stati Uniti.
«La caratteristica saliente della lotta di classe della nostra epoca è questa: la classe di quelli che da diversi punti di vista sono da considerare i vincitori – termine molto apprezzato da chi ritiene che l’umanità debba inevitabilmente dividersi in vincitori e perdenti – sta conducendo una tenace lotta di classe contro la classe dei perdenti. È ciò che intendo per lotta di classe dopo la lotta di classe»: così il sociologo Luciano Gallino nel suo ultimo libro (La lotta di classe dopo la lotta di classe, a cura di Paola Borgna, Laterza, 2012).

■ La resurrezione del colosso dai piedi di argilla
Cinque anni di crisi non hanno per nulla invertito questa tendenza: la finanza e il capitalismo globali, pur essendone direttamente responsabili, non hanno visto mettere in discussione la propria supremazia, del resto da tempo fuori controllo. Anzi: i profitti e i patrimoni dei “vincitori” continuano a lievitare, mentre milioni di persone sono precipitate nella povertà e nella disoccupazione.
Il dato più recente e appariscente è venuto dalla classifica aggiornata quotidianamente e in tempo reale da “Bloomberg”, il Bloomberg Billionaires Index: ebbene, in pochi mesi, da gennaio ad aprile 2012, il patrimonio delle 40 persone più ricche del mondo si è accresciuto di 95 miliardi di dollari arrivando a superare il trilione di dollari (http://topics.bloomberg.com/
bloomberg-billionaires-index).
La ragione della sostanziale impunità del sistema finanziario e dell’imperturbabile sfrontatezza con la quale il colosso dai piedi di argilla è stato rimesso immediatamente in piedi, facendone pagare interamente i costi ai lavoratori e alle classi medie di tutto il mondo – e dell’Europa in modo particolare, e della Grecia in maniera più drammatica e accentuata – è assai semplice: da tempo, ben prima dell’esplodere della crisi, i governi avevano sostanzialmente abdicato ai propri ruoli e poteri, cedendone progressive
quote agli organismi sovranazionali come il Fondo Monetario, le Banche centrali, l’Organizzazione mondiale del commercio, le reti non trasparenti delle corporation e delle lobby industriali e finanziarie che hanno il proprio santuario non a caso in Svizzera, nell’annuale assise del World Economic Forum a Davos.

■ Movimenti, vecchi e nuovi
Questa analisi non è particolarmente nuova: il movimento altermondialista e le reti del World Social Forum la vanno ripetendo e articolando da quasi tre lustri senza che tali verità e consapevolezze siano riuscite a modificare il corso degli avvenimenti né a influenzare la governance mondiale; ciò dovrebbe indurre una specifica riflessione sul ruolo, gli strumenti, i limiti e l’efficacia possibili dei movimenti nell’epoca della globalizzazione. Evidentemente, non basta avere ragione per trasformare la realtà. Occorre costruire il
necessario e allargato consenso, saper istruire e governare i processi, essere in grado di dotarsi degli strumenti complessi, organizzativi oltre che teorici, capaci di diventare davvero lievito e motore del cambiamento e di rendere credibile l’alternativa.
I movimenti più recenti, Indignados e Occupy Wall Street in primo luogo, ci stanno provando, con ingenuità, entusiasmo, generosità, determinazione e capacità di innovazione. E sapendo muovere da idee forza semplici, cosa che in Italia è sempre risultata più difficile, per eccessive frammentazioni, minore autonomia rispetto alla politica tradizionale e forse pure per una certa
inclinazione alla complicazione, a leaderismi e passatismi.
La parola d’ordine We are the 99 percent è tanto esatta quanto comunicativamente efficace; tanto è vero che nel mese di ottobre del 2011 si contavano occupazioni in più di 95 città di 85 Paesi nel mondo, mentre negli USA le occupazioni avevano interessato oltre 600 comunità. Lo stesso vale per i valori fondanti dell’esperienza di Occupy e di Zuccotti Park, che agli inizi
si è coagulata a partire da una richiesta assai semplice: «Chiediamo che Barack Obama istituisca una commissione presidenziale con il compito di porre fine all’influenza che ha il denaro sui nostri rappresentanti a Washington» (Scrittori per il 99%, Occupy Wall Street, Feltrinelli, 2012). Tanto semplice da apparire semplicistica. Eppure, in radice, gran parte delle questioni stanno proprio in questa potenziale distruttività connessa al potere del denaro, non più temperata da valori e filosofie, da regole e culture, come in altre epoche storiche.

■ Le diseguaglianze esplosive
Una mutazione ben evidenziata dalla diseguaglianza, divenuta non solo manifesta realtà ma obiettivo perseguito. Se negli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso i compensi medi dei top manager arrivavano a 40 volte l’importo del salario di un operaio o di un impiegato mentre oggi ammontano a 300 volte, con punte sino a 1.000 volte, significa che si è rotta una proporzione plausibile e accettabile tra le diverse figure e ruoli che partecipano al processo di produzione della ricchezza sociale ma anche che il denaro, ovvero la finanza, è divenuto un valore-potere in sé e che a sé tutto subordina.
Secondo i dati del Congressional Budget Office statunitense, tra il 1992 e il 2007 i 400 americani più ricchi hanno avuto un incremento del reddito del 392%, ma le loro tasse sono calate mediamente del 37%; nel 2007, il 20% degli americani più ricco possedeva l’85% della ricchezza nazionale, mentre l’80% della popolazione solo il 15%. Tendenze analoghe sono registrate dall’OCSE anche negli altri Paesi. In Italia, dicono i dati della Banca d’Italia, alla fine del 2008 la metà più povera delle famiglie deteneva il 10% della ricchezza totale; a fronte, il 10% più ricco possedeva quasi il 45% della ricchezza complessiva. Da ultimo, sempre l’OCSE ci dice che l’Italia è al 23° posto su 34 Paesi per livello di salario medio netto, peggio persino di Irlanda e Spagna, e che nel 2011 ha perso una posizione rispetto all’anno precedente.
Quando solo dieci persone possiedono beni e capitali per circa 50 miliardi di euro, tanto quanto i tre milioni di italiani più poveri (Giovanni D’Alessio, Ricchezza e disuguaglianza in Italia, Questioni di Economia e Finanza, Banca d’Italia, n. 115, febbraio 2012), significa che il sistema non solo è profondamente iniquo ma non più sostenibile. Il mondo, allora, è tanto guasto da essere divenuto marcio.
Mettere in discussione quel potere e quelle esplosive diseguaglianze, per quanto ingenuo e utopico possa apparire, vuol dire riprogettare le forme e i modi del vivere e del produrre, il lavoro e il consumo, la politica e l’economia, il rapporto con il presente e quello con il futuro, il sistema di relazioni e le forme dell’abitare i luoghi, le città e il pianeta, l’ambiente e il rapporto con le nuove generazioni. Occorre, insomma, ripensare i paradigmi che presiedono ai processi di globalizzazione e le istituzioni che li governano, in direzione di una riconversione ecologica dell’economia, di una trasformazione degli stili di vita, di una nuova democrazia, di un’universalizzazione dei diritti.
Una questione che, oltre che urgente, è divenuta vitale e globale. «La transizione dal controllo delle multinazionali sulle risorse della Terra è diventata fondamentale per la sopravvivenza della democrazia e per la libertà degli uomini», scrive Vandana Shiva nel suo ultimo libro, indicando anche i cambiamenti necessari da compiere. Tra di essi, il passaggio dalla competizione alla cooperazione; il passaggio dalla globalizzazione delle multinazionali alla localizzazione economica basata sulla minimizzazione dello sfruttamento
di risorse naturali; il passaggio dal consumo illimitato a una cultura di conservazione, dalla monocultura gerarchica a culture inclusive basate sulla diversità e sui diritti della Madre Terra (Vandana Shiva, Fare pace con la Terra, Feltrinelli, 2012).

(...)

■ Il contagio della rivoluzione dal basso
Se esiste a breve una nuova speranza, più che nella capacità di reazione interna del sistema politico-partitico, sclerotizzato e in evidenza incapace di autoriforma, essa può prendere le mosse forse solo dal basso, come auspica Marco Revelli nell’intervista in questo volume, per disintossicarsi dalla «morfina tecnocratica».
Com’è, in effetti, successo in questi mesi, sia pur più nel resto del mondo che non in Italia, dove, per il momento, solo i sindacati e in particolare la CGIL sembrano in grado di reagire e di proporre alternative.
«Una lite scoppiata in Tunisia tra un venditore di frutta esasperato e una poliziotta si trasforma in una rivolta panarabica, così forte da portare alle dimissioni alcuni dittatori al potere da anni. La rivoluzione diventa un virus che si diffonde in tutto il bacino del Mediterraneo e minaccia di arrivare fino al cuore dell’Unione Europea: Bruxelles. Negli USA il movimento Occupy Wall Street inizia con manifestazioni pacifiche a New York e ben presto si diffonde in centinaia di città nel Paese e nel mondo. La rivoluzione è rapida, il contagio rapidissimo; tutto succede alla velocità di Twitter»: così l’economista Loretta Napoleoni sintetizza gli avvenimenti salienti del 2011 (10 anni che hanno cambiato il mondo, Bruno Mondadori, 2012)

■ L’11 settembre dei diritti e dello Stato sociale
«L’autunno del capitalismo è quasi sempre il duro inverno del proletariato», ha scritto Valentino Parlato (“il manifesto”, 28 febbraio 2012). Il linguaggio potrà apparire novecentesco ma la sostanza (e la verità) non cambia. Che l’attuale crisi si sia trasformata in un profondissimo attacco e in una resa dei conti rispetto ai diritti e alle residue conquiste delle lotte degli anni Sessanta
e Settanta appare del tutto evidente. Lo dimostrano incontrovertibilmente anche i dati e le vicende di questi ultimi mesi, riassunti e analizzati in questo nostro Rapporto, giunto al decimo anno di vita. Non si avesse voglia di perdersi dentro i noiosi numeri e le diverse statistiche, basterebbe registrare la considerazione soddisfatta del governatore della Banca Centrale Europea
Mario Draghi: «Il modello sociale europeo è morto» (“Wall Street Journal”, 24 febbraio 2012).
Che ciò fosse necessario è una delle grandi menzogne attraverso le quali si è provato, spesso riuscendoci, a convincere le vittime della necessità dei sacrifici loro richiesti, o meglio imposti.
In Italia è rapidamente scomparsa anche la sola ipotesi dell’imposta patrimoniale – che in una forma consistente costituirebbe l’unica vera, adeguata ed equa risposta alla crisi –, mentre il bisturi dei tagli e delle manovre ha inciso senza anestesia e con sempre maggiore profondità nel corpo sociale. Tanto che nel solo 2011 le manovre varate ammontano a ben 89 miliardi di euro (55 miliardi di euro da parte del governo Berlusconi, 34 miliardi da parte dei “tecnici” di Monti).
Eppure, le alternative c’erano e ci sono. In Italia l’evasione fiscale arriva annualmente a 120 miliardi di euro, mentre, come denuncia la Corte dei conti, i fenomeni di corruzione sottraggono almeno 60 miliardi e l’economia sommersa giunge a quasi 350 miliardi. Una somma pari al 20% del Prodotto Interno Lordo. Basterebbe recuperare solo la metà dell’importo dell’evasione fiscale e della corruzione per vent’anni per azzerare il debito pubblico italiano.
«Il “Fiscal compact” europeo e il pareggio di bilancio inserito nella Costituzione cancelleranno i diritti. I diritti, infatti, costano. E se lo Stato non potrà più indebitarsi, lo scandalo della ricchezza dei singoli contro la povertà del pubblico sarà sancito per sempre. Monti ha già firmato, Hollande resiste.
La Francia, per ora, è l’unica speranza per l’Europa» (Giovanni Ferrara, “il manifesto”, 9 marzo 2012). Queste poche righe indicano l’obiettivo dei poteri globali e gli effetti della crisi, indotti con successo dai suoi stessi responsabili. In Italia il pareggio di bilancio è stato poi effettivamente inserito nella Costituzione repubblicana con il voto definitivo (e quasi unanime: 235 i voti a favore, solo 11 quelli contrari e 24 gli astenuti) del Senato del 17 aprile 2012. Un provvedimento che alcuni commentatori non hanno esitato a
definire a chiare lettere eversivo: «Al di là della gravità di aver utilizzato in maniera impropria e strumentale l’istituto della revisione costituzionale, occorre ricordare che la garanzia dei diritti fondamentali, tra i quali ovviamente sono inclusi i diritti sociali, rappresenta un principio fondamentale della Costituzione italiana e configura un’ipotesi classica di limite alla prevalenza e/o ingerenza del diritto comunitario sul diritto interno. Quindi, in caso di contrasto tra diritto comunitario e diritto interno prevalgono i principi costituzionali e il governo italiano avrebbe potuto e dovuto da subito anteporre la difesa della Costituzione a regole eversive poste dai mercati finanziari» (Alberto Lucarelli, Un’altra battaglia di obbedienza civile, “il manifesto”, 20 aprile 2012). Altrettanto drastico il commento del costituzionalista Ferrara: «Con l’approvazione di tale legge costituzionale, la politica economica è sottratta al Parlamento italiano, al Governo italiano, al corpo elettorale italiano. Con tale approvazione la nostra Costituzione non è più nostra. È stata trasformata in strumento giuridico funzionale a un feticcio, quello neoliberista, che la tecnocrazia finanziaria europea interpreterà volta a volta dettando le misure che dispiegheranno la mistica del feticcio» (Giovanni Ferrara, Regressione costituzionale, “il manifesto”, 18 aprile 2012).
Si è voluto, insomma, con la concorde partecipazione dell’intero parlamento italiano e di quasi tutti i partiti e in assenza di opposizione sociale, scardinare il sapiente equilibrio della Costituzione per imbrigliare la finanza pubblica, così che quella privata possa ulteriormente spadroneggiare e perseguire il sistematico depredamento dei beni comuni e l’affossamento delle garanzie sociali. Ma, assieme allo Stato sociale e ai diritti, è la democrazia stessa che sta barcollando sotto i colpi concentrici dell’ultraliberismo e di governi succubi o direttamente espressione delle tecnocrazie.
La grande questione, evidente prima della crisi e drammatica dopo, è quella distributiva. Come dice in questo volume il giurista Ugo Mattei, ogni eccesso di proprietà e di risorse corrisponde obiettivamente a una sottrazione di beni comuni. La forbice della diseguaglianza è la spada di Damocle che pende sui destini globali, la cui permanenza è in grado di inficiare qualsiasi strategia di uscita dalla crisi. Tanto più se, come avviene attualmente, le risposte già introdotte vanno nella direzione di un allargamento di quella forbice.
Con tutte le conseguenze che ciò comporta, in termini di vita o di morte. 
(...)


Rapporto sui diritti globali 2012. La Grecia è vicina
a cura di ASI - Associazione Società Informazione
promosso da CGIL
EDIESSE
pagine 1290
euro 35, 00 (libro + cd non vedndibili separatamente)
ISBN: 9- 788823- 016798
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