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LIBRI & CONFLITTI. Estratto da Daddo e Paolo. L'inizio della grande rivolta - Aa. Vv. DeriveAPPRODI
Libri & Conflitti. Siamo già alla terza ristampa per Daddo e Paolo. L'inizio della grande rivolta. Roma, piazza Indipendenza, 2 febbraio 1977. DeriveAPPRODI.Il primo febbraio 1977 un gruppo di neofascisti fa un’incursione all’università di Roma, sparando. Uno studente rimane gravemente ferito. L’università viene occupata. Il giorno successivo, nel corso di un corteo, la sede dei giovani neofascisti di via Sommacampagna viene data alle fiamme. Poco dopo, a piazza Indipendenza, intervengono le squadre speciali della polizia che disperdono il corteo con raffiche di mitra. Cadono a terra feriti Paolo Tommasini e Leonardo (Daddo) Fortuna che, armati, avevano risposto al fuoco pensando si trattasse di neofascisti. Il primo a cadere, colpito alle gambe, è Paolo. Daddo torna indietro e cerca di portarlo via ma a sua volta ferito. Quel drammatico evento – che ha segnato l’avvio della grande rivolta del Movimento del ’77 – fu immortalato con alcuni scatti dal fotografo Tano D’Amico che li custodì in segreto per i successivi vent’anni. Quegli scatti (uno in particolare) ritraggono un gesto di straordinaria generosità, la medesima che ha attraversato e alimentato i sentimenti e i comportamenti di tutti coloro che hanno preso parte a quel Movimento. Di fatto, quell’immagine rappresenta l’esatto rovescio di quella scattata in occasione di un altro scontro a fuoco tra manifestanti e polizia: quello di via De Amicis a Milano, il 14 maggio dello stesso anno. Un’immagine al centro di un altro libro edito dalla nostra casa editrice (Storia di una foto. La costruzione dell’immagine icona degli anni di piombo). Anche questo libro raccoglie una ricca documentazione iconografica di più autori, testi estratti dagli atti giudiziari, documenti politici dell’epoca, saggi di studiosi della comunicazione, testimonianze di alcuni protagonisti. Leonardo Fortuna (Daddo), scomparso nella scorsa primavera, ha lavorato molti anni per il quotidiano «il manifesto» ed è stato tra i fondatori della nostra casa editrice.Mercoledì prossimo sarà online la recensione al libro


Capitolo 1

Pagherete caro, pagherete tutto

Questa è la superficie. Pensa adesso – o meglio intuisci – che cosa c’è al di là da essa, che
cosa deve essere la realtà se questo è il suo aspetto.
Susan Sontag, Sulla Fotografia, maggio 1977

Il 2 febbraio 1977 a Roma, durante una manifestazione contro
l’aggressione fascista del giorno precedente all’università in cui era
rimasto ferito uno studente, Guido Bellachioma, colpito da un
proiettile alla testa, a piazza Indipendenza c’è una sparatoria. Cadono a
terra, feriti, due militanti di sinistra – Leonardo (Daddo) Fortuna e
Paolo Tomassini – e un poliziotto, Domenico Arboletti. Nessuno ha
visto esattamente che cosa sia accaduto, nessuno sa precisamente come si
siano svolti i fatti. C’è del sangue sull’asfalto, e i feriti sono in gravi
condizioni.
C’è qualche immagine dei momenti prima della sparatoria, dell’assalto
alla sede squadrista del Msi di via Sommacampagna, che è stata devastata
e bruciata per ritorsione del ferimento di Bellachioma, a cui ha
partecipato un nutrito numero di militanti, e ci sono immagini dei
momenti dopo la sparatoria – i due militanti, coscienti, che perdono
sangue, dalle gambe, dalla spalla, e l’agente privo di sensi, colpito alla
testa. Queste cose si vedono, si sanno. E vengono quasi immediatamente
raccontate, pubblicate. Ma nessuno ha visto come sia accaduto. Nessuno
ha contezza precisa della sequenza dei fatti nella piazza, nessuno può
raccontare nei dettagli il momento della sparatoria. Non lo sanno i
manifestanti, non lo sanno i poliziotti, non lo sanno quelli che stavano
«sopra» la manifestazione, pur godendo di una postazione privilegiata,
affacciati alle finestre del nuovo giornale di Eugenio Scafari, «la
Repubblica». Come in un film di Kurosawa, ognuno può raccontare la
propria verità senza essere smentito, ognuno può dire quello che ha
visto senza che sia proprio quello che ha visto un altro.
Solo questa foto, queste due foto, con Daddo che torna indietro a
prendersi il compagno già colpito alle gambe, raccoglie la pistola di

Paolo e cerca di andare via da quell’inferno potrebbe fare luce. Potrebbe
spiegare incontrovertibilmente.
Ma queste immagini scompaiono. Scompaiono non per nascondere la
verità, ma per consentire la verità. La verità del movimento politico di
quei giorni è questa: due giovani militanti di sinistra sono stati feriti da
poliziotti che potevano sembrare fascisti, che avevano aperto il fuoco, e
da cui si erano difesi. Sono innocenti e antifascisti. Sono innocenti
perché antifascisti.
Questa è la verità del movimento, che consente una difesa immediata e
una rivendicazione di Paolo e Daddo. Senza se e senza ma, il movimento
reagisce immediatamente dilatando ancora di più la protesta: non se ne
può più dei fascisti che sparano impunemente, non se ne può più dei
poliziotti travestiti che bazzicano le piazze impunemente. L’una e l’altra
cosa sono comunque vere – quanto sia vero il mimetismo dei poliziotti
in piazza, diventerà scandalo pubblico il giorno dell’assassinio di Giorgiana
Masi e delle foto degli agenti di Cossiga mascherati da manifestanti con
la pistola in pugno – e l’opinione democratica non può che schierarsi
con la verità del movimento. La protesta si carica d’indignazione e
dilaga: alla manifestazione per chiedere la libertà di Paolo e Daddo
saranno in trentamila.
Perché il nascondimento di questa foto, di queste foto consente questa
verità, questa indignazione, questa risposta di movimento? Perché lì si
sarebbe visto con chiarezza che Paolo e Daddo in piazza c’erano andati
armati. E non è che uno va armato in piazza Indipendenza per sparare
agli storni, che pure tanto fastidio danno. Però, il movimento di quei
giorni – e men che mai l’opinione pubblica democratica – non può
legittimare politicamente con il suo sostegno, pubblicamente con la sua
difesa che in piazza si vada armati. Non c’è ancora la legittimazione
politica delle armi in piazza – e d’altronde non ci sarà mai un sostegno
convinto e aperto, tranne i veri e propri momenti insurrezionali come
l’11 marzo a Bologna e il 12 marzo a Roma. A volte sarà vissuto come una
prevaricazione, a volte come una benedizione. Ma questo era stato, era e
sarà sempre il maledetto rapporto fra iniziative soggettive di gruppi e
intelligenza e sapienza collettive, generali. Il movimento quando si
spaccherà, quando imploderà e ripiegherà non sarà certo per la

questione delle armi o della violenza. Chi racconta questo dice una
palese falsità: il livello dello scontro, la sopravvivenza stessa del conflitto,
comprendeva le armi. Fosse per l’urgenza dell’insurrezione o per la lunga
marcia della rivoluzione, per la guerriglia rivoluzionaria o l’esercito del
popolo, era coscienza comune e condivisa che qualunque fosse stato il
passaggio sarebbe stato violento, armato. Lo Stato e le sue bande armate,
in divisa o clandestine, non sarebbero rimasti con le mani in mano,
erano già all’opera, senza pietà. Le armi ci sono, e girano nel
movimento. Anzi, armarsi è proprio un carattere distintivo, un togliere
ambiguità al discorso della violenza di classe e condurlo a una sua
concretezza, a una sua realtà. Tra il 1972 e il 1976 non s’è fatto altro che
accumulare pistole e inguattarle, rapinando armerie, rubandole ai
vigilantes, sottraendole nelle case dove si sapeva ci fossero, comprandole
al mercato nero. Servono per l’antifascismo, servono per punire i
capetti, per copertura durante qualche azione di propaganda contro
apparati dello Stato o rappresentanze del capitalismo, serviranno per la
rivoluzione e il comunismo, chissà mai. Paolo e Daddo sono fra quelli
che le armi ce l’hanno. E le portano in piazza.
D’altra parte, però, armarsi non è tutto, le armi non sono tutto; questo
dell’impugnare le armi come questione principale, è il discorso
brigatista. E se in tutta Italia una dozzina di brigatisti clandestini magari
ci sono, a Roma proprio non ce n’è traccia. A Roma non si può essere
brigatisti, non ha proprio senso con quel po’ po’ di movimento che c’è.
Le lotte per il diritto alla casa, per un servizio sanitario sempre più
accessibile, per l’autoriduzione delle bollette, per l’istruzione scolastica
e universitaria sempre più ampia, hanno sedimentato una forza e una
coscienza proletaria enorme. Il comunismo – o quel che l’è il diritto a
vedere soddisfatti i propri bisogni, a prendersi le cose secondo i propri
desideri – non è roba di sol dell’avvenire, è qui e ora.
È il movimento del Settantasette in realtà che non c’è ancora. In tutta
Italia è partita la protesta contro la riforma Malfatti dell’Università, che
vede insieme studenti e ricercatori, ma non c’è la scintilla che darà
fuoco alla prateria. Il movimento è in realtà costituito ancora per lo più
da strutture organizzate sul territorio, da nuclei della ex sinistra
extraparlamentare attraversata dalla propria crisi che va liberando forze.

Solo queste strutture sanno esattamente – o hanno tutti gli strumenti per
ricostruire l’episodio – cosa è accaduto. Ma non lo sbandierano ai
quattro venti, non ne fanno la linea di distinzione, di rivendicazione.
L’unica linea rossa che può consentire una reazione spontanea di difesa,
una chiamata di appartenenza è l’antifascismo. C’è stato l’episodio
dell’aggressione alla Sapienza, con un gruppo di fascisti che ha sparato
dentro l’università ferendo uno studente. È una cosa abnorme,
inaudita, minacciosa, che non può essere liquidata come uno scontro tra
bande, ed evoca un passato terribile, uno squadrismo spaventevole. Se
fosse passato impunemente, sarebbe stato un punto di non ritorno.
Questa è la difesa che il movimento fa di Paolo e Daddo.
Scorrono così l’una a fianco dell’altra due storie parallele: due giovani
antifascisti, aggrediti, innocenti; due provocatori armati in piazza. In
mezzo, questa foto.
In mezzo, la posizione che immediatamente prende il Partito comunista.
Il Pci sta giocando una partita enorme a livello nazionale. Enrico
Berlinguer ha evocato lo scenario cileno, che ha portato al
rovesciamento di Salvador Allende e al golpe dei militari, per sostenere
che non basta avere la maggioranza numerica del 51 percento per
governare, e occorra invece un patto più profondo tra le grandi forze
politiche del Novecento: i comunisti e i cattolici. È il «compromesso
storico», la formula che il segretario comunista ha inventato e proposto
per chetare la parte più retriva e destrorsa del paese e per sollecitare la
parte più flessibile, più aperta, più disponibile a governare insieme. Il
Pci si è candidato alla guida del Paese, forte della sua tradizione
democratica e nazionale, del suo radicamento, del suo elettorato, della
sua moralità. Berlinguer parla alla sua gente, ai suoi operai, di sacrifici
da compiere in nome della salvezza nazionale, in un Paese attraversato da
una crisi economica drammatica e con un quadro internazionale fosco,
ma è in grado di rivolgersi alla nazione intera, alla sua classe politica,
alla sua élite, con un discorso sulla «questione morale», sulla necessità
che i partiti allentino la loro morsa sullo Stato. Berlinguer sta giocando
di converso la stessa partita a livello internazionale, cerca una propria
autonomia, costruendo un asse con i partiti comunisti europei – quello
francese, quello spagnolo – in nome dell’eurocomunismo, e strappando

con Mosca, tagliando quel cordone ombelicale ormai soffocante.
Verranno la difesa «dell’ombrello atlantico» e la «fine della spinta
propulsiva della Rivoluzione d’Ottobre». E tutte queste, certo, non
sono bazzecole. Sta minando il patto di Yalta, e il ruolo dell’Italia,
cercando di tirare fuori la potenzialità dell’egemonia comunista sulla
società italiana dalla maledizione del «fattore K», l’esclusione dei
comunisti da ogni possibilità di governo.
Bazzecole devono perciò sembrare a Berlinguer, ai comunisti, i fermenti
dell’università. Fastidi, dentro un quadro concettuale e politico così
grandioso, così ambizioso. Chi cazzo sono questi quattro sciamannati
che mettono a repentaglio un quadro bell’è definito, un percorso così
faticoso e però luminoso? Che mettono in discussione esattamente la
«moneta di scambio» che i comunisti hanno per governare, cioè la
capacità di controllo dell’opposizione sociale? I comunisti lottano e i
comunisti governano: i comunisti devono governare perché sono in
grado di accendere e spegnere l’interruttore delle lotte. Questo è
l’assioma. E sulla base di questo assioma non è proprio possibile
immaginare che ci sia qualcuno, qualcosa, che lo metta in discussione.
I comunisti perciò devono protestare contro l’aggressione fascista,
devono, cioè, garantire all’opinione democratica spaventata che sono in
grado di mobilitare la politica nazionale, di schierarla, di ottenere
sicurezza dalle istituzioni, di influenzare democraticamente gli apparati;
i comunisti devono protestare contro la riforma Malfatti, non possono
lasciare scoperto un fianco di mobilitazione sociale. È il loro lavoro di
lotta. I comunisti però devono controllare la piazza, l’università. È il loro
lavoro di governo. In questa forbice di posizioni si consuma tutta la
posizione dei comunisti: da una parte condanneranno Paolo e Daddo
come provocatori, e su questa linea – verso il movimento – non
torneranno più indietro, a non cercarne le ragioni, a non discuterne i
motivi, a non contrapporre una politica, consegnandosi a un lavoro di
ordine pubblico. Dall’altra, proveranno a conquistare l’università, a
espellerne ogni fastidioso inceppo (con tutti i mezzi, dalle strofette
volgari di Trombadori alle liste di proscrizione): e sarà Lama che viene
con il servizio d’ordine sindacale a riprendersi la Sapienza.
Sono i comunisti a entrare a gamba tesa, a dettare l’agenda e le agenzie,

ad alzare l’asticella. Non gliene frega un cazzo che quei due, Paolo e
Daddo, siano feriti, siano antifascisti. Il Pci vede più lontano, sta
provando a andare più lontano: questi due sono provocatori. E la
provocazione fa il gioco della reazione: avanguardisti di sinistra e
squadristi di destra sono nei fatti la stessa ciccia, minacciano la
credibilità democratica e di governo del Pci.
Il 17 febbraio – il giorno di Lama all’università di Roma – sarà la resa
dei conti.
Per questa resa dei conti tra movimento e comunisti, il 2 febbraio di
piazza Indipendenza è perciò una «falsa partenza». Lo scontro di
posizioni tra movimento e comunisti non è diretto, di mezzo c’è la
questione dell’antifascismo, dell’aggressione squadrista all’università, dei
poliziotti camuffati in piazza con un ruolo di provocazione o comunque
con un modo di presenza dello Stato inquietante, oscuro. Per istinto,
per sensazione, per passione l’opinione democratica non può che
schierarsi con Paolo e Daddo. La campagna di allarme sui
«provocatori» che il Pci lancia è vissuta come tutta ideologica o come il
frutto di una linea politica, magari sacrosanta, ma rigida e astratta,
rigida perché astratta. Cazzo, i fascisti hanno sparato dentro l’università;
cazzo, i poliziotti, senza distintivo e senza divisa, sparano ad altezza
d’uomo nelle piazze. Questi sono i fatti, le cose che contano in questo
momento. I comunisti si troveranno così ad arrancare, dal punto di vista
politico, dietro la piazza e il movimento. Non riescono a convincere la
piazza, la protesta, che la questione principale, la questione all’ordine
del giorno sia isolare i provocatori. Le cose si rovesciano: sono i
comunisti a essere isolati. E guardate che questo non è una cosa nel cielo
delle idee: significa che la sezione universitaria del Pci non sa cosa fare e
balbetta, significa che la Fgci (c’erano i D’Alema, gli Adornato, i
Veltroni, i Mussi, non proprio gente di ultima fila) non sa cosa fare e si
muove su equilibrismi tattici e sintattici, significa che nelle sezioni del
partito – che allora c’erano, nei quartieri, ed erano popolate e popolose
– si discute degli accadimenti e non si sa che pesci pigliare, quando non
capita che militanti comunisti esprimano il loro appoggio ai «compagni
antifascisti». Perché di tutto si può discutere, su tutto ci si può scazzare,
ma non sull’antifascismo.

È per questo che i comunisti mandano Lama all’università. È una mossa
enorme, dal punto di vista politico e dell’immagine. Quando mai il
capo del più importante sindacato italiano era andato all’università a
parlare con gli studenti, con il loro movimento? Se uno fa una ricerca
su tutta la storia del sindacalismo italiano del dopoguerra non si trova la
minima traccia di un episodio simile. Tutta l’autorevolezza «operaia»
viene calata come l’asso di briscola. È una mossa disperata. E arrogante.
Poteva essere un colpo di genio, un’iniziativa straordinaria, un evento
capace di rimescolare le carte e foriero di enormi trasformazioni: il
mondo del lavoro, quello delle mani callose, incontrava una nuova
figura produttiva, quella del lavoro immateriale, dei lavoretti precari,
destinata a un futuro precario senza diritti. Le Camere del lavoro
avrebbero incontrato il non-lavoro, il lavoro nero, invisibile,
immateriale. Si fosse dato, questo incontro, si fossero poste le premesse
per discutere, capirsi, interrogarsi reciprocamente, tutta la storia del
movimento operaio italiano ne sarebbe uscita trasformata. Ancora, oggi,
2012, stiamo qui a parlarne. Le premesse c’erano tutte: da mesi il
movimento s’incontrava con i metalmeccanici, che allora erano una
federazione ed esprimeva posizioni in contrasto con i vertici sindacali e
più aperti alle lotte. Le trasformazioni produttive, l’ingresso della
tecnologia in fabbrica, l’intensificazione dei ritmi per un verso e delle
macchine risparmia-lavoro per un altro, stavano cambiando il quadro di
riferimento generale. Era lì la crisi. Quella del lavoro e quella della
produzione.
Invece, Lama venne con l’aria del liquidatore, sfastidiato che un cotale
monumento dell’unità nazionale fra impresa e produttori – cioè, se
stesso – venisse disturbato da quattro scalmanati. Venne, Lama,
all’università, arrogante e infastidito, a fare la predica, a sistemare la
pratica. E, per soprammercato, si portò dietro le truppe del servizio
d’ordine. Tanto per capirci.
Come andò a finire, si sa. A gambe all’aria. E lì, di fronte al reato di
lesa maestà che il movimento aveva compiuto, si consumò
definitivamente ogni possibile traccia di confronto. Il movimento restò
isolato e s’isolò, lo scontro dentro il lavoro si approfondì tra la sinistra
riformista che si faceva carico della crisi del capitale – le cui tesi

sociologiche sulle due società (articolo di Asor Rosa su «l’Unità» del
20 febbraio 1977, poi un libro nello stesso anno) diventeranno
programmatiche con l’Eur (febbraio ’78) – e una sinistra
rivoluzionaria che intuiva i passaggi della trasformazione epocale e non
voleva pagarne il conto con sacrifici e austerità; lo scontro dentro la
politica si approfondì, tra una sinistra riformista che di fronte alla crisi
della rappresentanza in nome della propria autonomia sceglieva lo
Stato e una sinistra rivoluzionaria che rifiutava qualsiasi delega e si
batteva per una nuova costituzione formale che partisse dal basso, dalla
partecipazione sociale alla decisione, dall’assemblea come luogo di
elezione di nuovi soviet.
Tutto questo sta già lì, il 2 febbraio, ma non ha ancora forma. Comincia
a prendere quella forma che esploderà e si snoderà per tutto il
Settantasette. Sta per prendersi la scena – che poi sarà bruscamente e
irreversibilmente sequestrata dallo scontro tra lo Stato e le Brigate rosse
con il rapimento di Moro e dell’intera politica italiana –, sta perdendo
il suo vittimismo. C’è un nuovo soggetto politico in Italia, la
generazione che va dai venti ai trent’anni. È il frutto della
scolarizzazione di massa, dell’urbanizzazione delle periferie, della
diffusione della militanza e di un’opinione di sinistra nei quartieri e nei
luoghi di lavoro. È il risultato di una straordinaria mobilità sociale verso
il centro che è anche una mobilità politica, anzi la mobilità politica è la
strada verso la mobilità sociale: giovani di buona famiglia borghese
hanno scoperto le periferie e giovani delle periferie hanno scoperto il
mondo delle buone famiglie borghesi. Questa ricomposizione di classe
non è un’alleanza strategica fra tecnici e operai, fra colletti bianchi e
tute blu come nella tradizione sindacale o una sintesi politica dentro le
sezioni di partito, con l’intellettuale organico, ma diventa biografica.
Daddo viene da una buona famiglia borghese che abita in un quartiere
alto, alla Balduina, dove ci sono medici, avvocati, professori
universitari; Paolo viene da Primavalle, un quartiere che sta sempre al
limite tra la dignità proletaria e il degrado sottoproletario. La loro
amicizia, la loro comune militanza è il prodotto di queste
trasformazioni: entrambi stanno tradendo le loro origini, i loro
quartieri, i loro destini. Come loro, migliaia di giovani, decine di

migliaia. Il movimento del Settantasette. Per farsi strada, questo nuovo
soggetto economico e politico sa che solo l’estremismo, l’illegalità, la
violenza è il mezzo. Lo sa d’esperienza, non di testa. Contro tutto e
contro tutti: contro i fascisti, contro la scuola, contro i riformisti,
contro lo Stato, contro i padroni, contro la sinistra.
Il movimento non è innocente, non è vittima della repressione. Il
movimento si va armando. E se si arma, ha perso tutta la sua innocenza.
Pagherete caro, pagherete tutto.
Quella foto di Paolo e Daddo a piazza Indipendenza, avrebbe detto tutto
questo. Oggi sappiamo che dice tutto questo. Allora, non era il
momento, non ancora. Per questo scompare. Non è una sottrazione,
forse un residuo di pudore. Passeranno pochi giorni, pochi mesi e tutto
precipiterà.
Per quanti dettagli possa raccontare un’immagine, nessuno sguardo li
vedrà allo stesso modo. Ogni sguardo li leggerà a modo suo. Ogni
dettaglio racconterà la storia che si vuol sentire.
In un’intervista (a Antonella Parmentola, «l’attimo fuggente», online,
diretto da Cesare Lanza) di qualche tempo fa, Giampiero Mughini, che
non è proprio l’ultimo fesso, diceva: «Ho acquistato queste due foto
(mi si avvicina e me le mostra) di Tano D’Amico, fotografo che ha
raccontato il popolo di sinistra anno dopo anno e scatto dopo scatto.
Queste foto sono del 1977, ritraggono Paolo e Daddo, due militanti
dell’estrema sinistra che rimasero coinvolti in una sparatoria di piazza e
che quelli della sinistra avevano descritto come eroi e santi. Come vede
dalle foto, avevano due pistole in due. Che razza di eroi e santi sono
quelli che vanno a un corteo con due pistole in mano?».
Leonardo Fortuna è morto circa un anno fa. A lui, questo libro è
dedicato. Per noi rimane «Daddo», il compagno che torna indietro a
prendersi l’amico ferito, perché nessuno deve restare indietro.
Non un santo, la sua è stata una vita dissipata. Ma il nostro eroe, sì.

Gli amici di Daddo: Claudio, Giancarlo, Lanfranco, Turi.


Daddo e Paolo. L'inizio della grande rivolta.
Roma, piazza Indipendenza, 2 febbraio 1977
Aa. Vv.
DeriveAPPRODI
pagine 140
euro 20,00
ISBN 0-7888-654-480434
www.deriveapprodi.org 

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