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Libri & Conflitti. Intervista a Patrizio Gonnella su LA TORTURA
1. Un tema molto attuale quello della tortura, di cui si è parlato molto anche sotto campagna elettorale. Da dove nasce l’esigenza di scrivere questo libro? Una denuncia? O piuttosto il desiderio di dare voce a questa tematica per ricostruire il sistema?
Il libro è un tentativo di decomposizione e successiva ricomposizione narrativa e semantica della tortura. Avrei potuto con più sistematicità raccontare la storia della tortura o la storia della sua proibizione legale. Oppure avrei potuto raccontare storie di tortura. Ho preferito invece contaminare i vari piani: quello concettuale, quello normativo, quello giurisprudenziale, quello empirico. Il libro, sperando ci riesca, vuole spiegare quale sia il codice linguistico e semantico della tortura, attraverso alcune parole chiave. La tortura non è una pratica sganciata dal modello sociale e politico prescelto. La tortura ha a che fare con la democrazia, con lo stato di diritto, con l’etica e con la psicanalisi. Riguarda gli Stati e riguarda le persone. Riguarda le ideologie e le religioni. La relazione tra torturato e torturatore non è la classica relazione tra l’autore di un reato e la vittima. Non è una relazione privata. E’ una relazione pubblica che riguarda anche i non torturati, spesso ridotti a spettatori che scelgono serenamente in salotto per chi parteggiare. E’ una questione che riguarda tutti. Non tutti i reati riguardano tutti. Quella della tortura non è una questione risolta nelle coscienze individuali. Per questo ho ritenuto utile scrivere un libro sulle parole, i luoghi, le pratiche della tortura. I tasselli che compongono il grande tema della tortura non sono tutti comprensibili e spiegabili con le sole categorie tradizionali del diritto. Il diritto può anche vietare, proibire, ma la tortura potrà continuare a essere praticata senza che i garanti del diritto proferiscano parola o emettano sentenza. E qualcosa che riguarda l’umanità e non il diritto. Riguarda il diritto solo perché deve porre la condizione necessaria ma non sufficiente perché si arrivi a debellarla.
2. Come nasce l’idea di consegnare ai lettori un “dizionario” della tortura, che di fatto è un'analisi approfondita per capire il contenuto semantico della tortura?
La lotta contro la tortura è una lotta per l’umanocentrismo, per la desovranizzazione dello Stato, per l’uguaglianza, per una nuova militanza etica e non-violenta. Per spiegare questo ho sezionato la tortura in singole parole ognuna delle quali apre un mondo. Faccio un esempio. La cancellazione della tortura dal diritto e dalla pratica di polizia avverrà solo se vi è un processo di indignazione. L’indignazione è un sentimento estetico individuale, che a differenza di una norma scritta prescrittiva, ha una capacità di moltiplicazione. Favorisce il formarsi di una coscienza abolizionista. Ragionare sulle parole è un modo per non fermarsi al nudo diritto. Per debellare la tortura bisogna considerarla un accidente della vita piuttosto che una sola questione giuridica.

3. Legame tra dignità e libertà. Dal concetto di Cicerone, Giovanni Pico della Mirandola, Kant… qual è oggi il legame e quale dovrebbe essere per non minacciare la libertà e la dignità dell’uomo?
Con Kant e Beccaria abbiamo avuto un cambio di paradigma. La dignità umana, sino ad allora principalmente intesa come decoro nonché associata alla proprietà e al ruolo pubblico dell’uomo, veniva fatta coincidere con l’umanità. L’uomo, questo è il pensiero fondativo kantiano, non è mai degradabile a cosa. La dignità dopo l’Olocausto nelle dichiarazioni internazionali sui diritti umani diventa il fondamento del diritto nonché il criterio di esigibilità dei diritti umani. Molte i diritti vengono contrapposti. Ci si imbatte nella individuazione di criteri di bilanciamento. La bussola della dignità umana aiuta a sciogliere le artificiose contrapposizioni tra diritti e quindi tra diritti e doveri. Serve a scegliere da che parte stare quando si contrappongono libertà e sicurezza. La dignità umana è il bene giuridico protetto dalla tortura. La tortura offende la dignità umana. Quando si prende in esame la tortura va sempre ricordato che il tema va maneggiato con molta cautela in quanto ciò di cui si sta discutendo è la dignità umana, ovvero l’umanità. La tortura azzera la dignità e quindi azzera l’umanità. Riduce l’uomo a cosa in funzione giudiziaria o punitiva.

4. L’umanizzazione della vita carceraria non è una condizione sufficiente per espungere tortura e violenza dal sistema delle pene. Cosa servirebbe di fatto?

L’umanizzazione ingentilisce il sistema, riduce le occasioni di vessazione. È un classico meccanismo di prevenzione. Per espungere la tortura bisogna stravolgere il paradigma punitivo e ricreare simmetria non-violenta tra il cittadino e lo Stato. Il problema della tortura riguarda la sovranità belligena degli Stati moderni. Gli Stati ridotti a burattini in economia e in politica ritrovano la propria identità quando devono punire. La tortura si colloca in questo cono. Serve allo Stato per rafforzare la propria sovranità punitiva, ultimo baluastro di una sovranità morente.

5. Il rifiuto a introdurre il reato di tortura non fa che testimoniare la riaffermazione della sovranità nazionale. Una riflessione in merito.
È l’esaltazione del proprio essere non controllabili dall’esterno. I fascisti intonavano inni contro la Società delle Nazioni. Negli ultimi anni abbiamo sentito parole di odio contro le organizzazioni internazionali che si occupano di diritti umani, accusate di ingerenza nei nostri affari interni. La tortura è un crimine contro l’umanità. Non è nelle sole prerogative nazionali punirla o meno. Per l’Italia sarebbe un obbligo farlo dal lontano 1989, ma governi di tutti i colori hanno trovato scuse di ogni tipo. Ricordo un giudice dell’area democratica sostenere pubblicamente che la tortura riguardava i soli paesi del terzo mondo. Non era necessario a suo dire introdurre il crimine in Italia. Eravamo nel 2000, a un paio di mesi dalle violenze al Global Forum di Napoli e più o meno un anno prima delle violenze pubbliche brutali alla Diaz e a Bolzaneto.
6. Qual è l’obiettivo principe del suo libro?
Domanda difficile. Se dovessi dirlo in due parole offrire argomenti concettuali, di esperienza e di diritto utili a consolidare i sentimenti individuali di indignazione. L’indignazione contiene nella sua radice etimologica la parola dignità. Indignarsi significa non ritenere degno qualcosa. Indignarsi per la pratica della tortura ha una sua intrinseca coerenza semantica e logica.

7. alla luce del tuo "vocabolario" è possibile presentare il profilo di un torturatore e di un torturato, oggi?
Spiego nel libro che la tortura deve sempre avere un fine, giudiziario (estorsione di una confessione ad esempio) o punitivo. Spiego anche che la crudeltà del seviziatore non è un ingrediente necessario e poco importa rispetto alla qualificazione del delitto. A tal fine conta la sua natura di pubblico ufficiale, la sofferenza prodotta, il fine perseguito. Il torturatore non è identificabile nell’uomo cattivo o addirittura crudele. L’origine della tortura è nel rapporto diseguale tra il poliziotto e il cittadino. Pertanto il torturatore può essere chiunque e chiunque può essere torturato. Certo ci sarà il poliziotto buon padre di famiglia che si asterrà dal torturare. Certo ci sarà il colletto bianco arrestato, visibile e potente, che non sarà un probabile torturato. Ma nessuno è esente dal rischio di diventare torturatore o torturato sino a quando vi sarà il monopolio della violenza nelle mani dello Stato.

La tortura in Italia, di Patrizio Gonnella. Parole, luoghi e pratiche della violenza pubblica. Prefazione di Eligio Resta Postfazione di Mauro Palma. (www.deriveapprodi.org) La tortura è un crimine contro la dignità umana. Eppure non ovunque e non sempre è proibita. La sua interdizione legale è tutto sommato storia recente. Forse anche per questo assistiamo a frequenti smottamenti. E non è un caso che con l’11 settembre del 2001 ci si sia spinti fino a riproporne la legittimità.
Con la progressiva riduzione della sovranità economica e politica degli Stati, assistiamo a un paradossale rafforzamento del loro potere punitivo che man mano si fa arbitrario e indifferente al sistema costituzionale e internazionale dei diritti umani. Come se la «sanzione punitiva» fosse l’unica prerogativa statuale rimasta. Da cui una diffusa impunità dei torturatori, che ha le proprie premesse nella necessità di segnare la vittoria del potere politico su tutto il resto.
Costruito a partire dalle «parole chiave» che scandiscono l’universo della tortura, questo libro si propone come un’analisi della violenza pubblica intrecciata a quella dei concetti, delle norme e delle vicende individuali.
La tortura non si consuma unicamente quando una persona è sottoposta a sofferenze e la sua pratica spesso non è riconducibile all’arbitrio di un «eccesso» di potere o a uno stato di eccezione. Per questo occorre allargare lo sguardo al sistema complesso che la produce, che la promuove, che la protegge. 

Lo stralcio dal libro QUI

Patrizio Gonnella è presidente dell’associazione Antigone. Ha scritto saggi e articoli sui temi della giustizia e delle condizioni di vita in carcere. Scrive da anni per «il manifesto» e «Italia Oggi». Ha un suo blog su Micromega.net e conduce, insieme a Susanna Marietti, Jailhouse Rock una trasmissione di musica e informazione su Radio Popolare. Collabora con la cattedra di filosofia del diritto di Roma 3.

La tortura,
di Patrizio Gonnella
Parole, luoghi e pratiche della violenza pubblica
Prefazione di Eligio Resta
Postfazione di Mauro Palma
pagine 160
euro 16,00
collana I libri di DeriveAPPRODI
ISBN 978-88-6548-062-5

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