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Libri & Conflitti. L'estratto da Immigrazione, asilo e cittadinanza universale - info presentazione a Roma 29 ottobre
Siamo lieti di invitarLa alla presentazione di Immigrazione, asilo e cittadinanza universale, a cura di Fabio Marcelli - Editoriale Scientifica Napoli con Corrado Bonifazi, dirigente di ricerca dell’Istituto di ricerche sulla popolazione e le politiche sociali del Consiglio nazionale delle ricerche. Filippo Miraglia, Presidenza nazionale ARCI, responsabile immigrazione, diritto d'asilo e lotta al razzismo. Luigi Nicolais, presidente del Consiglio nazionale delle ricerche. Giuseppe Palmisano, direttore dell’Istituto di studi giuridici internazionali del Consiglio nazionale delle ricerche.
partecipa il curatore

martedì 29 ottobre 2013 ore 16,00 presso il CNR - Aula Bisogno via dei Ramni 19 – Roma


Razzismo istituzionale vs. cittadinanza universale, di Fabio Marcelli

4.5. Segue: d) attribuzione della cittadinanza e necessità di un “legame genuino” fra Stato e cittadino
La definizione del rapporto di cittadinanza è oggetto di disciplina normativa da parte dello Stato, il quale gode al riguardo di discrezionalità, ma non di libertà assoluta. Esiste in effetti in materia una sentenza della Corte internazionale di giustizia, cui fare riferimento, che è la sentenza nel caso Nottebohm.
Tale sentenza ha affermato la competenza degli Stati nella determinazione del detto rapporto, ma ha al contempo evidenziato la necessità di un “legame genuino” al fine del riconoscimento internazionale del rapporto
stesso.
Nella fattispecie veniva messa in discussione la naturalizzazione,da parte del Liechtenstein, del signor Nottebohm, il quale peraltro non aveva alcun legame concreto con il Paese in questione, ma, in buona sostanza, si era limitato a pagare la relativa tassa, aveva cioè per così dire acquistato la cittadinanza di quel Paese, la quale entrava in considerazione al fine di valutare la legittimità delle misure disposte dal Guatemala contro di lui in quanto ritenuto in realtà cittadino tedesco.
La Corte ha risolto il problema della vigenza dello status del Nottebohm, distinguendo due aspetti. Il primo riguarda essenzialmente il rapporto tra l’individuo e lo Stato che, in un modo o nell’altro, per una ragione o per l’altra, si decide a concedergli la cittadinanza:
It is for Liechtenstein, as it is for every sovereign State, to settle by its own legislation, the rules relating to the acquisition of its nationality, and to confer that nationality by naturalization granted by its own organs in accordance with that legislation. It is not necessary to determine whether international law imposes any limitations on its freedom of decision in this domain. Furthermore, nationality has its most immediate, its most far-reaching and, for most people, its only effects within the legal system of the State conferring it. Nationality serves above all to determine that the person upon whom it is conferred enjoys the rights and is bound by the obligations which the law of the State in question grants to or imposes to its nationals. This is implied in the wider concept that nationality is within the domestic iurisdiction of the State.

Se questo aspetto assume rilievo essenzialmente interno, diverso è il discorso per quanto riguarda il rapporto di protezione diplomatica fondato sulla concessione della cittadinanza, che intercorre invece fra gli Stati ed assume quindi rilievo internazionale. E’ questo il problema che gli arbitri internazionali hanno dovuto esaminare e risolvere nella maggior parte dei casi. Ed è nella soluzione del relativo problema che essi hanno elaborato dei principi volti a legittimare o meno l’attribuzione della cittadinanza:
In most cases arbitrators have not strictly speaking had to decide a conflict of nationality as between States, but rather to determine whether the nationality invoked by the applicant State was one which could be relied upon as against the responded State, that is to say, whether it entitled the applicant State to exercise protection. International arbitrators, having before them allegations of nationality by the applicant State, which were contested by the respondent State, have sought to ascertain whether nationality had been conferred by the applicant State in circumstances such as to give rise to an obligation on the part of the respondent State to recognize the effect of that nationality. In order to decide this question arbitrators have evolved certain principles for determining whether full international effect was to be attributed to the nationality invoked. The same issue is now before the Court: it must be resolved by applying the same principles.
Detti principi consistono nella necessità della sussistenza di un “legame genuino” fra Stato e individuo:
A State cannot claim that the rules it has thus laid down are entitled to recognition by another State unless it has acted in conformity with this general aim of making the legal bond of nationality accord with the individual’s genuine connection with the State which assumes the defence of its citizens by means of protection as against other States..

Lo Stato quindi è tenuto a riconoscere, ai fini dell’esercizio della protezione diplomatica, solo quel rapporto di cittadinanza che si basa su di un “legame genuino”. Ma è possibile ipotizzare che l’esistenza di quest’ultimo obblighi lo Stato a concedere la cittadinanza all’individuo nei confronti del quale esista detto legame? E’ possibile oggi ipotizzare che la sussistenza del “legame genuino” abbia effetto, oltre che per lo Stato terzo in ipotesi tenuto a riconoscere il rapporto di protezione diplomatica, anche per lo Stato nei cui confronti il “legame genuino” sussiste, obbligando tale Stato a concedere la propria cittadinanza all’individuo con il quale il legame in questione sussista? Dare risposta nettamente positiva a questo quesito contraddice evidentemente il principio poco fa affermato della discrezionalità dello Stato nella configurazione del proprio rapporto di cittadinanza. Ma neanche si può sostenere che tale discrezionalità corrisponda a una libertà assoluta. Il criterio del legame genuino rappresenta evidentemente in questo senso un limite di cui tenere conto sia, come argomentato dalla Corte permanente di giustizia internazionale, al fine del riconoscimento da parte di Stati terzi per permettere il funzionamento del meccanismo di protezione diplomatica o di altri analoghi, sia per definire in modo più razionale e coordinato tra i vari Stati i rispettivi ambiti di giurisdizione personale.
E’ anche importante sottolineare come tale limite operi sia rispetto al potere dello Stato di concedere la propria cittadinanza sia a quello di non concederla.
Non è chi in effetti non veda come sarebbe scarsamente giustificabile l’atteggiamento di uno Stato che si ostini a negarla a persone che sono nate sul proprio territorio da genitori ivi residenti o che vi hanno lavorato e risieduto per vari anni.
Un tale atteggiamento, che per certi versi si può riscontrare nell’Italia di oggigiorno, avrebbe fra l’altro effetti estremamente pregiudizievoli sulla qualità dell’ordinamento democratico venendo direttamente a ledere il principio di uguaglianza fra i consociati, termine quest’ultimo che mi permetto di utilizzare in questo contesto proprio per metterne in luce le qualità sostanziali
di persone operanti in un determinato ambito territoriale con o senza il riconoscimento formale costituito dalla concessione dello status di cittadinanza.
Se quindi risulta al momento eccessivo affermare che lo Stato sia obbligato a concedere la propria cittadinanza alle persone che hanno un legame stabile con il proprio ordinamento, si deve quantomeno rilevare l’esistenza di una tendenza operante in questo senso che è basata sull’infittirsi dei rapporti conseguente al fenomeno della globalizzazione e sulla conseguente necessità di riconoscimento reciproco di rapporti di appartenenza di individui a determinati ordinamenti il più possibile fondati su “legami genuini".


Il libro “Immigrazione, asilo e cittadinanza universale”, curato da Fabio Marcelli, contiene sedici saggi dedicati a vari aspetti del fenomeno migratorio, analizzato dai punti di vista della scienza giuridica, politica, antropologica e sociologica, ivi compresi i preziosi punti di vista di operatori istituzionali del settore ed esponenti del mondo delle associazioni che operano sulla questione.Tesi di fondo del libro è che l’unica soluzione effettiva ai numerosi problemi posti dal fenomeno è la cittadinanza universale, intesa come processo di accesso a tutti i diritti, ivi compresi quelli sociali e quelli di partecipazione politica. Ad essa si contrappongono le politiche di segregazione, discriminazione ed emarginazione dei migranti e dei rifugiati all’insegna dell’ideologia del razzismo istituzionale. Per combattere tale risposta regressiva che aggrava i problemi anziché risolverli è necessaria una profonda trasformazione del modo di essere delle istituzioni che non riguardi solo i migranti ma l’insieme dei consociati.

a cura di Fabio Marcelli.
Con scritti di Fabio Marcelli, Eva Garau, Roberta Medda-Windischer, Simona La Rocca, Valentina Noviello, Vincenzo Carbone, Maurizia Russo Spena, Francesca Biondi Dal Monte, Francesca Maria Dagnino, Mauro Tavella, Ugo Villani, Silvana Moscatelli, Andrea Crescenzi, Rachele Cera, Laura Ronchetti, Giorgia Ficorilli, Olga Micolitti, Claire Rodier.

Fabio Marcelli, nato il 15 marzo del 1956 a Roma, sono ricercatore dell’Istituto di studi giuridici internazionali del CNR, e dirigente dell’Associazione dei giuristi democratici a livello nazionale, europeo e internazionale. Ho scritto dieci libri e oltre cento articoli su temi di diritto e relazioni internazionali.


pagine 488 – euro 30,00 – ISBN 978-88-6342-491-1
editoriale scientifica napoli

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