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Rendita, accumulazione e nuovi processi di valorizzazione nel web 2.0

Il numero 40 della rivista Millepiani – “Se la filosofia morirà sarà per assassinio. La macchina, i soggetti e il desiderio” – dedica i suoi vent’anni di laboratorio di ricerca a Gilles Deleuze e Félix Guattari. Pubblichiamo l’anticipazione del contributo di Andrea Cagioni su “Rendita, accumulazione e nuovi processi di valorizzazione nel web 2.0”.

L’articolo intende fornire un contributo critico su alcuni elementi di economia politica della new economy e offrire strumenti analitici utili alla comprensione delle aporie, dei rapporti di forza e dei conflitti che attraversano il campo del Web 2.0.

Prima di concentrare l’attenzione su tali processi, vediamo di illustrare le caratteristiche salienti della finanziarizzazione dell’economia, al fine di comprendere i cambiamenti più rilevanti nei processi di valorizzazione capitalistici. L’egemonia della finanza, nella lettura sviluppata dal neo-operaismo, è indicativa delle nuove modalità di accumulazione del capitale poste in essere per fronteggiare tanto la diminuzione del saggio di profitto industriale del modello fordista, tanto la situazione di crisi strutturale determinata, a partire dalla prima metà degli anni ’70, dalla fase espansiva e dal carattere antagonista delle lotte operaie e dalla nuova composizione tecnica e politica della forza-lavoro. Marazzi dimostra come le fonti, gli agenti e i dispositivi della finanziarizzazione si siano moltiplicati ed estesi lungo tutto il ciclo produttivo, e di conseguenza la finanza sia divenuta consustanziale al ciclo economico. La finanziarizzazione attuale è quindi la forma di accumulazione che meglio esprime la forma contemporanea di valorizzazione del capitalismo. “La tesi che qui si avanza è che la finanziarizzazione non è una deviazione improduttiva/parassitaria di quote crescenti di plusvalore e di risparmio collettivo, bensì la forma di accumulazione del capitale simmetrica ai nuovi processi di produzione del valore.”2

L’obiettivo principale della governance capitalista, a partire dagli anni ’70, è di porre un freno alla crescente opposizione espressa dalla forza-lavoro e dai nuovi movimenti (giovani, femminismo, controcultura etc) al modello fordista e contemporaneamente di valorizzare al massimo ’intelligenza collettiva nei processi produttivi, cioè l’insieme di abilità e saperi (affetti, linguaggio, memoria, capacità di cooperazione) acquisite dal soggetto nella formazione o apprese al di fuori dell’attività produttiva. Con la progressiva messa a regime del biocapitalismo, l’aumento del plusvalore viene a crearsi in misura crescente nella sfera della riproduzione e del consumo, al fine di catturare il valore prodotto da una forza-lavoro sempre più autonoma. Ciò che sembra fondamentale rimarcare è che in questa transizione i processi di valorizzazione del capitale vengono perciò captati sempre più all’esterno della produzione: i dispositivi emergenti di controllo del bio-capitalismo provano così a mettere al lavoro il potente processo di riappropriazione che, mentre esprime il rifiuto del modello disciplinare fordista e salariale, comincia ad affermare in modo embrionale il carattere collettivo della conoscenza, del sapere e della ricchezza. “Nella misura in cui il lavoro biopolitico si fa sempre più autonomo, la finanza si afferma come lo strumento capitalistico più adeguato per l’espropriazione dall’esterno, e in una condizione di astrazione radicale dai processi produttivi, della ricchezza comune”#3.

È solo alla luce dei nuovi processi di estrazione del plusvalore propri del biocapitalismo che è possibile cogliere la natura profonda del capitalismo finanziario e delle politiche neo-liberiste, che si dà non solo nei massicci processi di esternalizzazione e di decentramento produttivo, nella organizzazione a rete della produzione e nella rivoluzione informatica, ma anche negli svariati meccanismi e procedimenti finanziari attraverso i quali il consumatore e il debitore diventano produttori di valore economico4#. Esempi di dispositivi di estrazione del plusvalore sono tutti quei sistemi organizzativi e tecnologici -il crowdsourcing e l’estrazione di lavoro gratuito- che si appropriano delle conoscenze e delle facoltà della forza-lavoro, allungando di conseguenza il tempo di lavoro vivo#5.

Siamo così ora in grado di introdurre il concetto di divenire-rendita del profitto, che Marazzi sintetizza così: “Il divenire rendita del profitto è l’altra faccia, per così dire, di una forza lavoro che produce valore mettendo al lavoro la vita”#6. Nel bio-capitalismo la rendita si presenta come lo strumento principale attraverso il quale si esercita l’espropriazione del comune e dove perciò tendenzialmente si realizza la valorizzazione del capitale. Negri e Vercellone definiscono la rendita come “ (…) lo strumento principale di captazione del valore e di desocializzazione del comune”#7. Tuttavia questo modello di captazione del valore e di creazione di plusvalore non può costituirsi e non può funzionare in assenza di continue privatizzazioni di quei commons da cui pure dipende. “Insomma, il capitale s’accaparra gratuitamente i benefici del sapere collettivo della società come se si trattasse di un dono di natura, e questa parte del plusvalore è puntualmente paragonabile alla rendita differenziale di cui beneficiano i proprietari delle terre più fertili”#8. Perciò il divenire rendita del profitto si presenta nella new economy come un possente processo di privatizzazione del comune, che assume le forme del rafforzamento dei diritti di proprietà intellettuale, della privatizzazione e della mercificazione del sapere e del vivente, fenomeno analogo, nella sua portata, alle enclosures settecentesche: il divenire rendita del profitto è inseparabile dai nuovi regimi d’accumulazione originaria, di cui la new economy fornisce chiari esempi#9.

Va infine rilevato come l’opposizione antagonista del rapporto fra strategie di controllo del biocapitalismo e lavoro vivo rappresenti un limite continuo per gli stessi processi di valorizzazione capitalistici: “Ogniqualvolta il comune è distrutto, è ridotta la produttività della forza lavoro.”#10

Sulla base della precedente analisi, vorremmo ora proporre una lettura dei processi di valorizzazione emergenti nell’ambito della new economy, e più in particolare dal modello espresso dalle grandi imprese del Web 2.0.

Dopo una breve analisi del Web 2.0 da un punto di vista sociologico, concentreremo l’attenzione sui principali dispositivi di cattura della cooperazione sociale nella piattaforma simbolo del Web 2.0, Facebook, con un accenno alle questioni relative a controllo sociale e sorveglianza. La scelta di Facebook è determinata dal fatto che, se il flusso di dati e di informazioni personali rappresenta la principale fonte di valore commerciale e finanziario per tutte le piattaforme proprietarie del Web 2.0, Facebook ha messo in atto una strategia particolarmente avanzata di captazione e di espropriazione dei dati personali.

Nella letteratura sociologica dei nuovi media viene in genere enfatizzato il carattere innovativo dei processi di partecipazione degli utilizzatori nel Web 2.0. Nel concettualizzare il passaggio dalla rete degli anni ’90 al Web 2.0 si sottolineano, ad esempio, le potenzialità di estensione del capitale umano e sociale attraverso i nuovi strumenti e le nuove piattaforme di comunicazione mediata dal computer e dalla rete, e si enfatizza l’importanza dei processi di creazione e di circolazione orizzontale dei contenuti.

In riferimento ad autori quali Boyd#11, va osservata l’importanza di contributi teorici capaci di restituire un ruolo centrale alle pratiche concrete degli utenti nei confronti dei nuovi media.

L’analisi di Boyd mette in luce, ad esempio, come gli adolescenti utilizzino in modo attivo e creativo i social network, forzandone spesso le regole e le convenzioni. Nella sua lettura le relazioni mediate dal computer sono interpretate in stretta connessione con quelle offline, mostrando tanto le innovazioni fatte proprie dagli adolescenti nella comunicazione online, quanto le continuità dell’interazione online rispetto alle forme offline di socialità e di comunicazione. Jenkins nei suoi studi propone un’interessante analisi dei processi di apprendimento informale, sperimentazione identitaria, peer production e remixaggio – che riassume nel concetto di cultura partecipativa – che animano gli spazi del Web 2.0. È proprio per sottolineare questi elementi di empowerment presenti nella nuova cultura partecipativa della rete che Jenkins, con altri ricercatori, ha proposto il concetto di prosumer, ovvero di utilizzatore attivo, produttore, oltre che consumatore, di contenuti multimediali12.

Ma limite principale di queste due interpretazioni è di sottostimare la forza delle piattaforme proprietarie nel recuperare e nel sussumere la cultura partecipativa in dispositivi di cattura dell’intelligenza collettiva e della cooperazione sociale. Più precisamente, in Boyd e Jenkins, sembra assente o carente un’interpretazione materialistica della new economy.

Aldilà della ricchezza e della complessità delle pratiche affettive, relazionali e comunicative rese possibili dalle nuove piattaforme, ci interessa qui evidenziare alcuni elementi di economia politica del Web 2.0. Come riescono le multinazionali del Web 2.0 a convertire in profitto la ricchezza creata all’esterno dei processi direttamente produttivi, estraendo plusvalore dall’attività spontanea online? Se i servizi offerti dalle grandi piattaforme del Web 2.0 sono gratuiti, attraverso quali modalità l’utente paga per la fruizione e l’utilizzo dei servizi stessi? L’interrogativo centrale cui rispondere potrebbe quindi essere così formulato: cosa produce principalmente valore negli spazi ibridi e interconnessi dei social network, delle piattaforme di e-commerce, dei forum tematici?

In linea generale, le grandi imprese del capitalismo digitale estraggono plusvalore dai propri utenti-consumatori dal flusso continuo ed eterogeneo costituito dai dati, dalle informazioni, dalle attività, dalle reti sociali degli utenti-consumatori.

Proviamo ora a individuare e scomporre i principali dispositivi di cattura della cooperazione sociale operanti nel Web 2.0.

In primo luogo, è decisivo rimarcare l’originale carattere proprietario#13 assunto dalle imprese della new economy, per le quali l’imposizione agli utenti di standard tecnologici chiusi e di software proprietari è condizione necessaria e fondamentale. Dietro la loro implementazione vi è la volontà di riaffermare i diritti di proprietà privata sugli utilizzatori e sui movimenti collettivi che la contrastano: “(…) la messa a valore di tale produzione si fonda sulla sopravvivenza anacronistica della proprietà privata, che consente al capitale di parassitare la cooperazione sociale auto-organizzata”#14. Va rilevato come da questo processo derivino non solo rilevanti conseguenze economiche, ma come Lanier mostra con il concetto di lock-in, si determinino effetti concreti sull’esperienza cognitiva e sensoriale degli utilizzatori. Il lock-in, che Lanier descrive come un processo di reificazione digitale, impoverisce e omologa le esperienze cognitive degli utilizzatori, esponendoli a rischi di manipolazione e di controllo#15.

La privatizzazione della rete concerne un altro piano essenziale: i tentativi – finora contraddittori e molto parziali – di governance e di giurisdizione dello spazio digitale messi in atto dalle corporation e da settori del capitalismo globale. Sassen rileva la crescente diffusione di software specifici per imprese ed e-commerce (intranet dotati di firewall, sistemi chiusi di comunicazione fra aziende, sistemi sempre più raffinati di protezione etc) che configurano, dentro lo spazio digitale pubblico, luoghi privati orientati agli interessi finanziari ed economici delle multinazionali e di settori del capitalismo globale#16. Nell’economia della rete la capacità di attirare investimenti pubblicitari e di accumulare profitti è di fatto limitata a quelle poche imprese in grado di esercitare il ruolo di intermediazione e di filtraggio degli enormi flussi di contenuti e produzioni circolanti: chi trae vantaggio da questo modello è quindi un numero molto ristretto di piattaforme, le sole in grado di aggregare, indirizzare ed elaborare grandi masse di contenuti multi-mediali#17.

Affrontiamo ora l’altro decisivo versante della captazione del lavoro gratuito, analizzando brevemente le tecnologie e i dispositivi in grado di intercettare e di sussumere i flussi di dati personali e le grandi masse di informazioni sensibili. Al centro di queste tecnologie vi è la profilazione, ossia le tecniche attraverso le quali viene ricostruita un’identità digitale agli utenti-consumatori con finalità pubblicitarie e di vendita di beni e servizi. La logica della profilazione è di trasformare in valore di scambio il flusso eterogeneo di dati, attività e informazioni personali immesso dagli utenti-consumatori, attribuendo loro identità, interessi e comportamenti sempre più accurati, precisi e prevedibili. Accanto alla profilazione, altre tecnologie specifiche stanno assumendo uno sviluppo considerevole: dalle tecniche di data mining – che consentono l’esplorazione e l’analisi di grandi quantità di dati –, il cui scopo è di individuare, gerarchizzare e gestire le informazioni più significative, alle tecniche di geolocalizzazione, la cui diffusione cresce con i dispositivi mobili in circolazione e alle tecniche biometriche, che intervengono in modo specifico sull’enorme flusso di fotografie e immagini circolanti#18.

Poiché è fondamentale che l’utente-consumatore sia incoraggiato a rilasciare il maggior numero di informazioni e di tracce digitali, anche le tecniche di personalizzazione online assolvono un ruolo fondamentale, poiché, nel mentre facilitano la fruizione del software, incentivano la costruzione di profili e la commercializzazione di informazioni e dati personali#19. Potremmo riassumere la logica ispirata dalle grandi imprese della new economy con il seguente imperativo: siate trasparenti e autentici, non nascondendoci nulla! Il sogno dei monopoli digitali è di creare una sorta di tracciabilità totale –obiettivo a cui Facebook si sta avvicinando con il sistema “Open graph”- dell’utente: mappare, classificare e filtrare la totalità delle connessioni tra i profili personali, le reti sociali e una molteplicità di “oggetti sociali” (contenuti condivisi come pagine, video, foto, etc). L’obiettivo è di interconnettere non solo le persone e i contenuti presenti sul social network stesso, come già avviene, ma di aggregare a Facebook i contenuti dell’intera rete, integrando la mappa delle reti sociali con la mappa delle reti d’interessi in uno stesso mega-flusso di dati e d’informazioni.

Vi è un ultimo elemento da evidenziare: la crescente diffusione di nuove tecnologie digitali di controllo sociale e di sorveglianza. David Lyon già nel 2001 poneva con chiarezza il problema delle conseguenze sulle libertà personali e collettive poste dall’invasività e dalla potenza delle nuove tecnologie digitali nella sorveglianza delle attività online: “Nella sorveglianza contemporanea, è presente il sogno idolatrico dell’onnipercezione incarnata nel panopticon: questo è ciò che il minaccioso scintillio dell’occhio elettronico rappresenta. Tale sogno, tuttavia, è ora connesso con uno scopo ancora più ambiguo, quello della perfetta conoscenza, nella quale la simulazione prende il posto dei precedenti dati registrati. È una sorveglianza senza limiti, che aspira non solo a vedere ogni cosa, ma anche a prevederla”#20. Più che di fine della privacy, si tratterebbe, quindi, dell’avanzamento del processo di sorveglianza e di controllo delle attività online degli utenti, cominciato a metà anni ’90 con la commercializzazione della rete, con la parziale privatizzazione di Internet e con l’affermarsi degli interessi delle nuove multinazionali della new economy.

Ma è opportuno rimarcare che tali processi si fondano sulla continua mobilitazione di quella cultura partecipativa diffusa analizzata in precedenza. Senza poter entrare nel dettaglio#21, va enfatizzato come la captazione di valore descritta in precedenza funzioni solo nella misura in cui riesce a intercettare, elaborare ed estrarre flussi enormi di dati e informazioni personali, che sono generati, remixati e condivisi dagli utenti-consumatori. Da qui l’estrema importanza assegnata al carattere volontario e spontaneo della partecipazione dei prosumer, e l’ingiunzione costante a produrre e a condividere flussi di informazioni, immagini, opinioni. È questa costante messa al lavoro dei prosumer che fornisce le basi della rendita ai monopoli del web 2.0 e che esemplifica in modo mirabile le dinamiche profonde su cui agisce il biocapitalismo nella messa a valore della vita stessa#22.

Come rilevava Formenti nel 2002, quindi fra il primo crollo finanziario della new economy e gli albori di ciò che sarebbe stato denominato Web 2.0, la gratuità dei servizi online può di continuo rovesciarsi nella commercializzazione della vita degli utenti. “(…) uno dei metodi più efficienti per assicurarsi questa partecipazione attiva, consiste nel dare vita a comunità di utenti-consumatori che condividono gli stessi gusti, passioni, tendenze ecc. per poi convincere i singoli a regalare alla comunità (e quindi all’impresa che direttamente o indirettamente la gestisce) il maggior numero possibile di informazioni su di sé. Ed è proprio da pratiche del genere che deriva l’ambigua commistione tra elementi di manipolazione ed elementi di empowerment”#23.

In conclusione, la tendenza dominante del Web 2.0 non consiste nello scambio alla pari fra utilizzatori e servizi, ma nell’intensivo sfruttamento commerciale dei dati personali degli utenti da parte delle grandi aziende. In piattaforme come Facebook e Google questo processo pare particolarmente evidente, nella misura in cui tali piattaforme sono in grado di “offrire” gratuitamente i loro servizi solo nella misura in cui profilano, sorvegliano e commercializzano le informazioni e i dati personali dei prosumer. Le strategie di Facebok sono al riguardo esemplari: la commercializzazione dei dati personali messa in atto in questo social network da una parte rappresenta una chiara conferma della tendenza alla sussunzione della messa al lavoro delle facoltà intellettive e affettive degli utenti-consumatori, dall’altra rende trasparente il carattere parassitario assunto dalla rendita nell’economia della rete.

In definitiva, le multinazionali del Web 2.0 estraggono plusvalore dai propri utenti-consumatori attraverso complessi processi di finanziarizzazione, che trasformano in valore di scambio e in un nuovo tipo di rendita l’interazione online e il lavoro gratuito che si dà nella rete.

Note

1. Pure se il termine Web 2.0 è impreciso e insoddisfacente, viene qui utilizzato in ragione della sua diffusione nel dibattito scientifico, cfr Langlois G. et alter, Mapping commercial Web 2.0 worlds: towards a new critical ontogenesis, The Fibreculture Journal, 14, 2009.

2. Marazzi C., 2010, La violenza del capitalismo finanziario, in Il comunismo del capitale, ombre corte, p. 164.

3. Negri A., Hardt T., 2010, Comune, Rizzoli, p. 162-163.

4. Fino alle forme estreme di assoggettamento che la finanziarizzazione sta producendo: alludiamo qui all’analisi di Lazzarato sul rapporto di potere fra debitori e creditori, e all’importanza del debito come macchina di cattura del valore e come dispositivo di assoggettamento. Cfr. Lazzarato M., 2011, La fabbrica dell’uomo indebitato, DeriveApprodi, 2012.

5. È evidente che ciò implica una complessa riarticolazione del rapporto fra tempo di lavoro e tempo di vita, fra lavoro vivo e lavoro morto, e la conseguente riconfigurazione della misurazione del lavoro e del tema dell’alienazione; cfr. Fadini U., 2011, Corpo vivo, conoscenza e autonomia, in “Millepiani”, Eterotopia, n° 37/38, p. 55-73.

6. Marazzi C., Il comunismo del capitale, in op. cit., p. 59.

7. Negri A., Vercellone C., 2008, Il rapporto capitale/lavoro nel capitalismo cognitivo, in Negri A., Inventare il comune, DeriveApprodi, 2012, p. 195.

8. Ibidem, p. 196-197.

9. Carlo Formenti, nella trilogia composta da Mercanti di futuro, Cybersoviet, Sfruttati e felici, fornisce un’ottima ricostruzione e analisi socio-politica dell’ambivalenza di questi processi rispetto alla new economy.

10. Negri A., Hardt T., Comune, op. cit., p. 150.

11. La ricercatrice rivendica la scelta delle lettere minuscole per indicare la propria identità. Sulle ragioni di questa politica dell’identità, si veda quanto scrive sul suo sito, www.danah.org. Il sito e i collegamenti ospitati sono di estremo interesse per la quantità e qualità di studi e di ricerche sul web 2.0, e in particolare sui social network, disponibili.

12. Jenkins H. et alter, 2005, Confronting the challenges of participatory culture: media education for the 21st century, MacArthur Foundation.

13. Ippolita, 2012, Nell’acquario di Facebook, Feltrinelli; Wu Ming, 2011, Feticismo della merce digitale e sfruttamento nascosto: i casi Amazon e Apple, www.wumingfoundation.com/giap/?p= 5241

14. Formenti C., 2011, Sfruttati e felici, Igea, p. 102.

15. Lanier J., 2010, Tu non sei un gadget, Mondadori, 2010; cfr in particolare il primo capitolo.

16. Sassen S., 2007, Una sociologia della globalizzazione, Einaudi, 2008, pp. 78-93.

17. Lovink G., 2008, Zero comments: blogging and critical Internet culture, Routledge

18. L’applicazione concreta di queste tecnologie pone già ora inquietanti interrogativi, considerando la potenza esponenziale del digitale nel trattamento delle informazioni. Si deve però al contempo osservare che il funzionamento di tali tecnologie dipende ancora in parte dal lavoro vivo.

19. Sulle tecniche di personalizzazione online, Calenda D., Sorveglianza elettronica e mercato, in Calenda D. e Fonio C. (a cura di), Sorveglianza e società, Bonanno, 2009, p. 63-81.

20. Lyon D., 2001, La società sorvegliata, Feltrinelli, Milano, 2002, p. 206.

21. Ippolita, 2012, Nell’acquario di Facebook, op. cit.

22. Su questi temi, cfr. Berardi Bifo F., Formenti C., 2011, L’eclissi, Manni.

23. Formenti C., 2002, Mercanti di futuro, Einaudi, p. 158.

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