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LIBRI & CONFLITTI. L'anticipazione: LA MARCATURA DELLA REGINA, di Giovanni Di Giamberardino - edizioni Socrates
Libri & Conflitti. L'anticipazione. La marcatura della regina, di Giovanni Di Giamberardino - Edizioni Socrates
Una donna morta in un cassonetto: sgozzata, completamente nuda; siamo in una traversa Nomentana, a Roma, davanti all’ambasciata afghana. A partire da questo evento si snodano le 24 storie de La marcatura della regina. Una voce diversa per ogni ora della giornata: uno spazzino e un tassista, una cameriera e una blogger, un prete e una prostituta, un immigrato e uno schizofrenico. Normali, banali esistenze, ombre anonime tra la folla. Unica costante l’evolversi del caso d’omicidio: tutti i protagonisti infatti sono in qualche modo collegati alle indagini. Comparse l’uno nella vita dell’altro, intrappolate nelle celle che di giorno in giorno si trovano a costruire. Come tante piccole api. Finalista al Premio Calvino nel 2009, La marcatura della regina è stato definito dalla giuria“una odierna sociologia della solitudine”.




IN LIBRERIA DALL'11 luglio 2012
estratto dal libro:

Stava seduto sulla sedia pieghevole come una bambola di pez- za. Mingherlino e stravaccato a pancia all’aria. Un braccio ciondolava a spazzare l’asfalto e l’altro reggeva la guancia li- vida. Ajit se ne stava lì, con la felpa rossa e sporca e quel mon- tgomery verde ad aspettare il sole.
Sistemato accanto al distributore, ogni notte prestava ser- vizio all’imponente stazione di benzina dell’AGIP di Via No- mentana, vicino all’imbocco del GRA. Gli davano 10 euro per restarci dalle nove di sera alle nove di mattina. Uno spa- ventapasseri, ma senza paglia e palo nel sedere: il padrone chiudeva la pompa quando smontava, così a lui non rimane- va che controllare il distributore automatico per l’eventuale “cliente”, semmai potesse chiamarlo così. E non poteva. Po- teva usare il bagno, quello sì, ed era una grande fortuna.
Ajit, d’altronde, si era sempre considerato un uomo for- tunato. Si era convinto, non sapeva bene perché, di essere sta- to qualcuno di importante in una vita passata, un re magari. Eppure non era un pensiero che confessava.
Ormai aveva già trascorso cinque mesi e centocinquanta notti a starsene lì seduto senza nient’altro da fare che memo- rizzare i modelli delle auto che passavano e mettere voti, appuntandosi mentalmente quelle che un giorno sarebbero sta- te sue. Ajit si considerava ancora un re.
Quel 15 aprile era cominciato bene, sorprendentemente bene: verso l’una, un tale con un montgomery verde era sce- so da una BMW Serie 1 Coupé grigio metallizzata e Ajit si era trovato di colpo una banconota da 50 euro nel palmo del- la mano. Il cliente gli aveva chiesto con inusuale gentilezza di fare il pieno e lavare la macchina, mentre lui usufruiva del bagno. Era davvero urgente.
Solo. Con un’auto da 9 pieno se non 9 e mezzo. Avrebbe potuto accarezzarne le forme plastiche, gli era stato permes- so. Gli era stato permesso di passare il panno umido sulla fiancata, piano, leggero, con attenzione. Sedili foderati in pel- le grigia. Qualche cuscino sparso all’interno. Un ombrello ro- sa. Una stella a peluche gli sorrideva appesa allo specchietto retrovisore. Tocco femminile. Della sorella? Della moglie? Non erano affari suoi. Targa AM1008AH.
Solo. Con un’auto da 9 e mezzo. Avrebbe potuto prende- re e fuggire via. Fino al mattino.
«Stai tremando, tieni», si sentì dire dalla stessa voce gen- tile che gli aveva parlato un minuto prima, ritrovandosi sul- le spalle un montgomery tanto verde quanto caldo. Quando Ajit realizzò ciò che era appena successo l’auto e lo scono- sciuto erano già evaporati nella notte.
Ancora gli formicolavano le dita quando, un paio d’ore dopo, gli inchiodò davanti una Mercedes-Benz Classe SLK 350 nero metallizzata, cappotta abbassata. Ne era sceso un uomo con giacca azzurra, camicia bianca sbottonata e petto depilato, jeans, codino unto e castano. Lo accompagnavano i risolini di una biondina slavata che titillava il suo iPhone sul sedile del passeggero. Ajit gli andò incontro, convinto di poterselo permettere. Venne scansato violentemente. Non gli rimase allora che sistemarsi come al solito accanto alla vettura, in attesa. La Mercedes era un 10 perfetto: sinuosa, possente, grintosa, vincente. Fresca di concessionario, o al- meno questa era l’impressione. L’impressione di avere mi- glia e miglia all’orizzonte. Miglia da divorare, da bruciare. Fino al mattino.
Conosciamo tutti la falena e conosciamo tutti la fine che fa. La gentilezza precedente lo aveva reso incauto e Ajit si sporse a farsi scottare. Un secondo servì all’uomo per avven- targlisi contro e scaraventarlo a terra. Quando fece per rial- zarsi, Ajit sentì uno dei molari schizzare via: il gancio destro lo aveva colpito in piena faccia. Poi sul mento, poi sullo zigo- mo. Non si accorse nemmeno quando, tra risatine acute e un “ti ho fatto il video!”, la Mercedes sgasò e volò via.
La guancia si gonfiò presto e il labbro spaccato sanguina- va. Il sapore metallico gli riempì la bocca e gli ricordò il sa- pore dell’acqua di casa. Ma Ajit non poteva andarsene. Se non l’avesse trovato la mattina successiva, il padrone avrebbe su- bito chiamato un rimpiazzo. Ce ne erano migliaia pronti a prendere il suo posto. Era stato fortunato. E la fortuna non andava sprecata. Con la sua felpa rossa e sporca e quel mon- tgomery verde sulle spalle, non si sarebbe mosso dalla sedia pieghevole se non col sole.
Erano le quattro quando accostò una Fiat Bravo celeste – non si meritava più di 5 scarso. Ajit sulla sedia si reggeva la testa pesante e stringeva quella specie di bracciolo di ferro che sfregava contro il gomito. Sarebbe rimasto lontano sta- volta, non si sarebbe alzato, aveva imparato la lezione, e in- tontito com’era neanche si rese conto che si trattava di una volante della polizia. Vi scesero due agenti. Uno era calvo ma peloso: primitivo, basso e tozzo. L’altro un ragazzino sbarba- to, capelli corti e occhi sbarrati. Erano accompagnati da un pastore tedesco che il poliziotto calvo teneva saldamente al guinzaglio. Non fu difficile per i due accorgersi della faccia pesta di Ajit. Avevano qualche domanda da fare. Non ci avreb- bero messo tanto, dissero.
Mentre il poliziotto calvo prese a gironzolare per la stazio- ne trascinato dal pastore tedesco, quello sbarbato rimase lì con lui. Voleva informarsi su dove provenisse, come si fosse procurato quelle ferite, se avesse visto strani movimenti nei paraggi quella notte e se ci fossero delle videocamere di sor- veglianza. Ajit non rispose a nessuna delle domande, una ma- no sempre incollata alla guancia livida e l’altra alla stanga di ferro della seggiola, troppo impegnato a interrogarsi sul per- ché la polizia si interessasse così di lui, perché adesso. Forse, pensò, quello della Mercedes, intuendo che non possedesse il permesso di soggiorno, lo aveva denunciato per ripicca. Sa- rebbe stato terribile. Catapultato indietro in Bangladesh pri- ma che fosse l’alba. Non poteva permetterlo.
«Io no fare più! Io no fare più, prego!», prese a singhioz- zare, con la F che fischiava attraverso uno degli incisivi ora scheggiato, «Io no fare più! No prendere me! Io no fare più, favore!», la F fischiava sempre più fastidiosamente. Fu allora che ricomparve il poliziotto calvo. Impugnava la pistola. Gli intimava di non muoversi, di mettere le mani dietro la testa. Anche lo sbarbato estrasse la sua con fare goffo e incerto, pun- tandola dritta al petto. Il pastore tedesco ora latrava con fe- rocia a neanche un metro di distanza da lui, in direzione di quell’invisibile macchia rossa sul montgomery che Ajit non aveva minimamente notato. Eppure non l’aveva neanche sfio- rata quella dannata Mercedes! L’aveva desiderato, certo. Come per la BMW. Ma non c’era riuscito. Non ne aveva avuto il tempo. «Io no fare più! Io no fare più!», le lacrime gli riga- vano lo zigomo viola e il labbro tagliato. Il poliziotto calvo avanzò, rinfoderò l’arma, sbatté Ajit contro l’auto - una che valeva appena 5 – lo perquisì, lo ammanettò e lo buttò sul se- dile posteriore, brutalmente, tanto che fu sufficiente a slogar- gli il polso destro. Fu solo in quel momento, tra i dolori più lancinanti, che vide cosa aveva trovato il poliziotto: una ce- soia. Il poliziotto calvo stringeva una cesoia, le lame tanto ap- piccicose quanto scarlatte. Sangue.
In dieci minuti, una schiera di volanti riempì la stazione e la Fiat Bravo poté partire.
Ajit vide la sedia pieghevole farsi sempre più piccola fino a sparire alle sue spalle, tra lampi di luce azzurra. Per la pri-librima volta nella sua vita, Ajit si domandò che razza di re do- vesse essere stato.


Giovanni Di Giamberardino è nato nel 1984 a Roma. Ha pubblicato online e su carta diversi racconti e poesie. È autore di soggetti per fiction televisive ed è tra i curatori di www.serialmente.com


LA MARCATURA DELLA REGINA, di Giovanni di Giamberardino
collana Luminol
pagine 194
prezzo 9, 00 euro
ISBN: 978-88-7202-044-9
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