Domenica 24 Febbraio 2019 - Ultimo aggiornamento 12:10
MioGiornale.com
Logo ControLaCrisi.org
Filtra per luogo...
Filtra per tema...
Filtra per data ...
Nascondi


MUSICA. Lo show senza fine di Bob Dylan
«Per citare Cohen è sempre una nuova pelle per una vecchia cerimonia o viceversa poco importa. Lui, comunque, non si auto celebra! Non obbliga i devoti e soprattutto non vuole devozione! Grande acrobata dello spettacolo senza fine». Questo è il post che ho scritto in questi giorni su Facebook in risposta ad uno scritto di un famoso fotografo italiano che, a proposito del concerto di Bob Dylan a Barolo lo scorso 16 luglio, ha sparato a zero sul grande artista di Duluth, scrivendo: «L’ostensione della mummia Bob Dylan ha richiamato a Barolo 6.000 devoti…».

Ora, non voglio polemizzare sui giudizi, anche Carlo Verdone, sempre su Dylan, lo ha definito una mummia (non molta fantasia fra i detrattori) ma, permettetemi in questa premessa, di obiettare che o la materia la si conosce o si sta zitti!

Quindi, questa settimana non voglio recensire alcun album (e ne sarebbero usciti di interessanti ma sarà materia dei miei prossimi pezzi) ma vi voglio parlare proprio del concerto di Barolo (Cn) dello scorso 16 luglio.

Avrò visto una cinquantina di volte Dylan, dal 1984 ad oggi e penso che, unitamente ad un concerto del 1998 a Villafranca (Vr), il concerto piemontese sia stato fantastico. Dylan in questa fase del suo “Never Ending Tour” ha iniziato a suonare il pianoforte a coda (mezza coda) e tale scelta ha significato riarrangiare, ancora una volta, il suono dei suoi pezzi. A volte sembrava un suono New Orleans, a volte, come The Levee’s Gonna Break, una Nina Simone boogie, ma io una versione con piano di It’s All Over Now Baby Blue, non me la sarei mai immaginata.

Il pubblico, almeno nella prima fila dei 6.000 presenti (in un borgo da 700 abitanti non è male) sembra gradire. Anche il mio pacato vicino “di concerto” apprezza e batte il piedino, è Alessandro Baricco che mi confessa essere la «sua prima volta di Dylan» dopo una dozzina di concerti di Bruce Springsteen. Baricco mi chiede, prima dell’inizio, giudizi sull’attuale Dylan Live, gli rispondo che non deve porsi domande, ogni suo concerto è una sorpresa, a volte magari non proprio positiva, ma così è l’uomo.

Apro una parentesi personale: io ho avuto la fortuna di conoscerlo. Per due giorni, nel 2001, l’ho accompagnato in auto, ho parlato con lui ed ho ricavato ottime sensazioni. E’ discreto ma educatissimo e curioso, non vuole, ripeto, essere mitizzato e si concede. Addirittura, alla fine dei due giorni, mi chiede di entrare in Hotel con lui per berci una birra, che poi non ho bevuto a causa del suo manager che mi ha obbligato ad andare, con il resto della band, in un altro Ristorante. Chiusa la parentesi.
Torniamo al concerto: 18 brani per circa 2 ore di musica, non male per un giovane di 71 anni. Apertura con Leopard Skin pill-Box Hat (da Blonde On Blonde 1966), non è la prima volta che apre i concerti negli ultimi due anni con questo grande pezzo. Segue la succitata It’s All Over Now Baby Blue, meraviglioso brano impreziosito dal piano, per questa sera.

Things Have Changed (colonna sonora di un ottimo film con Michael Douglas) è divenuto un classico e Bob, in piedi al microfono, si muove da ottimo entarteiner, come forse avrebbe voluto essere (avrebbe anche voluto essere Elvis). Giacca blue, pantaloni bianchi e cappello, è più sobrio del solito e sorride,

Tangled Up In Blue è sofferenza, sangue sui solchi come l’album da cui è tratta. Non perfetta la versione ma quante perle ha scritto questo signore? Seguono Spirit on the Water, The Levee’s Gonna Break, A Hard Rain’s A-Gonna Fall e High Water (For Charley Patton, quest’ultima cantata magistralmente (sì, la sua voce sa ancora emozionare).

Si torna a Blood On The tracks con Simple Twist Of Fate, difficilmente riconoscibile, ma sempre magica. I’ll Be Your Baby Tonight è davvero irriconoscibile e forse è il brano meno riuscito della serata. Mi piaceva la versione italiana di Francesco De Gregori, ma poco importa. Highway 61 Revisited ormai è sempre presente, non amo i brani scontati ma questo è pur sempre un capolavoro. Ma il pezzo “che vale il prezzo del biglietto” è la recente Forgetful Heart. Brividi lungo la schiena, un’interpretazione incredibile che dimostra che, quando vuole, Dylan canta meravigliosamente. Semplicemente adorabile.
Thunder on the Mountain è un altro brano del Dylan recente che non manca mai ai suoi concerti. Il suono è simile alle sue ultime produzioni discografiche ed è comunque un bellissimo brano. Ballad of a Thin Man è una canzone manifesto, legata a leggende assurde (parla di Brian Jones?), un brano sull’incomunicabilità, un testo fantastico, il miglior Dylan d’annata ’66, come il miglior Barolo… La cosa strana è che nella versione originale il piano era importante, segnava il pezzo, qui non suona, canta con quell’effetto “eco” che da un paio d’anni ha aggiunto, rendendo ancora più ricca di pathos l’interpretazione.

Siamo quasi alla fine ed ecco il vero inno: Like A Rolling Stone. Il pubblico cerca di cantare ma è difficile vista la versione 2012. Ma come ci si può sentire? Come completi sconosciuti o come pietre rotolanti o, semplicemente, come complici di un uomo che non vuole complicità. All Along the Watchtower è il penultimo brano in scaletta. Hendrix ne fece un capolavoro. Stasera Dylan la butta un po’ via. La versione è breve e mancano quegli intrecci chitarristici che il brano merita e che ha avuto nelle tante covers (Dave Matthews Band, Gov’t Mule, Allman Brothers Band fra gli altri).

Blowin’ in the Wind, uno dei brani che meno amo ma che è davvero importante, conclude la serata, certo è che la versione è completamente diversa dalla folk song originale ma il vento soffia sempre e ci spinge a sperare che le vibrazioni positive respirate nella magica notte di Barolo portino a migliorare la visione di un futuro che appare altrimenti davvero buio.

Abbiamo bisogno che Dylan rimanga ancora molto tra noi. L’11 settembre uscirà il suo nuovo album, ho perso il conto di quanti ne abbia incisi. Si chiamerà “Tempest” e quindi il vento si è trasformato in qualcosa di più incazzato ma non aspettatevi profezie, sermoni o proclami. Lui parla a se stesso e siamo noi, liberamente, a rubare i suoi pensieri che, spesso e miracolosamente, si identificano nei suoi, arricchiti di originale poesia e di una forza che ci spinge ad essere sempre “Forever Young”, pronti a rinascere ogni volta.

E che lo show senza fine possa, davvero, non concludersi mai.
Dona il tuo 5x1000 a controlacrisi