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LIBRI & CONFLITTI. ESTRATTO da Il Reportage, rivista trimestrale: "QUESTA E' LA STORIA DI RYAN FIGLIO DEL TERREMOTO DI HAITI", di Giordano Cossu
Libri & Conflitti il Reportage”, trimestrale di scrittura, giornalismo e fotografia. Nasce dall’esigenza di riscoprire e dare spazio a una forma di giornalismo – spesso a cavallo con la letteratura – un po’ dimenticata o sacrificata nei giornali di oggi. “Il Reportage” ha una concezione del reportage particolarmente flessibile. Non c’è uno stile identitario, non ci sono temi privilegiati se non per le situazioni emblematiche che raccontano. Il reportage può essere un’inchiesta, un’intervista, un viaggio “letterario”, un diario. Ampio spazio è riservato al fotoreportage, dove sono le sole immagini a raccontare una storia. Talvolta ne basta una soltanto, come nella rubrica “la foto vintage”, che chiude la rivista. Il racconto finale consente anche di mantenere un contatto con la narrativa d’immaginazione. Il Reportage ha una tiratura di 1.500 copie. Viene distribuito nelle principali librerie italiane e in molte edicole di Roma e dintorni. Le pagine sono 96, tutte a colori. Il prezzo è di 10 euro. Direttore è Riccardo De Gennaro, che ha lavorato per oltre 20 anni al Sole-24 Ore e poi a Repubblica, photoeditor Mauro Guglielminotti. Pubblicato da Edizioni Centouno srl, il Reportage è presente anche su Facebook con un gruppo che conta circa 2mila iscritti.

ESTRATTO DA il Reportage n.10 aprile-giugno 2012

Questa è la storia di Ryan
figlio del terremoto di Haiti

di Giordano Cossu

“Se siamo qui oggi, io e lui, dobbiamo ringraziare Dio che ci ha fatto la grazia”. La voce di Ylane spezza il silenzio nella semplice casa di due stanze a Fort National, un quartiere di Port-au-Prince, non lontano dal centro città della capitale haitiana. Una tinozza è davanti a lei, al centro della stanza. Dentro c’è “lui”, Ryan, che si dimena per evitare l’acqua, il sapone e le mani di Ylane che lo sfregano vigorosamente. Il suo sguardo si posa, curioso, su tutti gli oggetti. “È mio figlio, ma è anche figlio del terremoto”, dice la mamma. È il 12 gennaio 2012, secondo anniversario della catastrofe che, in pochi secondi, ha spazzato via le esistenze di 230mila uomini, donne e bambini ad Haiti. Ryan compie due anni. È nato poche ore dopo la prima drammatica scossa di 35 secondi, che mise un popolo in ginocchio. Le prime immagini che i suoi occhi hanno registrato furono quelle della polvere, delle macerie, delle case crollate, di gente terrorizzata che pregava e che si riversava nelle strade. “È per questo che il compleanno lo festeggeremo domani. Il 12, non si può fare una festa. Troppa tristezza, troppi brutti ricordi. È il giorno del dolore”.
Da questa collinetta a un quarto d’ora a piedi dal centro della città, tra il fogliame di alcuni alberi che cercano spazio tra polvere, mattoni e cemento, i simboli della Haiti ferita dal terremoto sono tuttora visibili: il Palazzo Nazionale, ancora collassato su se stesso; i muri esterni della cattedrale rimasta a cielo aperto; il grande spazio pubblico di Champs de Mars, proprio davanti al Palazzo Nazionale, occupato da quel giorno da teloni e tende, unico riparo per decine di migliaia di sfollati senzatetto. Ed ora sono tutti laggiù, a ricordare che quel giorno non è stato un incubo, ma la realtà.
Una volta vestito, Ryan si mette a giocare fuori dalla porta, negli spazi ristretti tra le case. Corre dappertutto, non sta mai fermo, Ylane lo insegue per evitare che cada giù nella scarpata. Una volta affidato al suo papà, Gérald, Ylane può rilassarsi. Le sue parole e i suoi occhi, lentamente, la riportano al giorno del terremoto. Si rivede all’ospedale generale, a pochi passi dal Palazzo Nazionale, nella sezione maternità. “Avevo i dolori, aspettavo con ansia la nascita di Ryan. Un giorno un dottore mi disse che non potevo avere figli, ma adesso Ryan era lì che aspettava di uscire, un regalo divino. Ero al settimo cielo”.
“Nel momento del terremoto una parte dell’ospedale crollò. Nessuno capiva cosa succedeva, tutti scapparono, medici compresi e, nonostante le doglie, anch’io corsi fuori. L’edificio tremava”. Ylane si mette le mani sulla testa ricordando quel momento: “Fuori nel cortile, la catastrofe. Davanti all’edificio maternità c’era la scuola infermiere, avevo visto le studentesse che rientravano qualche minuto prima. L’edificio era così, appiattito, un piano collassato sull’altro” e a questo punto, per spiegarsi, mette una mano sull’altra, alternandole. “Il mio primo pensiero fu che le ragazze, le studentesse, erano tutte morte”, aggiunge.
“In strada era l’apocalisse. La gente agitava le mani al cielo, c’erano feriti, cadaveri in strada, il Palazzo Nazionale piegato su un lato”. Le parole e le mani non bastano, Ylane mima quello che “vede” con tutto il corpo. I suoi occhi guardano da una parte all’altra: non sta solo raccontando, sta ritornando a quel giorno, rivive la paura di perdere il bambino. In quegli istanti, due anni prima, nella strada Ylane pregava Dio che le desse ancora un giorno per far nascere Ryan. “Ma no, il buon Dio fa i suoi piani da solo. Volle farmi il suo miglior regalo quella stessa notte”.
Racconta: “Non potevo far nulla, decisi di rientrare verso casa. Ma quando arrivai alla via che portava verso il mio quartiere, una fiumana di gente scendeva verso il Champs de Mars. Guardai in alto, e vidi che del mio quartiere non restava quasi più nulla. Chiedevo cosa stava succedendo, ma nessuno rispondeva. La gente era talmente traumatizzata che nessuno parlava. Ritrovai mio cugino, che mi aveva cercato all’ospedale. A Champ de Mars c’era troppa gente, allora trovammo riparo in un campetto di calcio del quartiere. Qualcuno aveva un telo su cui sdraiarsi, la maggior parte non aveva con sé altro che emozioni. Ed è in quel momento che sono ricominciate le doglie”.
Il dolore aumentava in continuazione, allora si decise a chiedere aiuto, se qualcuno poteva assisterla nel far nascere Ryan. Coloro che fermava non avevano niente per il parto, neanche un po’ d’alcool. Finché qualcuno disse di cercare un certo Loulou, un homme sage, un brav’uomo che sapeva far nascere i bambini. “Non sapevamo dove fosse, era tutto buio, non c’era elettricità, ma qualcuno ci disse di andare sotto un certo albero, più in là, e di chiamarlo da lì. Così facemmo, l’uomo rispose, e arrivò. Chiese solo dei guanti, e mentre le scosse continuavano nell’oscurità, e la gente urlava e pregava pensando che fosse la fine del mondo e che nessuno avrebbe rivisto la luce del sole, il bambino cominciava a uscire. I dolori erano lancinanti, ma quell’uomo mi diceva di spingere, di spingere ancora. Fu così che Ryan nacque, poco dopo le undici di sera”. Nel buio, Ylane tenne il bambino con sé, tutta la notte, senza poter dormire, finché il sole non tornò a dare luce e l’entità del disastro, progressivamente, si rendeva visibile ad Haiti e al mondo intero.
Ryan era nato al centro di un campo di calcio, il giorno che ha cambiato Haiti. “Forse avrà il destino di un grande calciatore, chissà”, scherza la mamma. Ad Haiti, c’è un “prima” e un “dopo” il goudou goudou, il terremoto. Pensando al futuro e non più al passato, Ylane finalmente sorride. “Non lo rividi più, quel brav’uomo che mi aiutò a partorire, senza di lui non avrei saputo cosa fare. Non ci chiese nulla per l’aiuto. Immediatamente dopo il terremoto, era così, la gente si sentiva più altruista, tutti pensavano alla fine del mondo, che avrebbero reso conto a Dio delle loro azioni. Ma dopo soli tre mesi, la gente è tornata come prima”.
Il punto in cui è nato Ryan è oggi coperto dalle tende delle migliaia di persone che ancora “abitano” qui. Madre e figlio l’indomani hanno trovato ricovero presso la famiglia del padre del bambino. Sono potuti rientrare nella loro casa a Fort National, poco danneggiata, dopo un paio di mesi. Ma ad Haiti, in particolare nella capitale, ci sono ancora oltre mezzo milione di sfollati, per i quali, da quel giorno, la vita è andata peggiorando. Mancanza di alloggio, disoccupazione, nessun accesso ai servizi, promesse mai mantenute dal mondo e dai governanti di Haiti: l’esistenza di Ryan è diventata una sorta di clessidra della (non) ricostruzione del Paese, una misura inesorabile del tempo che passa.
I senzatetto attendono ancora oggi una soluzione permanente al problema di alloggio. Intere famiglie sono costrette a vivere sotto un telone di plastica o un altro rifugio di fortuna, senza i mezzi e la possibilità di trovare un’altra soluzione. Per non parlare della pressione e, talvolta, delle minacce, che subiscono per andarsene, sia dai proprietari dei terreni privati, sia dalle istituzioni pubbliche. Negli ultimi sei mesi, alcuni campi di sfollati ritenuti prioritari dal governo sono stati oggetto di trasferimenti organizzati, nell’ambito di un programma che pur essendo via via diventato lo schema classico con cui “risolvere” il problema dei campi, riceve anche molte critiche. Vi partecipano anche organizzazioni internazionali come l’Oim (l’Organizzazione internazionale per la Migrazione) e la Croce Rossa: le famiglie dei campi selezionati ricevono una somma (circa 500 dollari) che permette loro di affittare una casa per un anno. Il denaro viene versato direttamente al proprietario della casa affittata, che viene anche ispezionata per verificarne la solidità.
Se nei piani questo programma doveva accompagnarsi a una riabilitazione dei quartieri danneggiati, per permettere alla gente di rientrare nei propri quartieri di provenienza, in realtà la fase di ricostruzione dell’infrastruttura pubblica e privata dei quartieri attende ancora un vero inizio. Per cui chi accede a questo programma (fin qui, solo il 10 per cento degli sfollati rimasti) va a vivere in case che erano in genere già disponibili dopo il terremoto e che solo la mancanza di risorse rendeva inaccessibile. Il problema è che non ci sono abbastanza case per tutti, per cui senza la “vera” ricostruzione diventa ogni giorno più difficile trovare altre case, anche qualora altri enti e organizzazioni umanitarie mettesse a disposizione altre risorse per incentivare il trasferimento dei senzatetto. Ma tra un anno, quando l’affitto scadrà e molti non avranno ancora i soldi per rinnovarlo, cosa succederà? La gente tornerà nei campi? “Per ora preoccupiamoci di chi sta ancora nei campi, piuttosto che di ciò che succederà tra 8-9 mesi”, ribatte con convinzione Emmett Fitzgerald, coordinatore del programma dell’Oim.
E allora nasce spontanea una domanda: la ricostruzione che fine ha fatto? Troppi problemi la rallentano o addirittura impediscono: fondi internazionali mai effettivamente arrivati ad Haiti, blocchi tra istituzioni (un esempio: per il sindaco di Port-au-Prince, il piano di ricostruzione da applicare è quello elaborato dal suo municipio e non quello del governo, ma i fondi per attuarlo certo non arriveranno facilmente), un vuoto cronico di potere politico (la Cirh, la Commissione ad interim per la ricostruzione di Haiti, si è sciolta ad ottobre al termine del suo mandato di 18 mesi dopo aver concluso pochissimo; il primo ministro haitiano, faticosamente nominato a settembre scorso dopo un braccio di ferro tra il nuovo presidente Martelly e il parlamento, si è nuovamente dimesso a febbraio), una situazione socio-economica instabile, dove la maggior parte dell’occupazione consiste nella piccola rivendita di generi alimentari ai bordi delle strade.
Per molti haitiani l’impiego dei sogni sarebbe lavorare per una delle migliaia di Ong presenti nel Paese, le quali se da un lato attivano alcune iniziative, a volte efficaci e a volte no, dall’altro hanno comunque l’effetto di causare una dipendenza ancor maggiore dagli aiuti umanitari: quando via via i fondi terminano e le Ong reindirizzano i loro interventi, molti progetti non hanno più seguito, non essendo stato garantito un passaggio del testimone a istituzioni e organizzazioni locali.
Ogni sopravvissuto al terremoto ha una sua storia da raccontare, ma una speranza sempre più flebile di un futuro migliore. Nel giorno del secondo anniversario del sisma, le cerimonie ufficiali di commemorazione sono fuori città, alla grande fossa comune dove furono portate la gran parte delle oltre 230mila vittime. Lì si fanno discorsi lenti e solenni, ci sono le personalità di Stato e quelle religiose. Cosicché il centro città e i suoi simboli sono lasciati ai cittadini e alle loro manifestazioni spontanee, dove si mescola la tristezza dei ricordi con la volontà di guardare avanti con ottimismo e allegria.
“Mai più”, urlano gli studenti d’arte di Port-au-Prince. Davanti al Palazzo Nazionale va in scena per strada una pantomima di protesta sociale, dove i vari personaggi mimano e urlano i problemi di tutti e chiedono “scuola, acqua, casa, lavoro”. Sono questi i bisogni della popolazione. Soprattutto chiedono allo Stato “un progetto di società”, come spiega Harry Jean, coordinatore di progetti culturali ad Haiti. Sono gli studenti dell’Enarts, la Scuola nazionale delle Arti che si trova proprio a pochi passi dall’ospedale dove Ryan doveva venire alla luce, ad avere organizzato lo spettacolo. Bienvenue à la boucherie mondiale, benvenuti alla macelleria mondiale, declamano gli attori. Sono artisti plastici, commedianti, poeti, danzatori, che attirano la folla davanti ai monumenti simbolo della capitale. Laddove le voci dei cittadini sono inascoltate e i politici, haitiani e internazionali, continuano il loro gioco di responsabilità, l’arte permette di urlare più forte e arrivare simbolicamente più lontano, di mobilitare gli animi.
Alle 16 e 53, l’ora del terremoto, la sirena delle emergenze nazionali comincia a risuonare su tutta la capitale. Ylane è fuori dalla sua casa assieme a Ryan. È appoggiata al muro e contempla da lontano il centro città dal quale proviene quel suono cupo. “È il coprifuoco, tutti devono rientrare a casa”, esclama, ma in realtà la sirena è solo commemorativa: segnala e ricorda quei lunghissimi 35 secondi della terribile scossa. In un Paese in cui per anni, tra dittatura e post-dittatura, colpi di Stato e presenza armata internazionale è spesso stato “normale” avere il coprifuoco, è persino difficile pensare che questa volta sia “solo” per commemorare le vittime del terremoto.
Quando la sirena si ferma, la vita simbolicamente ricomincia, tutti pensano al proprio futuro. Per Ylane, il giorno dopo sarà di festa perché potrà festeggiare il compleanno di Ryan. Con una torta, una bottiglia magari, parenti e vicini riuniti nella piccola casa. “Spero che sarà un uomo di talento, un grande uomo che farà qualcosa per Haiti. Andrà a scuola, ci deve andare per avere un futuro. Anche se sarò senza soldi, farò di tutto perché vada a scuola”, dice Ylane. Ryan dorme, la vita continua ad Haiti. Lui è il simbolo della rinascita.

il Reportage sul web: QUI 

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