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MUSICA. Due italiani per il grande folk-rock americano
Un libro e un disco uniti dall’amore per la Grande Musica da parte di due musici italiani: Massimo Priviero e Michele Gazich. Potente rock singer il primo e virtuoso musicista del violino il secondo che, peraltro, ha avuto la possibilità di suonare con veri eroi del folk rock Usa come, in primis, Eric Andersen, Michelle Schocked, Victoria Williams e Mark Olson ed altri ancora. Se fossero nati oltre oceano sarebbero, sicuramente, nel gotha dei Grandi della musica Americana, quella senza etichette ma contraddistinta dal sangue, sudore e passione! Questa settimana vi parlerò di un album indipendente sia per i contenuti che per la produzione (ma ormai la Vera Grande Musica non passa dalle majors). “Folkrock” è il progetto a quattro mani di Priviero/Gazich ove vengono omaggiati, in dodici tracce: la tradizione americana, Bob Dylan (due brani), Jerry Jeff Walker, Johnny Cash, Bruce Springsteen, Pete Seeger, Jackson Browne, Neil Young, Billy Roberts (o meglio Jimi Hendrix, visto che in questo caso è più noto l’interprete che l’autore), Van Morrison.

La scelta dei brani può apparire banale, vista la notorietà dei titoli scelti, ma la resa non lo è affatto. La voce di Priviero  rende tutti i brani più incazzati, ricchi di passione e rabbia. Il violino del Maestro Gazich pennella di poesia il tutto. Il buon accompagnamento di Fabrizio Carletto al basso e Onofrio Laviola alle tastiere rende il tutto molto elegante.
La track list dell’album è una piccola antologia di capisaldi della Nostra Musica: House Of Rising Sun, in una versione rallentata, ben lontana dalla famosa cover degli Animals ma anche dalla folk song interpretata anche dal giovane Bob Dylan e proprio il Grande Zimmerman è l’autore del secondo brano, la sempre attuale A Hard rain’s Gonna Fall, anche qui la personalità dell’interpretazione ci allontana dall’originale e il violino di Michele incanta. Mr.Bojangles di Jerry Jeff Walker è sempre stata una delle mie canzoni preferite, mi piace persino nella versione di Sinatra! La storia del ballerino Bojangles è sempre appassionante e Massimo, pur indurendo le liriche, è davvero bravissimo. Tutti vorrebbero cantare come Johnny Cash e allora Give My Love To Rose è uno dei tanti brani stupendi scritti ed interpretati dall’uomo in nero.

Thunder Road, come scriveva anche Nick Hornby, è da inserire nelle 31 migliori canzoni della vita. Springsteen è nel Dna di Priviero e il violino di Michele si inserisce meravigliosamente e sostituisce il sax che nell’originale, Big Man Clemmons  suonava. Da brividi.

Un grande brano di Dylan Ring Them Bells (era su Oh Mercy!) viene interpretato con personalità (mi sto ripetendo ma per un album di cover è davvero fondamentale “metterci del proprio”), certo la voce di Zio Bob è inarrivabile così come il suono dell’album prodotto da Lanois ma il voto è ben oltre la sufficienza.

Where Have All The Flowers Gone di Pete Seeger è una delle poche tracce veramente folk dell’album. Lontana dalla leggerezza di Peter Paul & Mary, molto più severa dell’originale ma è giusto così i fiori, nel 2012, sono o appassiti o sostituiti da fiori di plastica e i sogni appaiono sempre più sogni. Non casuale, forse, la scelta del brano successivo: Before The Deluge di Jackson Browne, quando era in “ritardo per il cielo” e ammoniva a restare in guardia prima del diluvio! Ottima la resa sonora e vocale.

La peculiarietà dell’album è l’aver approcciato voci così diverse cantandole con una incredibile uniformità di stile quasi uscissero dalla stessa fonte. E allora pensate alla personalissima voce di Neil Young nella languida Helpless resa da Priviero con amore e una fisicità lontana dal colore dell’originale.

Hey Joe è un altro “super-classico” ed è forse il brano che preferisco. Dimenticate Hendrix o Willy de Ville. Il violino è fantastico ed è davvero emozionante riascoltare il brano con questa nuova veste. Poteva mancare tra gli immortali Van Morrison? Retorica a parte, il brano And The Healing Has Begun è sempre stato uno dei pezzi forti dell’irascibile irlandese. Il violino c’era anche nella versione originale, lo suonava Toni Marcus, ma Michele non lo fa rimpiangere. Anzi la passione che emerge dalle note è davvero incredibile.

Chiude l’album, come un saluto positivo, What A Wonderful World, anche se è la versione che meno amo del progetto Folkrock. Forse avrei preferito qualcosa di Leonard Cohen o di altri minori come John Prine o Steve Goodman. Ma chissà, magari seguirà un secondo capitolo. Una lode alla compattezza sonora e di intenti per questo omaggio di due innamorati come me di sonorità e liriche cucite sulla nostra pelle.

In fondo le nostre radici sono in queste musiche per una musica che travalica ogni frontiera e che unisce in una positiva globalizzazione, rivolta verso “giochi senza frontiere”. La padania può attendere…

Buon ascolto.
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