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LIBRI & CONFLITTI. L'anticipazione: VOLEVAMO ESSERE GIGANTI, di Angela Scarparo Gaffi editore
Libri & Conflitti. Volevamo essere giganti, di Angela Scarparo (Gaffi editore). Gli occhi grandi a contenere il mondo, intensi e coraggiosi: sono quelli di Lucy, bambina ribelle negli anni del terrorismo. Trasferita con mamma e zia dal paesino di Bitrano, in Puglia, a Roma, Lucy vive dentro un quadrato angusto fatto di una piccola abitazione e il contiguo bar di un circolo di tennis per ricchi che le due donne gestiscono. L'intrusione di una vita faticosa e povera nel privilegio borghese e fascista, scosso da attentati e manifestazioni, è per Lucy illuminante. A differenza dei grandi, convenzionali e parte di una generazione che accetta i compromessi della realtà, lei abbraccia la verità. Ed è scomoda per natura. Lo è anche da adulta, quando, insegnante a scuola, viene costretta a una terapia psicologica per contenere i suoi sbotti di indignazione con i genitori dei suoi alunni. È proprio dai colloqui, e dal suggerimento di scrivere della dottoressa Emiliano, che Lucia Testa ritrova la sua infanzia. Ne viene fuori una storia appassionata che abbraccia il microcosmo di una provincia immigrata e il macrocosmo degli anni di piombo, nei quali si poteva tacciare di terrorismo chiunque e la polizia aveva metodi corrotti e sbrigativi. Alla fine molte delle sue precoci battaglie saranno sconfitte ma, dall'insegnamento di quegli anni, Lucy uscirà con un'esperienza diversa e la passione ancora più radicata per le sue idee che si porterà dietro per sempre.

Eravamo di nuovo nel soggiorno. Stavo studiando lo schiavo negro.
«Allora vi aspettiamo!», disse mia madre tendendo la
mano alla culona.
Saltellando come un treppiedi senza vestiti addosso arrivò
lo zio Gianni per offrire a tutti un po’ di Marsala.
Vedere un negro per me era come vedere un leone. Mia
madre, quando ero ancora più piccola, era la classica tipa
che per intimorire, far mangiare e non far allontanare i
bambini, diceva, «Guarda che chiamo l’uomo nero!». A sentirla
adesso che diceva, «Un bellissimo uomo, questo suo
lavorante, eh?», Iris sbatteva la faccia in qua e in là come a
dire «Questa è pazza!».
In quanto a quel poveretto di Omar, si capiva benissimo
che se ci fosse stato da incarcerare qualcuno, sicuro quella
cana arrabbiata della signora Maria avrebbe mandato lui.
Mentre la mamma si sdilinquiva in quei suoi «Oh!» e
«Ah!», di accoglienza, e la zia Iris se ne stava in piedi di fianco
al tavolo, a bere e a guardarli mentre si complimentavano
a vicenda, io e lui fummo invece mandati nella gabbia per
polli.
Lo fecero con la scusa che dentro tutti non ci si stava, e forse
anche per prendere gli ultimi accordi. Il negro si accomodò
su uno degli scatoloni contenenti le bottiglie. Io mi sedetti
per terra.
A vedere che mi piazzavo davanti a lui, tirò fuori dalla
tasca di dietro dei pantaloni un giornale, e si mise a leggere.
Gli diedi due o tre colpetti sulla carta col piede. Speravo
che smettesse.
«Toc! Toc!», dissi, ma lui niente.
Per un po’ gli mossi davanti le mani a paletta. Quando gli
chiesi, «Che cosa stai facendo?», rispose, «Io no parla con te!».
«E perché?».
«Perché tu dà calci!».
Nel tentativo di costringerlo a guardarmi, mi alzai in piedi.
Potevo vederlo bene, così.
«I tuoi occhi sono rossi, non bianchi! Sei sicuro di essere
umano?», gli dissi. E «Sono un nero, cretina!», ringhiò.
Quando gli dissi, «Sei anche comunista? Io sì!», «Tu non
guarda me!», fece lui e alzò ancora di più il giornale davanti
alla faccia, così che improvvisamente mi resi conto di trovarmi
davanti a una gigantesca foto. Era una foto in bianco e
nero, di quelle che si usano per le carta d’identità.
La riconobbi perché era identica a quella che aveva mia
madre sul suo documento. Però la persona sul giornale era
diversa.
Quando dissi, «Uh, come la foto di mia madre. Solo che
mia madre non ci va mai sul giornale!», lui non mi rispose.
Continuavo a guardare. Solo che lui che non capiva a cosa
mi stessi riferendo, e a sentire che ripetevo, «La foto!», finalmente
ribaltò la prima pagina. La guardò.
Quando chiesi, «Chi è questo qui? È un prete?».
«Chi?», fece lui, e cominciò a ridere.
Quando dissi, «Questo qui sul tuo giornale!», si mise a
ridere forte.
«Ma che prete?», disse, «È donna questa qui!» e rideva con
lo sghignazzo. Che ci potevo fare se era identica al prete che
c’era all’asilo a Bitrano, quando io ero piccola, la signora di
quella foto?
Continuava a ridere. Allora gli diedi un altro calcio a cui
rispose prendendomi la mano, e tenendomela ferma. Avrei
potuto urlare, e mia madre mi avrebbe sentito. Ma non ero
una vigliacca.
Lo guardavo truce.
Quando dissi, «Lasciami!».
«Tu non dà calci, capito?», rispose lui a bassa voce. E mi
lasciò.
«Se non è un prete, chi è questa qui?», chiesi di nuovo io,
per non far smettere la conversazione.
«È donna! Ri-cer-ca-ta!», fece lui, pronunciando le erre
come delle gr. «Te ammazza!», disse a bassa voce.
«Perché? Le donne non ammazzano mai le altre donne. Te
ammazza!».
Lui insisté, «Te spara questa qui!», e io pronta, «No, perché
io sono come lei. Io voglio fare la rivoluzione!».
«Questa assassina!», fece lui.
Quando io dissi, «Fa anche i morti, lei. E anche io quando
divento grande li faccio!».
«Certo. A te lei spara!», rispose lui, e subito dopo, «Io pure
fa morti! Io pantera nero!», gridò e alzò il pugno sinistro.
Ecco come erano le rivoluzioni. Si portavano dietro le
ricercate e le pantere nere. Quelle donne che assomigliavano
ai preti dell’oratorio di Bitrano, pettinate come erano con la
riga in mezzo e con quegli occhiali con la montatura nera
che portavano. Gli occhi fermi che sembrava ti guardassero
anche a te che non c’entravi niente. E anche gli schiavi neri e
arrabbiati con gli occhi rossi e le labbra viola.
«Ha messo bomba a questura di Roma!», disse ancora lo
schiavo negro.
«E chi te l’ha detto a te?».
«C’è scritto qua. Tu non sa leggere? Leggi!».
Lessi. Effettivamente sotto la foto, c’era scritto, grande in
un modo che anche io potevo leggere facilmente,
RI-CER-CA-TA
Que-sta don-na è la pro-ba-bi-le au-tri-ce dell’at-ten-ta-to
alla Que-stu-ra di Ro-ma.
Era vero.
Ecco come erano le rivoluzioni. Erano cose in cui poteva
capitare che il padre di Cecilia ti portasse nel bar sua figlia, e
poi sparisse per un’ ora intera. Cioè, la storia andò così. Non
era neanche andata via la signora Maria con il suo schiavo
negro, quando entrò il padre di Cecilia e ordinò il suo solito caffè.
Aveva la bambina per mano.

A me, cui lo schiavo negro aveva regalato una tartaruga di
plastica per suggellare l’amicizia, a questo giro non me ne
fregava poi molto di parlare con Cecilia. Mi bastava farmi
ammirare mentre mi giravo la tartaruga fra le mani.
Fu lei ad avvicinarsi.
Quando mi chiese, «Che cos’è?».
«Una tartaruga della foresta!», le risposi saputa. E poiché
non mi andava di dire ai quattro venti che ero amica di uno
schiavo negro, dissi solo, «Hai visto cosa è successo?».
«Cosa?».
«La rivoluzione!», dissi, e feci di nuovo quella specie di
spaccata che però non mi veniva mai bene.


Volevamo essere giganti, di Angela Scarparo
Gaffi Editore 
collana Godot
pagine 318
euro 18, 00
ISBN-13: 9788861651142

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