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LIBRI & CONFLITTI. Estratto da LA RIVOLTA IMPOSSIBILE. VITA DI LUCIO MASTRONARDI, di Riccardo De Gennaro ediesse
Libri & Conflitti. La prima biografia di Mastronardi nel cinquantenario de Il maestro di Vigevano. Riccardo De Gennaro colma una vasta lacuna, restituendoci il ritratto vivido di uno scrittore ancora troppo poco conosciuto, autore dello straordinario romanzo “Il maestro di Vigevano”. Un grande intellettuale che, insieme a Bianciardi e Pasolini, ha saputo raccontare meglio di chiunque altro gli sconvolgimenti degli anni del boom economico, quando la frenesia e la furia della corsa al denaro travolsero quasi tutta la nostra società. In tutti i suoi romanzi Mastronardi ha saputo cogliere lo spirito del tempo, parlando di quella grande provincia padana che, come scrive Fofi nella prefazione, «era - ed è forse ancora - la zona più fragile, succube e ricettiva della frenesia collettiva». Ma De Gennaro ci parla anche dei dilemmi insolubili di oggi, rivelando un mondo della cultura e dei media mai stato così conformista e totalmente privo di osservatori geniali ed acuti, come lo furono ieri Mastronardi e Bianciardi.


Mercoledì prossimo, la recensione

Capitolo 16


Piove a dirotto su Vigevano. Lucio esce di casa alle sette e cinquanta
del mattino. Alla moglie dice che andrà in ospedale per nuove
analisi del sangue. Pare che il giorno prima gli sia arrivata una lettera
dal Policlinico di Pavia, dove si parla di un errore nell’analisi del suo
male e lo si invita a sottoporsi a nuovi controlli. Mastronardi indossa
una camicia beige, un giubbotto marrone e un paio di calzoni di velluto
blu. Ai piedi porta scarpe marroni. È il 24 aprile 1979, un martedì.
Dal momento in cui si lascia alle spalle il portone di casa si perdono le
sue tracce. Qualcuno lo vede acquistare un quotidiano dal giornalaio,
altri davanti alla Posta centrale, altri ancora in corso Vittorio Emanuele,
nei pressi del Municipio. C’è anche chi assicura di averlo visto entrare
in ospedale. Sta di fatto che non torna all’ora di pranzo, non torna la
sera e nemmeno per la notte. La moglie telefona alla sorella di Lucio,
Letizia, poi chiama il Commissariato e riferisce del mancato rientro del
marito; la mattina dopo va in Commissariato e ne denuncia formalmente
la scomparsa.
Nello stesso tempo, la sorella telefona a tutti gli ospedali di Milano.
Il centralinista di un ospedale psichiatrico le dice che c’è un uomo con
le caratteristiche di Lucio, lei chiama un taxi e si precipita là, ma una volta
sul posto l’uomo della guardiola nega di averle mai parlato. Intanto,
le radio di Vigevano diffondono la notizia della scomparsa. Un testimone
si reca al Commissariato e garantisce di aver visto Mastronardi, il
giorno prima, che percorreva il ponte del Ticino. Era a piedi, senza ombrello,
bagnato fradicio e camminava in direzione di Abbiategrasso. È
un imprenditore, si chiama Giovanni Maspero. Ricorda: «C’era un’acqua
torrenziale. Non mi sono stupido di vederlo così, perché era una
persona originale. Poteva stare un’ora, la notte, in silenzio a osservare la
torre di piazza Ducale». Alla polizia Lucia Lovati in Mastronardi riferisce
le parole che Lucio le aveva detto pochi giorni prima: «Quasi quasi
mi butto nel Ticino». Quel fiume che ha sempre amato. «La piazza e il
fiume, questo mi piace di Vigevano, nient’altro», aveva più volte detto.
Scattano le ricerche, che impegneranno polizia, carabinieri, vigili del
fuoco e guardie del Parco della Valle del Ticino.
Spesso ha annunciato agli amici che prima o poi si sarebbe suicidato,
una volta – e sono trascorsi cinque anni – il suicidio l’ha anche tentato,
ma il fatto che qualcuno l’abbia visto alla stazione di Vigevano fa sperare
che si tratti soltanto di una fuga improvvisa, l’ennesima. Qualche speranza
c’è, ma la sensazione di chi conduce le ricerche è che si sia gettato
nel fiume. Per tutta la giornata di giovedì polizia, carabinieri e vigili del
fuoco scandagliano il Ticino nel tratto compreso tra il ponte e la roggia
Braghettona. Niente.
La svolta brutale avviene il 27 aprile. Mentre mette in ordine la scrivania
di Lucio, la moglie apre un cassetto e vi trova un block notes a quadretti.
Sul primo foglio ci sono queste poche parole: «Cara Lucia, non
ce la faccio più. Grazie per avermi voluto bene e assistito. Grazie per la
Maria. Perdonami. Il tuo Lucio».
Il Ticino viene scandagliato senza sosta a partire dal ponte per Milano
fino all’oleodotto e al ponte di barche di Bereguardo, che era piaciuto
tantissimo a Maria Jatosti. Gli inquirenti sono sicuri che si sia getta-
to nel fiume. Alle operazioni partecipano anche alcuni pescatori, che
tuttavia sono un po’ scettici: a quest’ora, sostengono, se non è rimasto
impigliato da qualche parte, il corpo sarà già stato trascinato nel Po dalla
corrente. Anche le giornate di venerdì e di sabato si concludono con
un nulla di fatto. Lucio manca da casa da cinque giorni. In piazza scuotono
la testa: doveva finire così. Ricordano i suoi gesti «folli»: quando,
nel ’60, fu visto alla stazione di Milano che distribuiva biglietti da diecimila
ai passanti (ma lo stesso Lucio, nel ’75, spiegò a Giorgio De Rienzo:
«Non ricordo assolutamente quell’episodio. E mi pare impossibile,
perché oltretutto ho sempre dovuto portare rispetto ai pochi biglietti da
diecimila che mi passavano tra le mani. E poi è strano: sono timido; come
avrei potuto avere il coraggio di fermare uno per strada e dargli dei
soldi senza conoscerlo?»), l’episodio degli insulti al controllore di Alessandria
(«Il caso fu molto montato dai giornalisti, in realtà io ero nel corridoio,
arriva il ferroviere e mi dice che lo scompartimento è riservato a
Gronchi, che allora era presidente della repubblica; io gli dico invece che
è vuoto ed entro lo stesso. Tutto qui, o almeno mi ricordo questo: forse
devo aver detto qualche parolaccia, ne dico tante, per abitudine…»), il
carcere che seguì la sua aggressione al direttore della scuola di Abbiategrasso
(«Anch’io ho dovuto imparare a stare zitto. Solo una cosa posso
dirti. Oggi non si può più litigare. E non si riesce a litigare, perché non
si riesce neanche a parlare. Subito si mettono di mezzo le carte bollate,
gli avvocati, i giudici, i carabinieri. È una cosa triste: l’avvocato dell’altro
va dal mio avvocato, gli avvocati si dicono quello che potremmo dirci
con maggiore sincerità io e l’altro»), il tentato suicidio dal balcone
(«L’idea della paternità mi aveva tormentato, aspettavo la nascita di questa
figlia con un’ansia spaventosa… Il gettarmi dal balcone era una via
di uscita in quel momento, anche se ora il solo ripensarci mi fa venire i
brividi»). Incidenti che minimizzava così: «Sono ribellioni contro l’incapacità
di comunicare. D’accordo, sono forse intemperanze: ma io le
saprei perdonare agli altri. Quando uno è esasperato, quando uno perde
la pazienza, dà un pugno sul tavolo, non è vero? Ecco è come se io
avessi dato dei pugni sul tavolo, in modo maldestro, magari. È anche
una questione di sfortuna: uno mica guarda se c’è, che so io, una forchetta,
mentre dà il pugno sul tavolo. Quella forchetta salta in aria e crea
delle complicazioni». Ma ammette che è vero, va soggetto a esaurimenti
nervosi: «Sono nato così, non c’è niente fare. Io ho accettato questa
condizione e non credo a rimedi. Mi hanno detto di andare da uno psicanalista.
Non credo nella psicanalisi: credo di più alle barzellette sulla
psicanalisi».
Lo trovano nel pomeriggio di domenica. Un pescatore. Mentre naviga
sul fiume in località Pubié, pioppeto, per l’esattezza in una zona detta
«collo d’oca», cinque chilometri più a valle del ponte che collega Vigevano
al Milanese, l’uomo si accorge di un corpo sott’acqua, a circa
mezzo metro di profondità. È impigliato per i pantaloni in una carcassa
d’albero, a quattro metri dalla riva. A quel punto, Claudio Cesani dà
un grido al fratello, poi accosta la sua barca e cerca un telefono. Sono le
undici. Entro breve giungono sul posto – raggiungibile solo dal fiume
– la polizia fluviale, i carabinieri e i sommozzatori dei vigili del fuoco di
Milano. L’operazione di recupero è tutt’altro che facile, la corrente del
fiume è forte e si rischia di perdere il cadavere. Dopo due ore di lavoro,
verso l’una e mezza, il corpo di Lucio viene condotto a riva. Il primo a
riconoscerlo è il vicequestore Pedone che conduceva le indagini. È senza
orologio, a torso nudo. La moglie viene raggiunta telefonicamente
 ad Abbiategrasso, a casa dei suoi genitori, dove si è trasferita con la figlia.
Deve riconoscere il cadavere.
Lucia Lovati in Mastronardi giunge all’obitorio del cimitero di Vigevano
con un’amica di Abbiategrasso, sperando fino all’ultimo istante
che non si tratti di Lucio. Il medico constata che la morte è avvenuta
per «asfissia da annegamento» e stabilisce la data del decesso: giovedì 26
aprile. Se la sua valutazione è esatta è lecito chiedersi: dov’è stato Lucio
il 24 e il 25 aprile? È rimasto nascosto in una di quelle baracche sul fiume?
Era solo o con qualcuno? Dopo quegli avvistamenti, martedì 24,
nei pressi dell’Ospedale e sul ponte, nessuno l’ha più visto. C’è addirittura
chi ipotizza che non si sia suicidato, ma che abbia incontrato qualche
balordo lungo il fiume e sia stato derubato e ucciso, poi scaraventato
nel Ticino. Ma sono fantasie. L’artista che più amava era Domenico
Modugno, la sua canzone preferita Vecchio frac. Racconta di uno sconosciuto
in frac e cilindro che vaga in solitudine, nella notte, per le strade
della città. All’alba qualcuno riconoscerà il cilindro e il frac che, galleggiando
nelle acque del fiume, scendono lentamente verso il mare. È
giunta mezzanotte, si spengono i rumori, si spegne anche l’insegna di quell’ultimo
caffè. Le strade son deserte, deserte e silenziose, un’ultima carrozza
cigolando se ne va. Il fiume scorre lento, frusciando sotto i ponti, la luna
splende in cielo, dorme tutta la città: solo va, un uomo in frac… Adieu,
adieu, adieu, addio al mondo… ai ricordi del passato, ad un sogno mai sognato,
ad un attimo d’amore che mai più ritornerà…


La rivolta impossibile. Vita di Luicio Mastronadi
prefazione di Goffredo Fofi
di Riccardo De Gennaro
ediesse
collana carta bianca
pagine 208
euro 10, 00
ISBN: 978-88-230-1674-3



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