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Libri & Conflitti. Lo stralcio di "Prosopagnosia. Un mondo di facce uguali" di Davide Rivolta
"Prosopagnosia. Un mondo di facce uguali” di Davide Rivolta
Nei prossimi giorni sarà online l'intervista a Davide Rivolta, a cura di Isabella Borghese 

Edizioni FerrariSinibaldi:

INTRODUZIONE PROSOPAGNOSIA:

Molte persone riconoscono volti famosi rapidamente, accuratamente e senza alcun problema, al contrario degli individui con prosopagnosia, i quali lamentano una profonda difficoltà nel riconoscere conoscenti, amici e familiari dalla loro faccia. Il termine prosopagnosia, che deriva dal greco prosopon (faccia) e a-gnosis (senza conoscenza), è stato coniato per la prima volta nel 1947 dal neurologo tedesco Bodamer che descrive tre casi, tra cui quello di un giovane di 24 anni che aveva perso la capacità di riconoscere i volti a causa di una ferita d’arma da fuoco alla testa durante la Seconda Guerra Mondiale. Pur tuttavia, egli conservava la capacità di identificare le persone utilizzando altre modalità sensoriali quali udito e tatto o indizi extra-facciali come andatura e taglio di capelli. Questo caso riflette una condizione che è conseguenza di un evento traumatico e per questo a esso viene dato il nome di prosopagnosia acquisita. Nel corso degli ultimi dieci anni l’attenzione dei ricercatori si è rivolta anche a casi di prosopagnosia senza causa apparente, nota con il nome di prosopagnosia congenita.
Quindi, nei casi di prosopagnosia acquisita i pazienti hanno perso una capacità del tutto funzionante prima di uno sfortunato evento traumatico quale, per esempio, il caso precedente o un ictus cerebrale, mentre nelle persone affette da prosopagnosia congenita tale capacità non si è mai sviluppata in modo normale nonostante l’assenza di lesioni cerebrali.

CASO CLINICO: Tiffany

Tiffany è una donna australiana di 50 anni che vive in una piccola comunità distante qualche ora di macchina da Sydney, nel Nuovo Galles del Sud. Qui lavora come commessa in un grande negozio di vestiti e articoli per la casa.

“Il mio ricordo più antico di un segno di prosopagnosia riguarda un episodio accaduto quando avevo sette anni. C’era un ponte pedonale che io e mia sorella attraversavamo ogni giorno per andare da casa a scuola. A causa di forti piogge quel ponte fu gravemente danneggiato e fummo così costrette a camminare verso un altro ponte distante ulteriori due chilometri. Un uomo a bordo di una macchina si fermò e ci invitò a salire offrendoci un passaggio. Mia sorella accettò, ma io rifiutai di salire perché credevo si trattasse di un estraneo. Indovinate chi era? Il prete del paese! Sebbene da due anni lo incontrassi ogni domenica a Messa, in quell’occasione, in abiti civili, non riuscii a identificarlo.”

“Da nove anni faccio parte di un gruppo di volontari che supportano l’ospedale locale. Ci sono sette signore che regolarmente fanno volontariato lo stesso giorno della settimana in cui lo faccio io, inclusa la coordinatrice del gruppo. Tutti indossiamo uniformi rosa. Una sera sono stata invitata ad un evento di raccolta fondi con la coordinatrice. Dovevo incontrarla a un ristorante, dove lei mi avrebbe atteso. Ero in apprensione in quanto sicura che senza uniforme avrei avuto grosse difficoltà a riconoscerla in mezzo a tanta altra gente. Entrai nel ristorante con la speranza che fosse lei a vedermi per prima e mi chiamasse. Appena entrai, vidi una signora della stessa età e statura, ma sfortunatamente stava parlando con un uomo e non mi notò, e io non potevo riconoscerla senza l’uniforme rosa. Ero troppo imbarazzata e non volevo rivolgermi a lei siccome avevo paura che fosse la persona sbagliata. Per questo uscii dal ristorante e guardai attraverso la vetrata aspettando che la donna fosse sola per potermi avvicinare. Appena la donna fu sola entrai di nuovo e questa mi salutò; fui così sicura che si trattasse della persona giusta. Ho lavorato con lei per almeno due ore la settimana negli ultimi sette anni”.

“Lavoro nello stesso negozio da sei anni. Fortunatamente il regolamento impone da parte di tutti i dipendenti l’utilizzo di cartellini identificativi (name badges) in cui sono riportati nome e cognome. Questo dovrebbe rendermi la vita molto più semplice. Sfortunatamente alcuni lavoratori si dimenticano di indossarli, oppure li hanno nascosti dalla giacca o dal cardigan. Molto spesso accade che nel momento in cui si fermano a chiedermi qualcosa, stanno trasportando del materiale che copre i loro cartellini, rendendomi l’identificazione praticamente impossibile. Capita che il manager del negozio controlli che tutti abbiano il cartellino identificativo. In tal caso, se qualcuno l’ha dimenticato a casa, lo prende in prestito dal collega che ha appena finito il turno: questo significa che diverse persone portano il nome sbagliato.
Potete immaginare quanto questo mi crei confusione. Fortunatamente riesco almeno a riconoscere il manager del negozio perché solo tre uomini lavorano durante i miei turni e il manager è dieci centimetri più alto degli altri due.”

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