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MUSICA. "The carpenter", i fratelli Avett sono cresciuti
Sono passati dieci anni dall’uscita del primo album degli Avett Brothers (Country Was) ed è incredibile la crescita artistica di questi cinque ragazzi provenienti dal North Carolina. I due fratelli Seth e Scott Avett, con i loro tre pards Bob Crawford, Joe Kwon e Jacob Edwards, si sono imposti come uno dei migliori gruppi americani degli ultimi anni.

Difficile etichettare il loro suono neo-tradizionalista dove il country, il punk e il pop si fondono per creare musiche assolutamente godibili e molto personali. Cosa rara, di questi tempi, loro hanno un loro sound, una loro forte personalità che li distingue in positivo. Unitamente a band come gli inglesi Mumford & Son (in uscita il mese prossimo il loro atteso nuovo album) o Edward Sharpe & The Magnetic Zeros, si distinguono per l’uso di strumentazioni tradizionali (banjo, mandolino tra gli altri) e grandi aperte melodie o deliziose ballate.

Il nuovo album The Carpenter segna un ulteriore evoluzione per Avett Brothers. Il loro più personale e introspettivo lavoro, segno d’evidente maturità espressiva. L’album regala gioia e malinconia e si focalizza sui valori della condizione umana ovvero i veri sentimenti che rendono la vita autentica.
Il loro precedente lavoro, risalente al 2009, I And Love And You (prodotto da Rick Rubin) era stato a lungo in alto nelle classifiche americane, segno che c’è ancora spazio per la buona musica. Questo nuovo lavoro, anch’esso prodotto da Rubin, sicuramente bisserà il successo sperando di riuscire ad imporre il Gruppo anche fuori dal territorio Usa. Le meravigliose armonie che contraddistinguono la Band e l’ottima capacità di scrittura, potrebbero conquistare anche il resto del mondo.

Ma veniamo alle canzoni di The Carpenter: il disco si apre con The Once And Future Carpenter la ballata inizia con un arpeggio di chitarra classico «…se io vivo la vita dando, non sarò spaventato di morire», un banjo si aggiunge ad uno splendido cantato. Il suoni si riempie, con una tastiera e un violino a menare le danze. Ottimo inizio, molto tradizionale e pacato. Non c’è il punk dei primi album. La produzione di Rick Rubin mette ordine.

Live And Die, il secondo brano scelto anche come singolo. Il banjo introduce un pezzo davvero orecchiabile e, perché no, radiofonico, se le nostre radio avessero il coraggio di non mandare sempre la solita spazzatura. Live And Die rimane in testa, si canticchia ed è gioia e passione pura.

Winter In My Heart
. Signori, una delle più belle canzoni dell’anno! Non solo la morte fisica, cantata nei due brani precedenti, ma anche la morte dei Sentimenti. Cuori spezzati. Il protagonista vive in un Inverno perpetuo, incapace di uscire da una perdita d’amore. La melodia strappa il cuore. Questi ragazzi sanno scrivere e la Musica è sublime.
Pretty Girl from Michigan. Una curiosità, dal loro primo album il gruppo ha scritto ben 4 canzoni con Pretty Girl nel titolo… E’ il pezzo più vicino al passato della Band. Un Tempo con chitarra lancinante nel finale.

I Never Knew you
 è molto allegra ed è uno dei migliori esempi del suono Avett: una sapiente miscela di rock’n roll con passione e intensità, suonata con strumenti per lo più acustici.

February Seven
 è ancora tradizionale nell’incipit iniziale. Chitarra acustica ed archi che entrano a corredare un’ottimo pezzo che precede Through My Prayers con l’organo di Benmont Tench (Tom Petty And The Heartbreakers), che peraltro suona in molti altri brani. La canzone è sull’incapacità di dire che si ha sempre bisogno di qualcuno vicino e il terrore di morire da soli: «E adesso la mia sola chance è parlarti attraverso le mie preghiere, io volevo solo dirti che mi occuperò di te».

Down By the Shine
, uno dei pezzi più tradizionali dell’album. Andamento da Folk Ballad, la batteria è suonata da Chad Smith dei Red Hot Chili Peppers. Con A Father’s First Spring, Scott Avett ci racconta le sue prime esperienze di neo-papà dedicando il brano alla neonata figlia. Dopo tante canzoni di Morte, il pezzo rischiara le atmosfere dell’album, soprattutto per le liriche.

Paul Newman Vs. The Demons
, il gruppo saluta il leggendario attore americano e lo ringrazia per la vita esemplare che ha condotto, non solo un peana per Newman ma soprattutto un'esortazione a trovare una maniera per liberarsi dai propri demoni interiori. Il pezzo più rock dell’album ma è anche quello che mi piace meno. Il suono è meno personale e potrebbe essere una qualsiasi altra Indie Band.

Siamo alla fine. Il disco si chiude con Life. Come vi dicevo molte tracce di The Carpenter parlano di morte e allora ecco che la chiusura è affidata alla Vita. Un grande pezzo. L’arrangiamento di violini, sottolineato dalla splendida chitarra acustica, ci accompagnano per oltre tre minuti di intensa poesia.

Concludendo per chi non li conosce un invito ad approfondire l’argomento “Avett Brothers”, magari cominciando da Live Vol.3 o dal penultimo I And love And You. E poi, consigliatissimo, cervatevi su Youtube il video dello scorso anno quando, durante la cerimonia dei Grammy Awards fecero una splendida performance corale con Munford & Son e Bob Dylan con un finale leggendario: una splendida versione di Maggie’s Farm.
Buon ascolto.
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