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"Mia nonna fuma", via dall'Italia senza rimpianti. Un racconto quasi autobiografico di Raschellà

Brano tratto dal libro ("racconto quasi autobiografico") di Alessandro Raschellà "Mia nonna fuma", Libro Aperto edizioni

"Il serbo e l’indiano"

Nella città del nulla e del ritardo c’erano molti Erasmus e molti studenti stranieri di master che vi si recavano per fare un’esperienza di vita all’estero, per praticare la mia lingua e per godere della nostra cultura e cucina. Sceglievano la città dei miei studi soprattutto perché era molto economica. Gli spagnoli erano quelli che riuscivano maggiormente a integrarsi, molto probabilmente per le nostre simili caratteristiche socioculturali. Questo non valeva però con i ragazzi provenienti dall’Europa dell’Est o dall’Asia. Su di loro aleggiava una piccola aura di razzismo. Questo fenomeno mi è sempre apparso piuttosto bizzarro; gli stranieri provenienti da alcune parti del mondo non potevano integrarsi completamente per strani pregiudizi infondati. Tali pregiudizi potevano riguardare la pulizia del corpo o le abitudini culinarie ricche di profumi di aromi da noi sconosciuti e a priori rifiutati. Si diceva che molti venivano nella mia terra per rubare, spacciare o per svolgere qualsiasi attività illegale. Quest’atteggiamento dei miei connazionali era un po’ strano e inspiegabile, soprattutto perché siamo stati sempre protagonisti di un’importante e corposa emigrazione verso tutte le parti del mondo.

Abbiamo “invaso” il pianeta, siamo ovunque, ogni essere umano ha un parente, un amico o un conoscente proveniente dalla mia terra. Abbiamo esportato la nostra allegria, le nostre rumorose maniere di parlare, la nostra gestualità, la nostra arte, la nostra cultura, la nostra cucina. Abbiamo esportato anche la nostra delinquenza e la nostra malavita; ho conosciuto numerosi connazionali che spacciano droga all’estero. Abbiamo innumerevoli esempi di prestigiosi emigrati che hanno arricchito il mondo intero di importanti scoperte, opere letterarie, saggi insegnamenti e quant’altro; purtroppo, abbiamo anche qualche esempio negativo, come l’esportazione della mafia in ogni parte del mondo. Siamo quindi stati portatori sani di nuove esperienze, nel bene e nel male; abbiamo vissuto sulle nostre spalle tutte le problematiche derivanti dall’immigrazione. Abbiamo sofferto la lontananza da casa, la nostalgia nel vivere lontano da famiglia e amici, le difficoltà con le nuove lingue, i nuovi climi e le nuove culture. Dovremmo essere particolarmente aperti con l’immigrazione, dovremmo aiutare con particolare affetto le persone straniere che vengono a studiare o lavorare nelle nostre città.

Questo non era accaduto con un ragazzo serbo e un altro indiano che si trovavano nella mia università per completare i loro master. Non erano comunisti no global che sputano sul piatto dove mangiano ma erano loro amici; nonostante fossero completamente indifferenti alle sorti politiche del nostro paese, erano ugualmente vittime dei sorridenti che li ignoravano e li trattavano come se fossero venuti dalle nostre parti a rubare automobili. Il serbo era Coca Cola dipendente e l’indiano adorava cucinare ma lo faceva decisamente male. Erano entrambi molto simpatici e uscimmo insieme qualche volta; Serbo Coca Cola dipendente adorava il mare, ne era ossessionato. Passava ore e ore sulla spiaggia, d’estate e d’inverno. Era poco diplomatico; diceva tutto quello che gli passava per la mente senza rendersi conto delle conseguenze e beveva dalle tre alle cinque bottiglie da mezzo litro di Coca Cola quotidianamente. Non buttava mai le bottiglie vuote, le teneva morbosamente tutte con sé. Un giorno mi raccontò che avrebbe voluto usarle per costruire dei lunghi trampoli che avrebbe usato per camminare sul mare. Diceva che a volte beveva Coca Cola solo per accumulare le bottiglie; a volte era disgustato dalle immani quantità che ne beveva, ma resisteva, aveva bisogno di tutte quelle bottiglie per realizzare il suo sogno. Sinceramente non capii mai se stesse parlando sul serio.

Indiano aspirante cuoco era timido e riservato; aveva stretto una bella amicizia con Vicina di paese alternativa. È vero che insieme a Serbo Coca Cola dipendente era stato vittima di qualche atteggiamento razzista da parte di qualche sorridente, ma perlomeno era riuscito a trovare qualche amico. Era un genio dell’informatica, come tantissimi indiani d’altronde, ma la sua grande passione era la cucina. Mi diceva che passava ore e ore davanti ai fornelli e un giorno m’invitò a cenare insieme a Serbo Coca Cola dipendente e Vicina di paese alternativa. La cena non fu un granché, anzi, assaggiai le peggiori pietanze di tutta la mia vita. Non era una questione di cottura, o spezie usate, o aromi, o qualità del cibo, o quantità di peperoncino. Il problema era che la cucina non faceva per Indiano aspirante cuoco. Ci cucinò del pollo rosa insapore - non capimmo da cosa fu prodotto quello strano colore, inusuale per una pietanza, delle polpette marroni fosforescenti che sapevano di plastica e una torta senza gusto che ci provocò una tremenda diarrea.

Serbo Coca Cola dipendente e Indiano aspirante cuoco trascorrevano molto tempo insieme. Il primo aveva affittato una casa grandissima grazie all’aiuto economico ricevuto dai suoi ricchi genitori; il secondo vi si trasferì dopo qualche mese. In quella casa c’erano i mobili necessari per sopravvivere e loro ne aggiunsero altri rigorosamente trovati in strada. Non lo facevano per motivi economici; semplicemente adoravano il riciclaggio e usare mobili di cui si era sbarazzato qualcuno. Così a casa loro potevo ammirare uno strano arredamento fatto tra le altre cose da un vecchio acquario con delle scarpe al posto dei pesci, un oblò e vari quadri usati come vassoio e un comignolo accuratamente foderato usato come cestino della spazzatura.

Il giorno in cui visitai il loro appartamento finalmente vidi quello che per me era diventata ormai una leggenda: le bottiglie di plastica vuote di Coca Cola. Erano tantissime, forse 100 o chissà 200, ma erano così tante che potevano essere anche 1000. Erano tutte attaccate tra di loro formando una quindicina di colonne ciascuna alta fino a toccare quasi il tetto. Le colonne di bottiglie erano appoggiate sul muro tutte in fila e mentre le guardavo con stupore Serbo Coca Cola dipendente mi ripeteva in continuazione «Ce la farò amico mio. Ce la farò!».

I due vissero un’intensa relazione che superò il confine dell’amicizia; quindi oltre a qualche problema di razzismo dovuto alle loro origini, ebbero anche qualche problema di razzismo dovuto ai loro gusti sessuali.

Serbo Coca Cola dipendente e Indiano aspirante cuoco passarono tre anni nella città del nulla e del ritardo; adoravano il mio Paese, viaggiarono molto per tutta la nazione. Mangiarono bene, conobbero gente interessante, ma notarono quel fastidioso atteggiamento di superiorità tipico dei sorridenti; atteggiamento di superiorità più comunemente detto razzismo. Soffrirono un po’ per questo, ma prima di partire entrambi mi raccontarono che tutto quello che avevano vissuto nella mia terra era stata un’importante esperienza di vita che non avrebbero dimenticato mai, ricca di gioie e tristezze che li aveva arricchiti culturalmente. Alla fine della loro permanenza tra sorridenti, ignari e comunisti no global che sputano sul piatto dove mangiano chiusero anche la loro relazione e tornarono nelle rispettive nazioni. Serbo Coca Cola spedì a casa dei suoi genitori le bottiglie di plastica accumulate nella città del nulla e del ritardo e quando mi salutò mi disse ripetutamente «Ricorda che ce la farò amico mio. Ce la farò!»

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