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Citto Maselli: Addio compagno Carlo

Ieri, sabato 5 ottobre, è morto Carlo Lizzani, maestro del cinema neorealista. Aveva 91 anni. L’amico Citto Maselli lo ricorda così: 

La prima volta che l’avevo visto era a Roma in via Borgognona agli inizi degli anni quaranta, come segretario romano del Cineguf. Si chiamavano così i gruppi universitari creati dal regime fascista che diventarono in breve luoghi dove emergeva l’insofferenza verso il fascismo di tutti i settori culturali e artistici; insofferenza tollerata da una politica furba che poi, con Bottai ministro, diventò una vera e propria “strategia di contenimento”. Carlo Lizzani inaugurò una minuscola sala cinematografica dove proiettava tutto il cinema d’avanguardia dell’epoca: erano brevi film che seguivano filoni artistici lontanissimi dalla cultura imperante in Italia e dunque, tenuto conto che i circoli del cinema ancora non esistevano, non si sarebbero mai potuti vedere. Io ero giovanissimo ma già appassionato di cinema, e ricordo l’emozione grandissima nel vedere quelle espressioni d’arte e di ricerca linguistica che si chiamavano “L’etoile de mer” di Man Ray o “Un chien andalou” del giovanissimo e debuttante Louis Bunuel. Anni dopo, allievo del Centro sperimentale gestito ancora da Umberto Barbaro – prima della grande restaurazione che nel ’47 vi riportò Luigi Chiarini – appresi direttamente da Barbaro dell’immensa importanza di quei brevi film che avevano reso l’appena nato mezzo espressivo che si chiamava Cinema «cosciente dei suoi mezzi e delle proprie possibilità d’espressione».

Lizzani era già un intellettuale orientato a sinistra e aveva compiuto quell’operazione sulle avanguardie straniere in piena sintonia con quanto compivano altri intellettuali antifascisti in altri settori: Vito Pandolfi e Gerardo Guerrieri in campo teatrale, o lo stesso Pietro Ingrao nella poesia. Già da allora, voglio dire, Lizzani faceva parte di quel movimento inquieto che portò un risveglio intellettuale in tutta Italia tra il 1939 e il 1942. Fatto sta che quando lo ritrovai in una riunione del Partito comunista clandestino nei primi mesi dell’occupazione nazista di Roma, non mi stupii e – anzi – lo trovai un fatto del tutto naturale.

Siamo rimasti amici in tutti questi anni nonostante il suo carattere riservato e ho sempre guardato con ammirazione l’attenzione e il sostegno che dava all’attività figurativa di sua moglie Edith che avevo conosciuto giovanissima e splendida quando tornò con lui dalle riprese di “Germania anno zero”.

Abbiamo anche, poi, partecipato a due film collettivi: nel 1953 “Amore in città” ideato e coordinato da Cesare Zavattini, dove io giravo il mio primo film con l’episodio “Storia di Caterina” mentre Carlo era già avanti nella carriera professionale, e appena due anni fa “Scossa”, insieme a Ugo Gregoretti e Nino Russo, sul terremoto di Messina del 1908.

Ho sempre amato la sua intelligenza e la sua totale mancanza di presunzione, o vanità che dir si voglia. E, nei suoi bellissimi libri, il rifiuto di ogni forma di semplicismo o di approssimazione retorica. Anche sul travaglio della nostra sinistra e anche se non ci trovammo d’accordo dopo lo scioglimento del Pci (io entrai subito in Rifondazione comunista mentre lui non fece scelte) non perse mai la sua visione alta e profonda.

Da quell’umanista laico e serio che è sempre stato: una specie sempre più rara.

Addio Carlo, addio compagno .

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