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LIBRI & CONFLITTI. L'anticipazione: DIMMI CHE C'ENTRA L'UOVO, di Fabio Napoli - Del Vecchio Editore
Libri & Conflitti.  Dimmi che c'entra l'uovo, di Fabio Napoli Del Vecchio Editore. Roberto Milano, vero campione del contratto–a–tempo–determinato ma anche in nero, ciclista spericolato affetto da una psoriasi ansiogena, stacanovista per necessità e senza gloria, perde tre lavori: comparsa nei film porno, insegnante privato e pizza express. Gli rimane giusto un part-time al bancone di uno squallido bar frequentato solo da pensionati. Quattro lavori con cui riusciva appena a pagare l’affitto e le bollette di una stanza a Roma.
L’ultima speranza è riposta nel colloquio per un lavoro in un fast food.
L’illusione di un posto si infrange contro il test attitudinale: quale diavolo era la risposta giusta alla domanda sull’uovo?
In preda a questo e ad altri interrogativi esistenziali, quando sembra non ci sia più scelta che quella di tornare a casa da mamma, Roberto incontra Marianna, spregiudicata, fresca, vitale, e con lei si mette a progettare una rapina in un bar.
Nasce La Banda dei Precari, e scatta la scintilla fra Roberto e Marianna. Una relazione soffocata dall’incombenza del denaro e dalle necessità, che non riesce a fermare il destino tragico che li aspetta dentro il fast food in cui stanno per fare la grande rapina, quella definitiva, dopo cui niente sarà più lo stesso.
Segnalato fra i finalisti al Premio Calvino per «la scrittura disinvolta e disinibita con cui affronta ironicamente e autoironicamente il tema della precarietà», Fabio Napoli racconta con una commedia agrodolce la vita di ragazzi che hanno voglia di trovare una soluzione al rebus della sopravvivenza – sbagliando a volte – per immaginare un futuro che includa nei propri orizzonti la felicità.
 
Dicono che la buona riuscita di un colloquio di lavoro dipenda per il cinquanta per cento da quanto si è convinti di potercela fare. Tutto parte dalla testa: bisogna che il candidato pensi davvero di essere la persona più adatta a quel posto di lavoro. Quella che l’azienda sta cercando con tanta premura.
Entro nel fast food ripetendomi che sono io, sono proprio io quello che cercano. Per non perdere la concentrazione ignoro l’orda di persone che ingoia panini e patatine fritte. Sono io quello che cercano. Passo attraverso le risate, i risucchi delle cannucce, gli schiamazzi, le urla, le mandibole che lavorano come schiacciasassi. Sono io quello che cercano. Le luci al neon, gli stracci che puliscono in fretta tavoli, le code al bancone, gli ordini gridati dalle cucine. Mi viene fame ma non devo pensarci.
Mi guardo intorno alla ricerca di un cartello, un’indicazione che mi faccia capire dove si svolgono i colloqui. Ricaccio indietro il pensiero che potrei aver sbagliato giorno. Poi in fondo alla sala, da quella parte, davanti a una porta nera, tre persone sembrano aspettare qualcosa. Prego Iddio che non si tratti del bagno e che sono io, sono proprio la persona che
stanno cercando. Uno dei tre in attesa è vestito in giacca e cravatta. Con tutta la convinzione che trovo gli rivolgo la parola: – È qui per il colloquio?
Quello non mi risponde. Invece si gira il ragazzo che sta aspettando accanto a lui dicendomi di sì. Un “sì” detto come un “ni”, una specie di “macché ne so, ho visto questi che aspettavano e mi sono messo a aspettare pure io”. Questo non ha nemmeno il cinquanta per cento di auto convinzione, al massimo un venticinque. Al suo fianco c’è un ragazzo che sembra non si sia accorto di niente. Mentre aspetto cerco di individuare in lui un minimo segno di vita. Continuo a osser-varlo per cinque minuti ma il tipo, oltre a non emettere fiato, è talmente concentrato da non muovere nemmeno un muscolo. Se non vedessi il suo petto alzarsi ed abbassarsi per il respiro penserei fosse morto.
Dopo un po’ entra una ragazza: viso allungato, capelli legati dietro e occhiali sulla punta del naso. – Ciao a tutti, – voce smielata, dolce, zuccherosa. Vuole fare amicizia. Queste sono le peggiori. Con una mano ti salvano dal crepaccio e con l’al- tra ti pugnalano alle spalle. Tutte sorrisi e cortesia, pronte a fregarti il posto di lavoro. Quelle così all’università le riconosci subito. Prima di un esame sembra che a momenti si cacano addosso, le vedi che sfogliano il libro fino a un secondo prima di entrare, piagnucolano di non aver studiato e di non sapere niente, che se prendono un diciotto lo accettano. Poi entrano e stanno dentro un’ora e mezza. Che per una che non sapeva niente ti sembra veramente troppo. Alla fine escono con il libro avidamente stretto al petto e un sorriso smagliante. Tu gli chiedi come è andata e quelle, con una voce zuccherosa che fa vomitare ti rispondono che hanno preso trenta ma che è stata solo fortuna. Quelle così o hai una 44 magnum o le ignori. Io le ignoro. Anche gli altri che aspettano con me le ignorano.
Dopo un altro quarto d’ora arriva un’altra ragazza chiedendo se è in ritardo. Non è bella, ma ha un modo di muoversi che mi colpisce subito. È come se camminasse su una lastra di vetro sottilissima, che potrebbe sbriciolarsi da un momento all’altro. Indossa una borsa a tracolla e con una mano cerca di sistemarsi un ciuffo di capelli che non vuole stare al suo posto.
Sono le tre meno dieci. La porta nera si apre. Un gruppo di ragazzi e ragazze esce, in tutto cinque persone. Parlottano tra di loro, sembrano infastiditi da qualcosa. Dopo un po’ esce un uomo vestito in jeans, camicia e giacca sportiva. Gli do trenta- cinque, trentotto anni. Ci guarda. Ha una cartellina in mano. Ci scrive qualche cosa sopra e poi attacca a parlare: – Buon giorno a tutti. Potete entrare e accomodarvi intorno al tavolo. Io torno subito.
Quello se ne va e noi cominciamo a entrare. Mi aggiusto il nodo della cravatta.
La stanza è piuttosto grande. Alle mie spalle la parete è interamente occupata da un grosso specchio. Le luci sopra al tavolo sono accecanti. Tutti i mobili sono lucidi e verniciati di nero. Al mio fianco c’è quello giacca e cravatta. Davanti a me quello del venticinque per cento, la vedova nera, e la carina. A capotavola c’è quello che per tutto il tempo che abbiamo aspettato è rimasto immobile e muto. All’altra estremità la sedia vuota per il tipo sportivo con la cartellina.
Mi guardo intorno alla ricerca di uno sguardo complice.
Venticinque per cento e vedova nera tengono gli occhi abbassati parlottando tra di loro. Guardo il muto. Ancora niente. Di ghiaccio. È pallido. Forse sta male. Faccio correre lo sguar- do fino al viso della carina. Mi guarda e mi sorride leggermente, come per dire stiamo affondando sulla stessa barca però va bene lo stesso. Rimane solo quello in giacca e cravatta seduto affianco a me. Nemmeno lo guardo.
Da quando ci siamo seduti a questo tavolo sono passati cinque minuti. Venticinque per cento e vedova nera hanno smesso di parlottare tra di loro. Adesso tutta la stanza è in silenzio. Si sentono solo le lancette dell’orologio appeso al muro. Uno di quegli orologi grandissimi, rotondi, dalla cornice sottile e nera. Venticinque per cento inizia a tamburellare sul tavolo con le dita. Vedova nera si guarda intorno nervosa.
Nel frattempo sono passati altri cinque minuti. La carina ha preso tra le mani un ciuffo di capelli iniziando a esaminarsi le punte. Il muto continua a rimanere in silenzio e mi sembra diventato ancora più bianco, una specie di manichino con gli occhi fissi su un punto indefinito dietro le mie spalle. Per un attimo avverto un brivido di paura, come se dentro quelle pupille senza fondo potessi precipitarci.
Vedova nera rompe il silenzio: – Ma quando si fa vedere? – dice a bassa voce, come per paura che qualcuno la possa sentire. Quello al mio fianco tenta di fare il professionale: – Sta- ranno catalogando i dati dei ragazzi che sono stati esaminati prima di noi. – Io non ne ho la più pallida idea e preferisco non dire niente.
Ormai è quasi mezz’ora che l’esaminatore è uscito. Quello vicino a me sbuffa: – Non riesco a capire. – In effetti inizio a stancarmi, – dice la vedova nera. – Ma quando arriverà? – Ini- zio a diventare nervoso anche io. Quello non ha smesso un minuto di tamburellare con le dita. Guardo di nuovo l’orologio. Mi accorgo che in un angolo, sul soffitto in alto a destra, c’è una telecamera.
Poi la porta nera si apre. – Scusate il ritardo. – L’esaminatore entra e come se niente fosse si mette seduto al suo posto: – Allora, adesso vi illustrerò come si svolgerà il colloquio. Il tutto si articolerà in due prove. La prima sarà scritta. Ognuno di voi dovrà sostenere un test composto da un modulo che dovrete compilare con i vostri dati e una seconda parte con domande a risposta multipla inerenti il lavoro dentro a un fast food. – Era tanto che non sentivo una frase con così tanti verbi al futuro tutti insieme. Sta cercando di infonderci ottimismo ma non ci riesce. – La seconda prova sarà orale e collettiva. I dettagli di questa prova ve li spiegherò più tardi. – Tira fuori dalla cartellina dei fogli e li passa a ognuno di noi. La carina mi guarda un’altra volta. Pochi secondi e abbassa lo sguardo sul foglio. Devo rimanere concentrato.
La sala è nel silenzio. Il muto si guarda intorno. Vedova nera sorride simpaticamente all’esaminatore. Tutti gli altri guarda- no il proprio foglio. Quando l’esaminatore ci dice che possiamo iniziare leggo la prima domanda. Nome. Questa è facile. Cognome. Facile anche questa. Devo dare l’impressione di essere freddo, tranquillo, distaccato, professionale.
La penna non scrive più. Panico. Sento il rumore delle altre penne che scrivono. Provo a strofinare la mia con le mani. Niente. Alito sulla
punta per scaldare l’inchiostro. La stronza non vuole scrivere. E adesso che faccio? Calma, devo stare calmo. Chiedo un’altra penna: – Senta scusi, potrei avere un’altra penna? Questa non scrive. – Il rumore delle penne si interrompe di colpo e tutti si girano verso di me. Figura di merda. L’esaminatore sorride, dà un’occhiata verso lo specchio alle mie spalle, prende dalla cartella un’altra penna e me la passa.
Continuo a compilare le prime domande senza problemi. Sesta domanda: sei attualmente impegnato in una relazione sentimentale? Mi fermo. Cerco di capire che cosa c’entra Fran- cesca con tutto questo. Alzo la testa. L’esaminatore mi guarda. Fa un leggero sorriso e scrive qualcosa sulla sua cartellina. Continuo a non capire. Giro la testa verso lo specchio. Rispondo alla domanda. Scrivo di no.
Passo alle domande a risposta multipla: un cliente si lamenta che il panino che gli ho servito è freddo? Un signore versa la bibita sul pavimento e me ne chiede un’altra? Mi accorgo che un mio collega è lento?
Arrivo all’ultima domanda a risposta aperta. Che cazzo vuol dire? Provo a leggerla di nuovo: vi trovate dentro un frigorifero. Lo sportello del frigorifero è chiuso, voi siete un uovo, alla vostra destra avete una scatola di carciofini, alla vostra sinistra un pezzo di formaggio, davanti a voi il ripiano con la busta del latte. Come fate per uscire?
Alzo la testa dal foglio e guardo gli altri. Scrivono tutti. In quel momento vedova nera piega il suo modulo e lo consegna soddisfatta all’esaminatore. Quello lo prende e ricomincia a studiarci, annotando ogni tanto qualcosa sulla cartellina.
Che cosa avrà risposto quella lì?
Giro la testa verso lo specchio e poi ritorno sullo spazio bianco del foglio dove dovrebbe andarci la risposta. Devo provarci: che cosa farei se fossi un uovo per uscire da un frigorifero? Forse rotolerei fino a rompermi. In questo modo potrei uscire dal frigo colando via sotto forma di tuorlo. Però mi dico di no, perché se ci hanno messo il barattolo di carciofini con il formaggio e il latte a qualche cosa devono servire. O no?
Tempo scaduto.

Fabio Napoli nasce il 4 aprile del 1986 a Roma, città dove continua a vivere e a lavorare. Se non piove si sposta sempre in bicicletta e con Dimmi che c’entra l’uovo è stato tra i finalisti della XXII edizione del Premio Italo Calvino, ottenendo anche un riconoscimento della giuria.

Dimmi che c'entra l'uovo
di Fabio Napoli
Del Vecchio editore
pagine 168
euro 14,00 
collana L’italiana
ISBN 9-788861-100428

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