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LIBRI & CONFLITTI. Estratto da L'ITALIA SI CERCA E NON SI TROVA, di Enzo Di Brango Qualecultura edizioni
Libri & Conflitti L'Italia si cerca e non si trova. Unità, federalismo, democrazia di fronte alla colonizzazione del Sud. Cronaca di 150 anni, di Enzo Di Brango (Qualecultura edizioni) Tutto quello che è stato, dal 1861 ad oggi, nella storia politica dell’Italia, è stato condizionato non solo dal peccato originale di una unità a dir poco imperfetta, ma anche dal raccontarla diversa da quel che realmente è stata: sui libri, sui media e su ogni altro mezzo in grado di condizionare la pubblica opinione. ...L’analisi del processo unitario e della formazione dello Stato, tenterà di dimostrare come le grandi contraddizioni sociali, economiche e politiche di oggi scaturiscano da un processo imperfetto che, tra omissioni, censure, prevaricazioni e sopraffazioni ci restituisce, oggi, più italie divise e, spesso, le une contro le altre armate.


Nei prossimi giorni La recensione

 

è come l’orizzonte:

cammino due passi,
e si allontana di due passi.
Cammino dieci passi,
e si allontana di dieci passi.
L’orizzonte è irraggiungibile.
E allora a cosa serve l’utopia?
A questo: serve per continuare a camminare.
Eduardo Galeano



L’Italia delineata nel 1861 e le sue derivazioni (meglio sarebbe parlare di derive) è questa. Quella raccontata sui libri di storia è, come disse Giolitti, “una bella leggenda”. Ed è questa l’Italia che abbiamo ereditato con la quale dobbiamo, ci piaccia o no, fare i conti, aldilà di improbabili e poco auspicabili secessionismi e separatismi.
Vinti e vincitori, buoni e cattivi, eroi e briganti, sono stati tutti incasellati nell’archivio della “verità di regime” ed osano uscire a ruoli invertiti solo nelle celebrazioni di una sparuta minoranza. Quelle poche volte che questa minoranza riesce a travalicare il “muro reticolato” dell’informazione viene bollata come neoborbonica. Non è mai capitato che i paladini del regime e degli eroi abbiano confutato tesi, fonti storiografiche o abbiano solo provato a salvare le compromesse reputazioni dei vari Garibaldi, Mazzini, Cavour, Cialdini, Pallavicini e compagnia cantante: no, le nostre continuano ad essere parole al vento non degne di risposta corretta.
Si è persa una guerra non dichiarata, si fu vittime, tutti, di un furto in casa propria, ma la giustizia di Stato ci trasforma in carnefici non degni di alcuna voce in capitolo. Si è trasformato il lessico quotidiano ad uso e consumo del padrone, e borbonico diventò aggettivo dispregiativo, soldati e civili che combatterono per la loro patria briganti, si tentò di occultare le tracce dell’olocausto di un’intera popolazione mascherando i lager di detenzione (Fenestrelle e San Maurizio) come luoghi accoglienti nei confronti delle barbare prigioni duosiciliane.
Nell’ottimo lavoro di Lino Patruno, Fuoco del Sud157, si traccia una importante mappatura di movimenti, associazioni, comitati che, pur nelle diverse istanze denunciate nelle loro ragioni sociali (neoborbonici, duosiciliani, meridionalisti, insorgenti, neo-briganti, ecc…), rappresentano un patrimonio importante sulla strada del recupero dell’identità meridionale non solo legata alla tradizione, agli usi e costumi, alla storia e alla cultura della patria che per oltre 600 anni costituì la più grande nazione in suolo italiano, ma anche all’idea di un’Italia finalmente includente oltre l’attuale piano inclinato dei rapporti economici, politici e sociali che hanno il loro vertice al Nord e lasciano scivolare verso il Sud gli avanzi delle grandi abbuffate.
È un passo importante contro cui la retorica risorgimentale nulla può e nulla possono le meschine e basse manovre politiche atte a foraggiare la nascita e la sopravvivenza di improbabili partiti per rappresentare questo sterminato arcipelago.
Abbiamo visto, sin dal capitolo dedicato all’Italia dei comuni, come la nascita di un partito sia propedeutica alle istanze di un gruppo specifico di persone. Mai la creazione di un partito ha preceduto la convergenza su specifiche istanze di individui e interi gruppi sociali. Abbiamo dovuto attendere il 1994 perché la “storia si smentisse”, quando si verificò la famosa “discesa in campo” di un plutocrate meneghino che, mano al conto in banca e armato dello smisurato apparato mediatico di sua proprietà, fondò un partito e si comprò un diritto di rappresentanza generalizzato, forte dell’indole al servaggio di politici, giornalisti, industriali e popolo televisivo: «Son dunque gli stessi popoli che si fanno dominare, dato che, col solo smettere di servire, sarebbero liberi. È il popolo che si fa servo, che si taglia la gola, che, potendo scegliere se essere servo o libero, abbandona la libertà e si sottomette al giogo: è il popolo che acconsente al suo male o addirittura lo provoca»158. Così scriveva, cinque secoli or sono, il giovane Étienne de La Boetié: nel XXI secolo dobbiamo constatare che nulla è cambiato.
Con il Risorgimento imparammo ad ubbidire, a snaturare quell’italianità verace costruita sulle autonomie e difesa con le unghie e con i denti; ad ubbidire ad Inghilterra e Francia che permisero la politica espansionista e ne raccolsero i profitti migliori. È in questo modo che è stato costruito il prototipo del politico “utile”, quello che oggi ubbidisce alle banche ed ai mercati, quello che ha consentito ad uno sparuto gruppo sovrannazionale di dettare i tempi, i ritmi e la durata delle nazioni, pena una guerra umanitaria che non si nega a nessuno in caso di necessità. Come ci ricorda Luciano Canfora infatti: «Le decisioni cruciali sulla politica economica promanano da organismi tecnici e dal potere finanziario, mentre i parlamentari si accapigliano sulla “fecondazione assistita”»159 e questo, in un mondo nel quale non vi è più l’economia al servizio della politica, ma esattamente il contrario, cioè la politica (ed i politici) al servizio dell’economia (e dei finanzieri) significa aver delegato ad una sparuta oligarchia il dominio del mondo.
Non sono stati casuali, in questo libro, i richiami a Rosa Luxemburg, rivoluzionaria socialista ed a Hannah Arendt, rivoluzionaria borghese, perché proprio negli scritti di queste due grandi donne del secolo scorso vi è la chiave interpretativa più evidente, più importante, sul fervore e la vivacità che contraddistinguono i movimenti meridionali. Se la battaglia per la verità storica, per il riposizionamento equilibrato del Meridione in chiave economica, politica e sociale ha acquisito una valenza di lotta popolare, lo si deve a questi movimenti e non ai posticci partiti che in questi anni sono sorti (sarebbe interessante chiedersi chi ha pagato e paga, ma, temo, che la risposta la conosciamo tutti), e saranno questi movimenti gli unici in grado di disegnare un percorso comune tenendosi lontani dalle “sirene romane” impegnate a raffreddare le passioni, a spegnere i tanti piccoli focolai sorti qua e là, da Napoli a Benevento, da Potenza a Reggio Calabria, da Bari alla Sicilia.
Quando i nostri briganti imbracciarono il fucile è certo che non puntassero ad una rivoluzione, però, come abbiamo avuto modo di vedere e come è possibile convenire con Franco Molfese («il brigantaggio, più ancora che un tentativo controrivoluzionario borbonico-clericale, fu, come si è accennato, una grande protesta armata dei contadini meridionali contro i nuovi carichi imposti dallo Stato unitario e contro l’oppressione economico-sociale dei “galantuomini”, e costituì, in un certo senso, il segno precorritore dei grandi contrasti sociali che avrebbero travagliato l’Italia»160) si trattò di una rivolta a forte contenuto sociale che contiene al suo interno un messaggio di attualità e di necessità che vorrei sintetizzare con una riflessione di Gilles Deleuze, filosofo strutturalista parigino, sul tema del ribellismo in generale e sul fatto che le rivoluzioni, seppure perdenti, lasciano tracce durevoli delle istanze del popolo:
«Ma chi ha mai creduto che le rivoluzioni finiscono bene? […] Si tratta di due diversi ordini di problemi: la storia e il divenire. Nel campo della prima, che i moti di popolo che mirano a cambiare la società finiscano male non è certo una novità, e non solo per gli storici di professione, ma questa constatazione non impedisce di certo che la gente continui a ribellarsi. Nell’arco del divenire, invece, si verifica una profonda trasformazione delle persone, del loro sentire il mondo.
Che le rivoluzioni falliscano, che finiscano male, non ha mai fermato la gente, non ha mai impedito che la gente diventasse rivoluzionaria. […] Gli uomini, nelle situazioni di tirannia, di oppressione, non hanno altra scelta se non diventare rivoluzionari. Quando poi si dice: “è andata male”, non si parla della stessa cosa. È come se si parlassero due lingue diverse. L’avvenire della storia e il divenire attuale della gente non è la stessa cosa".
Che i movimenti non si fermino, quindi, che questo 2011 appena trascorso possa rappresentare l’incipit di quel divenire che “trasforma le persone” perché è solo dalla trasformazione delle aspirazioni in istanze concrete, che potrà sortire una piattaforma di lotta degna di questo nome.
Ma questa battaglia può rappresentare anche una riabilitazione della politica dal basso, come spazio pubblico di tutti dove la politica, per dirla con la Arendt, identifichi la ragion d’essere con la libertà e il campo di esperienze con l’agire162. Un percorso necessario, nel nostro caso, perché si instauri, almeno, una concezione dialettica tra spontaneismo movimentista e coscienza di appartenenza.
È così che la Questione Meridionale si potrà risolvere nell’ambito del Sud, agli altri, ai tanti, in buona e cattiva fede, che ci hanno preceduto, il tempo è scaduto. I problemi di Napoli, del Meridione intero, vanno risolti lì dove sono nati da… genitori settentrionali. Dal loro modo di concepire l’unità sono nate le disfunzionalità che, tutte insieme, rappresentano il tratto inequivocabile del Meridione come colonia interna. Il diritto allo sviluppo ci è stato negato da infrastrutture assolutamente inadeguate, una rete stradale e ferroviaria incapace di sostenere al meglio i flussi di persone e merci; il lavoro che, laddove ancora resiste, o è al nero o è precario; il diritto a beni di prima necessità come l’acqua e la salute pubblica sacrificati ai profitti di pochi e noti accaparratori, sempre gli stessi. Quando rileviamo che la popolazione della Val di Susa si ribella alla costruzione del passante ferroviario sulle loro terre e tra le loro case, supportata anche da studi d’impatto di autorevoli tecnici, non possiamo non pensare a come quella montagna di pubblico denaro sarebbe potuta tornare utile al miglioramento della disastrata rete ferroviaria da Napoli agli altri capoluoghi meridionali. Quando vediamo profondere miliardi di euro per un’opera avveniristica come il ponte sullo Stretto di Messina, non possiamo rimanere in silenzio di fronte al fatto che l’unica grande strada percorribile per arrivarci è la famigerata Salerno-Reggio Calabria. Si potrebbero citare ancora le grandi battaglie contro gli inceneritori e per una politica dello smaltimento dei rifiuti più al passo con i tempi, la battaglia vinta sulla pubblicità dell’acqua e contro le centrali nucleari. Tutto ciò, quindi, che ha favorito il sorgere spontaneo di movimenti di lotta dal basso, lontani dalle segreterie dei partiti ma tutti rappresentanti istanze oggettive del tutto interne alla Questione Meridionale nel XXI secolo appena iniziato.
Un po’ di tempo fa ho ascoltato un breve monologo di Erri de Luca, un inno alla rivolta con il garbo e la gentilezza che da sempre lo contraddistingue. Per De Luca il potere (del palazzo) è solo intonaco sulla pietra ribelle, sul tufo magmatico di cui è fatta Napoli163: ci vuole poco ché la pietra sfaldi l’intonaco e la città si liberi dalle costrizioni del centralismo ed affronti i suoi problemi in prima persona, utilizzando gli strumenti più congeniali alla sua cultura ed affrancandosi dalle prebende dello Stato. Ciò che si è creato a Napoli, ciò che opprime ed offende la vecchia capitale del regno delle Due Sicilie, è la sua resa incondizionata all’obolo dello Stato, all’auspicabile intervento di qualcuno e questo pone, Napoli ed i napoletani (ma il ragionamento è estensibile a tutto il Meridione), sempre in condizione di minorità: culturale, economica, sociale e politica. Come abbiamo già avuto modo di dire, Rosa Luxemburg sostiene che «le masse imparano il potere esercitandolo, non delegandolo ad altri»164, la filosofa rivoluzionaria subito dopo aggiunge: «dopo il primo compito, l’azione in mezzo alle masse, c’è subito il secondo, lo sviluppo di strutture in grado di organizzarle».
I movimenti, le associazioni, i comitati dovranno continuare ad agire con l’informazione, con la presenza continua sui problemi derivati al Sud da 150 anni di ignobile sopraffazione e, subito dopo, quando la maturità della lotta sarà evidente, lo sviluppo di strutture organizzative sarà davvero rappresentativo delle istanze popolari. L’attuale classe politica è inaffidabile, incapace e, spesso, truffaldina. Approdare a “palazzo” per loro è solo un modo per elevare se stessi ad una condizione economica migliore, senza smettere l’indole di sudditanza congenita. Una sorta di migrazione élitaria che spesso va a collocarsi nell’alveo dei razzisti che popolano gli scranni del Parlamento. I soli migranti di cui ho paura, sono costoro, i politici del Sud che si spostano a Roma e finiscono per arruolarsi nell’esercito leghista al grido di “Bombardiamo i migranti”; quegli altri, però, quelli dei barconi fatiscenti, deboli ed indifesi, vittime della stessa “globalizzazione” di beni e ricchezze cui il Piemonte, nel 1860, costrinse il Mezzogiorno.
Sono questi politici da tragica farsa che rappresentano una delle facce più evidenti della “continuità storica” di cui si parlava nell’introduzione di questo libro. È importante sottolineare, al riguardo, quanto sostenuto da Massimo Viglione: «Se la Destra produsse il piemontesismo, la Sinistra originò la piaga della storia politica unitaria nazionale: il “trasformismo”, vale a dire la tendenza dei deputati della opposizione a passare nella maggioranza in cambio di soldi o posti di potere.
Il trasformismo è fenomeno soprattutto italiano […] in quanto, come spiega Mieli, “il nostro è sostanzialmente l’unico sistema che non ha mai conosciuto alternanze per via elettorale: l’unico sistema in cui i cambi di maggioranza sono sempre avvenuti prima in Parlamento per poi ricevere conferma dalle urne. È dunque il solo Paese in cui quel bacillo del trasformismo ha provocato un male capace di produrre una paraplegia permanente».
Quella minuta schiera di parlamentari meridionali “importati” a Torino, piccoli, squallidi e non “ministeriabili”, come sentenziò Nigra, sono i padri putativi del servaggio napoletano cui il popolo si è di necessità adattato ma non rassegnato.
Nel chiudere il suo ultimo lavoro, Nicola Zitara sentenzia, con malcelata amarezza, che «Questo nostro paese è un oggetto antico, nato dal mare prima della storia. Nessuno può pretendere che cambi facendogli trascinare il Carro del Sole. Cambierà soltanto quando i Raffaele Cutolo e i Totò Riina di mestiere faranno i ministri invece che i mafiosi»167, come dire che dalla politica non ci si deve (a ragione) aspettare più nulla di buono. Una classe politica (di destra e di sinistra) che finge di combattere, di scontrarsi, per amministrare un sistema immutato da 150 anni e che non vuole mutare, non foss’altro per l’autoperpetuarsi dei singoli nel mestiere di deputato o senatore, per conservare lo scranno a figli e nipoti, trote e delfini, per garantire a loro stessi, in quanto casta, la titolarità dei nostri destini.
Proviamoci noi, allora, non dimenticandoci il nobile insegnamento che Zitara ci ha lasciato, scevri da localismi ma latori di un’esperienza ante litteram su una globalizzazione coloniale che afferma il primato della legge del più forte, dove «i settori forti della società sopravvivono alla privatizzazione dell’insegnamento, della sanità, dei trasporti, e anzi diventano più forti e più ricchi, mentre i più deboli soccombono»168. Potremo farcela attraverso un uso corretto di pratiche democratiche, quella democrazia diretta contro la quale si sono spesi i “mentori” di regime che la ritengono inattuabile per l’incapacità del popolo di elevarsi culturalmente. Lo denuncia Sartori nel saggio preso a riferimento: «a ogni incremento di demo-potere dovrebbe corrispondere un incremento di demo-sapere. Altrimenti la democrazia diventa un sistema di governo nel quale sono i più incompetenti a decidere»169. Fare e promuovere cultura, promuovere il sapere, è il primo impegno dei movimenti perché «sono i movimenti, i soli capaci di mantenere attiva la creatività storica, il rapporto immediato con la società civile, coi suoi bisogni concreti, così come maturano via via nel tempo, rifiutando di diventare partiti di sindaci, assessori, pubblici amministratori e simili»170.
È per questo motivo che l’esperienza movimentista maturata nel corso del 2011, le tante attività messe in campo da movimenti, associazioni e comitati in ordine a rivendicazioni che hanno travalicato abbondantemente la mera questione identitaria, individuando nella Malaunità un progetto colonizzatore di vasta portata, non può andare perduta, anzi va estesa in tutti gli ambiti delle attività sociali, nel nostro quotidiano rapportarci con la società civile. È questa la via verso l’esercizio politico di potere popolare in termini diretti: l’occupazione reale degli spazi di gestione della πολις per riappropriarci dei beni comuni a noi sottratti da pochi privilegiati, arrogantemente in “nome del popolo italiano”.


L'ITALIA SI CERCA E NON SI TROVA
di ENZO DI BRANGO
ISBN-10(13): 978 88 95270 28 9
Qualecultura Edizioni
pagine 131
euro 12,00
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