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Libri & Conflitti. L'estratto di Le mani nella città (Napoli, viaggio nel business del mattone)
Libri & Conflitti Le mani nella città, di Giuseppe Manzo e Ciro Pellegrino (Round Robin). Il patrimonio pubblico della città di Napoli: dismissione, vendita e gestione alla Romeo spa, le occupazioni delle case e la gestione dei clan per il controllo del territorio. Sotto il Vesuvio si muove un affare milionario tra business criminale e interessi di grandi gruppi imprenditoriali. Da una parte Scampìa e la storica vertenza legata alla Vele e all'edilizia pubblica, dall'altra Napoli Est e Bagnoli con le varianti al Piano regolatore che prevede una nuova colata di cemento. In mezzo c'è il fenomeno abusivismo che coinvolge interi territori della provincia, da Caivano a Ischia. Sullo sfondo c'è un'area metropolitana in cui la domanda di alloggi e le possibilità di accedere è connessa alla crisi economica e alle tensioni sociali. Perché la casa è sempre più un business per tanti e un diritto per pochi.


La crisi: un nuovo disagio abitativo

Tra il 2012 e metà 2013, il periodo dell’acutizzarsi della crisi economica su una città perennemente in emergenza sono tornate le occupazioni. Non si tratta, però, di movimenti di massa legati a occupazioni di edilizia popolare. Sono esperessione di una realtà e nuovi bisogni. A Napoli non avviene ciò che sta avvenendo a Roma. “A Roma si occupano grandi edifici dove gli occupanti vivono in condivisione. La composizione è variegata e l’elemento importante è l’aspirazione per avere case popolari come atto di passaggio. Questo elemento è una motivazione importante per tenere insieme pezzi sociali molto diversi tra loro, cosa che non è molto semplice da gestire. A Napoli quando occupi con le famiglie puntano ad avere una casa e basta. E il discorso sarebbe improponibile perché coppie in attesa nella graduatoria sono migliaia e perché alloggi popolari non si costruiscono. Tutta la cinta periferica di Napoli è già iper popolata mentre a Roma si costruisce lungo il raccordo anulare. E per questo sono molto scettico nel riproporre a Napoli lo schema romano. Nei quartieri storici o hai la maniera di aggredire grandi patrimoni privati, come quelli della Curia, o grandi palazzi da vivere in condivisione. In prima battuta abbiamo puntato su quei soggetti, tra studenti e precari abituate a vivere in condivisione, fino a inserire famiglie e altri soggetti. In questo senso puntiamo alla cintura cittadina”. Le parole sono pronunciate da uno dei principali attivisti napoletani, Alfonso De Vito. È lui il portavoce della campagna “Magnammece ‘o pesone” che è stata protagonista di una serie di occupazioni, alcune brevi, di edifici che non sono adibite allo scopo abitativo. Infatti,il cuore della campagna è quello di legare il diritto al reddito con quello alla casa. E, come dice in conclusione del suo passaggio, punta a un ritorno dentro i confini cittadini di questa battaglia. “Negli ultimi 10 anni si sono perse 100mila persone nei quartieri storici e popolari, in pare ammortizzati dai fitti in nero. Mentre l’hinterland si è popolato fino ad avere una densità di 2mila abitanti per chilometro quadrato, la seconda in Italia dopo Milano senza avere l’economia milanese. Anche i movimenti hanno compartecipato alla gentrificazione, come l’esperienza delle Vele, quando i proletari e senza tetto del centro si sono spostati in periferia. Ci siamo trovati in una situazione particolare: la committenza pubblica ha avuto enormi risorse creando i quartieri-ghetto con la ex 219. Questa è l’eredità e questo è il primo elemento. Insomma, bisogna puntare al’ritorno’ verso il centro cittadino dopo la ‘fuga’ in periferia”.

La ex scuola Schipa, la sede dell’anagrafe di piazza Dante in pieno centro storico, villa De Luca a Capodimonte, i locali della facoltà di medicina. Sono state le tappe della campagna Magnemmece ‘o pesone. A giugno 2013, inoltre, ci fu il tentativo di occupare il Tiberio Palace Hotel, un albergo posto sotto sequestro e al centro di una intricata situazione giudiziaria. L’occupazione è durata un solo giorno con la partecipazione delle famiglie delle Vele di Scampìa e dei ragazzi del Laboratorio occupato Insurgencia: quella iniziativa riuscì a produrre la richiesta di un tavolo permanente sull’emergenza abitativa.
Poi si devono aggiungere i movimenti di studenti e precari che hanno occupato gli spazi abbandonati della università Federico II di via Mezzocannone 12-14 e della ex mensa universitaria.
All’indomani delle mobilitazioni anti-Fornero del novembre 2012 i “choosy” napoletani scelsero di prendere casa in questi spazi. In meno di un anno è diventato punto di riferimento per musicisti, giornalisti, ricercatori e giovanissimi attraverso laboratori musiciali, una libreria e un auditorium per gli eventi. A metà settembre, però, l’Adisu ha deliberato la presa di parte di quegli spazi per installare i propri uffici. Entro il 19 gennaio la contestatissima azienda regionale per il diritto allo studio dovrà insediarsi nei nuovi uffici dopo aver lasciato quelli di via De Gasperi. Con l’autunno è inziato il count down per lo sgombero e così gli attivisti hanno spiegato in una nota la sopresa giunta dopo l’estate:

“Di ritorno dalla pausa estiva, scopriamo indirettamente, che il consiglio di amministrazione dell'Adisu, proprietaria dello stabile e prima responsabile della dismissione del diritto alla studio in Campania, ha approvato all'unanimità lo spostamento degli uffici a Mezzocannone 14 e che, a partire da Gennaio 2014, intenderà realizzare una sala congressi al posto dell'Auditorium da noi rinominato “Carla e Valerio Verbano”. Di tutto quello che c'è stato durante quest'anno a quanto pare l'Adisu non ha alcuna forma di rispetto o di considerazione e crede che basti una procedura fredda e burocratica per fermare un progetto di creazione collettiva. Non siamo disposti a tacere. Siamo indignati dalla leggerezza con la quale l'ente responsabile della dismissione del welfare studentesco in Campania, dell'assenza di alloggi, della fine dell'erogazione delle borse di studio, forte del suo potere commissario, valuti possibile uno sgombero coatto in una sede legata al mondo universitario. Uno sgombero di un posto che noi abbiamo ri-abilitato ad un uso pubblico e che prima si usava previo versamento di una lauta somma di denaro all'Adisu. In generale crediamo che l'uso collettivo e sociale di spazi urbani dismessi metta in crisi lo statuto della proprietà, ma nel caso specifico riteniamo particolarmente evidente che quel palazzo stia benissimo nella mani di quegli studenti che a fronte di un inaudito incremento delle tasse, hanno visto negli ultimi anni l'assottigliarsi delle borse di studio e la sparizione di ogni servizio. Mezzocannone 14 è nostro, è di chi lo abita, di chi ci suona, di chi ci discute, di chi lo pulisce, lo cura, lo protegge. È nostro se siamo studenti vessati e non tutelati. Ma è nostro anche se siamo giovani precari delle periferie di questa città devastata e abbiamo bisogno di luoghi di produzione artistico-culturale, è nostro pure se siamo studenti medi che hanno bisogno di luoghi di incontro e di socialità. E' nostro perchè l'abbiamo sottratto alla chiusura, l'abbiamo fatto scoprire a chi per anni aveva camminato su Mezzocannone e non si era accorto dell'immenso patrimonio immobiliare che stava nascosto dietro quel portone maestoso. L'Adisu da quando ha cominciato a dismettere e a chiudere gran parte delle attività e dei servizi per i quali esisteva, non ha esitato a tenere per sé quel patrimonio, chiudendolo alla città, prima ancora che agli studenti.Non permetteremo che qualcuno lo chiuda di nuovo, stavolta senza neppure salvare la formalità di un fine pubblico. Non permetteremo che quell'auditorium diventi l'ennesimo spazio vuoto e disabitato in un centro antico sempre più dismesso. Per questo facciamo appello a tutti quelli che hanno usato lo spazio per esprimersi, per sperimentare, per trascorrere una serata ascoltando buona musica, o anche solo per ballare. Facciamo appello alla cittadinanza di una metropoli che non può tollerare gli sgomberi di quegli unici posti che provano ad offrire cultura e socialità a prezzi ed in modalità sostenibili per una generazione messa in ginocchio dalla crisi. Facciamo appello a tutti coloro i quali credono che uno spazio utilizzato e aperto sia una ricchezza cittadina che non si cancella con un colpo di spugna burocratico. Facciamo appello al cuore di questa metropoli, per continuare a costruire un diritto alla città fatto di riappropriazioni e di lotte per i beni comuni e di pratiche reali di resistenza e di costruzione di nuova cittadinanza”. Ecco, un “immenso patrimonio immobiliare inutilizzato” è il ritornello costante in una città che vede l’espulsione continua di residenti verso province e periferia.

Una delle ultimissime occupazioni è avvenuta in pieno agosto. Gli attivisti di Magnemmece ‘o pesone hanno preso uno stabile abbandonato di proprietà del Comune di Napoli in pieno centro. L’azione è arrivata dopo lo sgombero di un altro edificio, la ex scuola Belvedere dell'ordine delle suore del Buon pastore. Erano quasi quaranta persone, poco meno di una decina di nuclei familiari, con anziani e bambini, ad aver occupato da quasi quattro mesi la ex scuola media. La vicenda ha aperto un altro capitolo del business immobiliare nella città di Napoli: le proprietà in mano a Diocesi e ordini religiosi. Nel cuore del città ci sono decine di palazzi che fanno riferimento alla Curia. Eppure il cardinale Crescenzio Sepe ha repinto le accuse, incontrando la delegazione delle famiglie sgoberate dalla ex Belvedere e della campagna Magnammece ‘o pesone: “Non permetto a nessuno di pensare che la responsabilità di quanto accaduto sia della Curia di Napoli. Qualche rappresentante delle istituzioni che ha detto che siamo proprietari di mezza Napoli e parla o perché non sa le cose o per strumentalizzare la situazione“. Sepe si sgancia dalla questione e lancia la patata bollente a chi amministra la città: “Sono le istituzioni preposte – ha concluso l'arcivescovo di Napoli – a dover affrontare e trovare soluzioni a problemi di natura sociale della popolazione, problemi di cui hanno il dovere morale e civile di occuparsi, e in cui la Chiesa non può supplire”.

Di fronte a questa nuova ondata di occupazioni e al blitz agostano sembra avvicinarsi anche la risposta di chi vuole mettere un freno alle azioni collettive in tempo di crisi. Ora si iniza ad avvertire un’attenzione su questi spazi occupati e sul pericolo repressivo in vista dei prossimi mesi. “Istanbul è un episodio emblematico o anche a Londra dove occupare una casa è un reato gravissimo e ti arrestano. Se in tutta Europa si irrigidiscono le normative non sorprende che in Italia i parlamentari della destra propongono di inasprire i reati sulle occupazioni con 8 anni di reclusione. Anche qui sull’onda dello Tsunami tour a Roma si irrigidiscono. Un altro esempio è Torino. Qui a Napoli nel 2013 sono stati occupati 7 immobili e oggi sono sotto l’attenzione per lo sgombero. In questo senso facciamo un discorso pubblico per sollevare un domanda di fronte a questo processo. La nostra particolarità è la composizione che è partita già con gli sportelli casa. Vorremmo provare a portare qui l’esempio di Berlino o Lipsia sull’autorecupero. Lo spazio abitativo puo’ avere una ricaduta sul territorio e sulla sua dinamica sociale. Nel nord Europa questi processi vengono riconosciuti, come avviene in Germania e in Svezia”. E in Italia? Sul mattone ci sono tanti, troppi interessi. In tempi di mutui inaccessibilie e fitti ammazza stipendi il bisogno primario di un tetto diventa un pentolone bollente dal punto di vista sociale. Eppure chi gestisce il business non farà sconti. Perché gli affari, adesso, arrivano proprio dalla gestione.

Giuseppe Manzo. Giornalista e scrittore. Responsabile della comunicazione di Legacoopsociali, direttore del quotidiano on line nelpaese.it e redattore del Giornale Radio Sociale. E' co-autore di Chi comanda Napoli (Castelvecchi). Nel 2011 il suo primo libro: sCripta (Cento Autori).

Ciro Pellegrino. Giornalista professionista, guida la redazione cronaca di Fanpage.it. Ha lavorato per Il Mattino e Linkiesta.it. Il suo blog è giornalisticamente.net. Nel 2007 ha vinto il Premio Giancarlo Siani, nel 2012, i premi Giuntella e Marcello Torre. E' co-autore de Il Casalese (Cento Autori, 2011) e Novantadue (Castelvecchi, 2012).

titolo: Le mani nella città (Napoli, viaggio nel business del mattone)
autore: Giuseppe Manzo e Ciro Pellegrino
collana: Scialuppe
pagine: 108
isbn: 9788895731971
prezzo: € 12 

 

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