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Musica. Le belle cover di Rumer, anglo-pakistana che ama Havens, Marley e Neil Young
Ho sempre amato le voci femminili; soprattutto la stagione tra i ’60 e i ’70 ci ha regalato cantanti che travalicavano i generi, passando dal folk, sia inglese che statunitense (a partire da Judy Collins, Joan Baez, Sandy Denny, ma anche le pop singers come Dusty Springfield e le grandi autrici come Joni Mitchell o Laura Nyro, per arrivare alle piu’ recenti Emmylou Harris, Linda Ronstadt, Rosanne Cash, Shawn Colvin e Mary Chapin Carpenter). Non ho simpatia invece per le “belle voci” fini a se stesse, ed oggi il panorama musicale è ricco di vocioni R & B che però non hanno cuore e non trasmettono passione vera, sono spesso caricaturali e sono molta immagine e poca sostanza.

La premessa è per parlarvi di un album pubblicato un mesetto fa, il secondo album di Rumer, cantante anglo-pakistana (è nata infatti a Islamabad nel 1979) che dopo un folgorante esordio (Seasons of my soul, 500.000 copie vendute non bruscolini) pubblica questo Boys Don’t cry. Vi dico subito che è un album bellissimo, composto da 12 covers (sedici nella deluxe edition) per un repertorio davvero eterogeneo, cantato con grande classe e personalità. Gli album di cover sono diventati una moda, spesso scorciatoie per artisti in crisi di creatività. In questo caso, invece, troviamo un atto d’amore verso pezzi amati e vissuti dalla cantante, con grande passione.

Si parte con un classico di Jimmy Webb (P.F.Sloan) dedicato ad un grande autore americano pop degli anni ’60. Brano che vanta mille versioni ma reso alla grande. Intro di chitarra acustica, con suoni “fuori moda” (oboe) e un grande coro. Adoro questo brano zuccheroso al punto giusto. Si passa poi ad un brano di Richie Havens (Colud Be The First Day), è un pezzo facile ma non minore, anche se Richie Havens lo apprezzo più come interprete che come autore (i meno giovani lo ricorderanno al Festival di Woodstock con l’inno Freedom). Todd Rundgren (Dio lo benedica) è il terzo autore di cui Rumer canta in perfetto stile cantautorale da anni ’70 doc Be Nice To Me: i suoni sono vintage e l’atmosfera splendida.

Cito volutamente tutti i brani dell’album perché non trovo tracce minori e allora ben venga “Travelin’Boy” di Paul Williams, un brano lento di grande atmosfera come anche il prossimo “Soulsville”, dalla penna del Grande Isaac Hayes, il vero R&B… Altra perla, proseguendo con il cantautorato pop americano di storytellers minori, è “Same Old Tears On A New Background” di Stephen Bishop. Casualmente, come per P.F.Sloan, esiste anche una splendida versione, cantata da Art Garfunkel, molti anni orsono. Il brano si sviluppa per piano e voce che bastano e avanzano.
“Sara Smile” era uno dei migliori brani usciti dal repertorio del duo Hall & Oates (a proposito è appena uscito a sorpresa un bellissimo album di puro blues da parte di John Oates). La versione di Rumer è completamente personalizzata da un arrangiamento molto più scarno. Bellissima comunque.
Townes van Zandt era un magnifico perdente, tra i migliori. Molto apprezzato da tanti colleghi ben più famosi, ma che è morto giovane e povero! Ecco allora la canzone che prediligo di Boys Don’t Cry: “Flyin’Shoes”. Emozionante riascoltarla ogni volta. Piano, Armonica e Steel Guitar. Godetevela!
Si prosegue con “Home Thoughts From Abroad” di Clifford T. Ward, tutta voce, e che voce. Clifford T. Ward era un cantante inglese (è morto nel 2001), arrivato alla notorietà anche in Italia nel 1972 con il singolo “Gaye” (cercatela, è ancora deliziosa).

Altra traccia è “Just For A Moment”, sembra un brano della succitata Dusty Springfield e venne scritta in coppia dagli ex Faces Ron Wood e Ronnie Lane. Forse il brano meno di impatto del disco. Il suono dell’ hammond ci porta a “Brave Awakening” di un altro grande autore “minore” che è il britannico Terry Reid, molta anima nei suoni e nell’interpretazione. Gilbert O’Sullivan è l’altro inglese che viene scelto dalla Nostra per una versione del brano più pop del disco “We Will”: scelta singolare, forse un po’ troppo leggerino.

L’album sarebbe concluso ma ecco che la ormai classica deluxe edition, quella che ti fa spendere qualche euro in più rispetto alla versione “normale” (scelte assurde da parte degli attuali pseudo-discografici).

Ci troviamo “in regalo” altri 4 brani: “Andre Johrai” del grandissimo e sfortunato Tim Hardin, “Soul Rebel” di Bob Marley, “My Cricket” del pianista Leon Russell e, ciliegina sulla torta, “A Man Needs A Maid” di Neil Young. La prima è di gran classe, la seconda è spogliata dal suono reggae dell’originale e diventa una ballatona, la terza è un omaggio ad uno dei più grandi autori di musica americani e, infine, il Neil Young del long seller Harvest. Una delle migliori covers degli ultimi anni, semplicemente magica.

Concludendo spero di avervi saputo disegnare un album davvero molto bello per una cantante che, meno “nazional popolare” della connazionale e fortunata Adele, meriterebbe maggiori consensi. Attendo il prossimo terzo lavoro di brani originali per poter inserire Rumer nell’olimpo delle Grandi Voci Femminili.
Come sempre buon ascolto

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