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Grande Knopfler (…ma che noia)
Privateering è il settimo album solista di Mark Knopfler, in uscita il prossimo 3 settembre in due formati diversi, odiosa abitudine dell’attuale industria discografica. Il formato standard contiene due cd, quello “deluxe” tre cd di cui il terzo con 5 tracce live registrate al Music Bank di Londra nel 2011. Il mondo, per Knopfler, va lento… Non aspettatevi quindi rock’n roll o trasgressioni. Il nostro uomo è un tranquillo sessantenne inglese, innamorato, da sempre, della musica americana che, forse suo malgrado e non in giovane età, si era trovato ad essere il leader di una strana rock band, nata in pieno fulgore punk, suonando riffs, a metà strada tra Hank Marvin e JJ Cale con una timbrica vocale molto Dylaniana. «Il Paradiso è un luogo dove il Delta del Mississippi incontra il Tyne»: in questa frase detta in una recente intervista da Mr.Knopfler, c’è lo spirito delle sue prove soliste, compreso il suo nuovo album. Venti tracce che profumano di Delta, di Irlanda e di Folk. Prodotto dal fido tastierista Guy Fletcher con l’aiuto di pochi altri ospiti tra i quali il trombettista mainstream Chris Botti e la grande armonica di Kim Wilson, Privateering non ha nulla da promettere. Un album suonato con grande classe e un po’ soporifero. Da assaporare come certi vini invecchiati, con il rischio di una non preventivata sonnolenza…

Le canzoni sono molto descrittive, a volte cinematografiche, come “Radio City Serenade” con la tromba di Botti a sottolineare un racconto sussurrato dalla voce del chitarrista inglese. Rispetto alle ultime prove il blues è preponderante ed alcuni brani riescono anche a far “battere il piedino” (I Used To Could). In alcuni suoni sembra di sentire il Dylan più recente, non per nulla sono ottimi amici e Knopfler è, sin da ragazzo, innamorato di Mr. Zimmerman (tra l’altro il prossimo 11 settembre uscirà Tempest il nuovo disco di Dylan, di cui vi parlerò e che promette molto bene, ma questa è un’altra storia). Difficile descrivere i singoli brani che compongono l’album. L’apertura è affidata a “Redbut tree”, già sentita nella tourneè recente con Dylan, brano uguale a decine di altri scritti da Knopfler, ed è questo il suo limite: la scrittura non brilla per originalità, emergono i suoni, sempre splendidi, ma ho l’impressione che suoni sempre la stessa canzone.

Suoni d’Irlanda aprono il secondo brano “Haul Away”, un Blues pianistico con slide, introduce “Don’t Forget Your Hat”, blues bianco di classe, ma il sangue sulle tracce non è qui. Più di sei minuti dura “Privateering” title track dell’album, classica ballata in levare, buon brano con suono da “Americana”. “Miss You Blues” a dispetto del titolo non è un Blues è piuttosto una ballata che avrei visto bene cantata e suonata da Eric Clapton. Il sesto brano del primo disco “Corned Beef City”, finalmente rocca, anche se con discrezione, un brano che richiama i Dire Straits con una chitarra molto Ry Cooder (Election Special a proposito, è il nuovo album di Ry Cooder in uscita, album molto politico ed ottimo). A proposito di temi sociali sottolineo che alcuni dei brani di Privateering affrontano problematiche legate all’attuale crisi mondiale. Si parla della protesta dei camionisti a Dagenham, dei problemi degli allevatori di pecore inglesi, legati a scelte politiche del loro Governo, “Go Love” sembra uscire dalla colonna sonora di “Local Hero” splendido film di qualche anno fa con Burt Lancaster, brano già sentito e stra-sentito… “Hot Or What” talking Blues , molto bello, si distingue sempre per il piano di Fletcher e l’armonica di Wilson, sinora il brano che preferisco. Con “Yon Two Crows” si ritorna a terra, una ballata che mescola il celtico con il Folk americano. Il primo disco si chiude con un’altra languida ballata “Seattle” e la noia comincia ad avvolgermi. Secondo CD, prima traccia “Kingdom Of Gold” , ancora suoni irlandesi e ancora ballata, ottimi i suoni, ma anche qui il già sentito impera. Con “Got To Have Something” il Blues ci fa ripartire. Di “Radio City Serenade” e di “I Used To Could” vi ho già anticipato più sopra, “Gator Blood” è molto swingata e mi piace. “Bluebird” è un’altra ballad, sincopata e notevole per l’armonica che gioca con la pregevole chitarra di Mark. Le ultime quattro tracce dell’album si dividono con due Blues e altre due ballate notturne con “Today Is Okay” dedicata a Sonny Liston. Vi confesso che, pur stimando Knopfler e non rimpiangendo il suo passato con i Dire Straits, trovo i suoi ultimi album monocordi. Sembra chiuso in un suo particolare mondo ove rivisita le sue passioni musicali, le sue radici ma con scarsa inventiva, pur con rara professionalità e classe. Musicalmente non lo si può discutere ma un po’ più di sudore e passione non stonerebbe. Ma non sarebbe Mark Knopfler e quindi chi cerca sensazioni forti deve rivolgersi in altre stanze.
P.S. Nei prossimi giorni sono previste molte importanti uscite discografiche, alcune molto belle. Non mancherò di parlarvene nei prossimi numeri.
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