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Se l'Arte diventa una macchina da soldi

Il sistema dell’arte, per come è venuto configurandosi negli ultimi decenni, somiglia a una slot machine. Una macchina, cioè, costruita come tutte le slot per fare soldi imbrogliando la gente e premiando ogni tanto e casualmente qualcuno, allo scopo di mantenere in vita l’illusione di facili guadagni. Nel caso del sistema dell’arte la macchina è truccata due volte, la prima come tutte le slot machine, la seconda perché i soldi non vengono distribuiti a caso ma solo ad alcuni giocatori (gli stessi che l’hanno costruita). Essi sono i grandi mercanti, il più delle volte organizzati in cordate, i galleristi più potenti, le case d’aste internazionali, i musei che contano, i collezionisti professionali, le banche, gli international curators che fanno tendenza e la nuova e vincente categoria degli artisti manager. Tutti costoro, sapendo che la macchina è truccata, agiscono con la pressoché totale sicurezza di incrementare progressivamente i propri profitti e la propria influenza. In questo quadro per nulla edificante l’arte diventa una merce. Una forma particolare di merce, che possiede un unico valore: quello di scambio. Un feticcio insomma. Una cosa che non corrisponde a nessuna funzione e ad alcuna utilità sociale ma che, come qualsiasi pacchetto azionario, serve a produrre nuovo profitto dentro il gorgo di un processo perverso di finanziarizzazione dell’attività dell’industria culturale, di cui il sistema dell’arte è parte costitutiva importante.

La natura di questi processi e del sistema che li produce e li governa, mentre è ben nota ai burattinai di questo teatrino, è ignota a quasi tutti gli altri perché non esiste, oggi, un ragionamento sull’arte contemporanea capace di decostruirla, decriptarne il senso e muoversi in direzione controegemonica. Mentre la letteratura su di essa straripa di sollecitazioni che tendono a valorizzare il rapporto consustanziale fra capitalismo, liberismo e ricerca estetica; mentre questo pensiero borghese e postideologico utilizza la categoria del darwinismo estetico, come si usa in altri ambiti quella del darwinismo sociale ed economico, cercando di dimostrare che il mondo del libero mercato è il migliore dei mondi possibili; mentre questa vulgata si diffonde e si rafforza come una pandemia, latita una risposta culturale di classe che sia all’altezza della sua pericolosità. Questo libro ha l’ambizione di contribuire, nel suo piccolo, a interrompere questo silenzio. A partire dalla fine degli anni Settanta, sull’arte sopravvivono solo e soltanto narrazioni di destra: elitarie, arroganti, ciniche, economicistiche, tecnocratiche, banalizzanti, riduzionistiche. Con questa piccola opera vorrei contribuire a mantenere in vita una narrazione di sinistra: dubbiosa, umanistica, ironica, classista, universalistica, democratica, non ingessata dai dogmi ma marxista.

Devo confessare che ad aiutarmi molto in questa impresa, così come nella scelta del modo di collocarmi nel mondo dell’arte, è stata una condizione di privilegio intellettuale legata alla mia professione di medico. Tale condizione mi ha permesso di non essere costretto a una carriera ortodossa nel mondo accademico o, comunque, negli ambienti costitutivi del sistema dell’arte contemporanea (la slot machine). Il mio pane ho potuto guadagnarlo in altro modo e ciò mi ha messo al riparo dai ricatti. La mia via di approccio all’arte è stata sicuramente più lunga, attraverso lo studio e la pratica della medicina, ma non meno proficua di altre. Perché la medicina è un’arte. E facendo arte è più facile capire l’arte. Specie quando da “guaritore ferito” (Hans-Georg Gadamer) sperimenti ogni giorno la natura maieutica del rapporto fra sofferenza e vita, fra fragilità e potenza creativa. E’ per questa ragione che ho inserito nel testo un breve saggio dedicato al mio modo di considerare la medicina e il mestiere di medico.

Ho diviso in tre parti questo libro, raccogliendo i temi secondo un criterio che intende riferire sulle figure che hanno fatto e fanno la storia dell’arte più significative per me, quelle con le quali mi sono spiritualmente incontrato (a volte non solo spiritualmente ma anche di persona); e, oltre alle figure,mettendo insieme i fatti e cioè gli accadimenti, le ricorrenze, le mostre ma anche le stravaganze e le pazzie del contemporaneo; e, oltre ai fatti, presentando le idee e cioè quei tentativi di trarre dalla prassi un pensiero critico e offensivo o, più semplicemente, proponendo miei convincimenti su temi e circostanze oggi poco frequentati, inerenti le questioni del gusto, del bello, dell’ozio e molto altro ancora.

Gli scritti raccolti nelle tre sezioni sono in parte inediti e in parte usciti su giornali («Liberazione» in particolare), riviste e cataloghi. Metterli insieme ha significato per me ricomporre il mosaico di una personale idea sull’arte. Sull’arte dei nostri giorni in modo particolare e sui rischi che essa corre di autosnaturamento a causa dei devastanti processi di mercificazione che la devastano. In questo senso raccontare le storie di alcuni grandi maestri mi è parso necessario per dare un’idea di come l’arte sia rimasta uguale a se stessa per millenni e di come oggi, invece, rischi di perdersi e di lasciarci orfani di uno dei più grandi conforti che la storia dell’umanità abbia conosciuto. Naturalmente, la selezione delle mie “figure”, dei miei personaggi-guida, non ostenta alcuna pretesa scolastica o tassonomica. Si tratta semplicemente di un rosario essenziale di nomi che ha contribuito a formare l’ossatura di un mio personale pensiero.

La presunzione e la speranza sono state quelle di fornire, attraverso una trattazione antisistematica e sorvegliatamente sentimentale, una serie di spunti che possa suggerire a qualche incolto della materia (è l’obiettivo più ambizioso che perseguo ormai da molti anni) un piacevole stimolo ad affrontare letture più sistematiche e scientifiche, senza trascurare che l’arte, come la musica, la lettura, la poesia va frequentata in modo diretto. Come l’amore, l’arte non può fare a meno del contatto fisico, di quella carnalità che ben conosce il vero appassionato. Che i fruitori dell’arte e della poesia debbano esse pochi privilegiati, selezionati fra le improbabili schiere delle anime elette, è una balla che fa comodo ai potenti pre-potenti che hanno interesse a mantenere il popolo nella sua ignoranza di plebe o, peggio, di pubblico inerte (incapace persino – perché c’è plebe e plebe - di produrre briganti e nuovi Masaniello).

Gli albori dell’umanità conobbero un rapporto strettissimo fra magia, superstizione, religione, medicina e arte perché la natura archetipica di queste attività-pensiero rispondeva a un’unica ragione: quella di dare all’uomo la possibilità di sostenere il confronto con una natura terribile e ostile e con una prospettiva inevitabile di sofferenza, di dolore e di morte. Coi millenni questa prospettiva è cambiata anzi, per certi versi, si è rovesciata, oggi siamo noi che rischiamo di distruggere la natura. Ma sostanzialmente immodificato è rimasto il nostro rapporto con la morte. Ed è a questo primigenio rapporto che va fatta risalire l’origine dell’arte. Un’origine che non ha impedito ad essa, tuttavia, di subire tutte quelle trasformazioni che il suo legame con l’essere sociale ha provocato, a partire dalla costituzione delle prime società divise in classi.
L’arte contemporanea, nel suo essere vivisezionata nel frullatore della comunicazione, della società dello spettacolo e del profitto, ha perso ogni legame con questa complessità, mentre il popolo dei suoi fruitori ha subito una regressione culturale e antropologica forse senza precedenti. La crisi dell’arte è un aspetto di una crisi più generale che tutto coinvolge: la sfera sociale, quella politica, quella etica, quella estetica, quella culturale. Le classi egemoni e i poteri forti che ne decidono le strategie credono, nella loro ottusa miopia, che il mondo possa fare a meno dell’intelligenza collettiva. Che sia meglio disporre di popoli di passivi consumatori, che di eserciti di fastidiose intelligenze critiche. Per questo tendono a sostituire alla cultura la comunicazione, all’arte internet la televisione, alla veglia il sonno della ragione. Al sistema dell’arte una slot machine. Questa cosa può funzionare per un breve periodo. Ma non a lungo. E già ce lo indicano segnali inquietanti e inconfondibili. Il torpore generale rischia di condizionare il destino dell’arte e del resto. Per questo l’insieme di questi scritti, nel suo piccolo, aspira a suonare la sveglia. Se trilla non la spegnete subito. Se no vi riaddormenterete.

(anticipazione dal libro di Roberto Gramiccia "Slot Art Machine. Il grande business dell'arte contemporanea", euro 17,00, pp224, 2012, DeriveApprodi)

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