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Libri & Conflitti. La recensione di SALA 8, di Mauricio Rosencof
Libri & Conflitti“Sala 8 ", di Mauricio Rosencof - postfazione di Diego Simini - (www.novadelphi.it) è un delicato omaggio ai desaparecidos, reso nella consapevolezza dell’orrore inarrivabile a cui furono sottoposte centinaia di migliaia di persone sotto le dittature latinoamericane degli anni ’70 e ’80 e un ricordo dei compagni di sventura con cui Rosencof ha condiviso la sua permanenza nell’ospedale militare di Montevideo.”


L'incipit


Mauricio Rosencof è uno di quei personaggi che al papa argentino da poco elevato al soglio pontificio avrebbe sì qualcosa da dire se davvero lo incontrasse per strada: al suo silenzio troppo diligentemente osservato, a quella umiltà troppo ostentata, a quella memoria a corrente alternata, a quella religiosità somministrata al mondo sotto forma di spot pubblicitario.
Rosencof è stato un dirigente del movimento Tupamaros, tra quelli che più hanno subito le dittature ispirate dalla Cia in America Latina negli anni ’70 e sostenute in qualche modo anche dalle gerarchie ecclesiastiche. La lotta per la libertà Rosencof e i suoi compagni l’hanno condotta in Uruguay, ma questo cambia poco rispetto all’Argentina di Jorge Bergoglio. Se si trovasse a quattr’occhi con Francesco I, l’ex guerrigliero, che ha passato tredici anni (undici dei quali in isolamento) negli scannatoi del regime, gli parlerebbe dell’importanza della fantasia. La fantasia per sopravvivere all’orrore. Non la fantasia per essere fantastici, ma quella che come il battello di Caronte serve per attraversare l’Ade.

La fantasia è un elemento sempre ostentatamente presente nella vasta opera di Rosencof, che è anche scrittore, drammaturgo, e giornalista. E’ uno che ad un certo punto pensò di scrivere fiabe per rendere più sopportabile alla sua bambina di cinque anni l’esperienza delle visite in carcere. Con “Sala 8”(Nova Delphi) si capisce perché: “o fantasia o morte”.

Detto questo, “Sala 8”, che nel titolo evoca i lugubri e disperanti luoghi della selvaggia repressione dei militari, è un diario, solo apparentemente allucinato e allucinante, di un pezzo di vita vissuta. Un documento di primordine su come l’orrore e la sofferenza non possono essere materialmente contenuti nella forma sorgente. Ed hanno bisogno di una metamorfosi. Il vero confronto da sostenere con la vita e le crudeltà (degli uomini) è nel percorso di questa metamorfosi. Ci vuole una certa dose di coraggio, nel farlo. E’ questo che si capisce dal racconto di Rosencof. Coraggio per difendersi dalla tentazione della follia. Coraggio per tenere ben fermi i volti e le parole dei propri aguzzini e non tradurli nell’autoflagellazione che deriva dal senso di colpa.

Sala 8 è l’ospedale militare dove arrivano i prigionieri ridotti in fin di vita, per essere rimessi in sesto alla bene e meglio, e di nuovo rimandati nella sala delle torture, oppure essere avviati alla “soluzione finale”. Fuori intanto, i parenti, gli amici, i congiunti dei desaparecidos vagano da un posto all’altro nel tentativo, quasi sempre disperato, di ricevere un segnale anche piccolo, della loro presenza in vita.

Nel racconto-diario, Rosencof per poter rendere tutto questo trasforma se stesso nel proprio fantasma. E in questo viaggio dentro la dimensione aliena tiene come unici punti di riferimento gli affetti famigliari, cane compreso, e i compagni di sventura. Un punto di vista difficile da sostenere ma perseguito dall’autore con grande equilibrio e maestria. Mutatis mutandis è la stessa finzione della Divina commedia. Ovvero, quando le parole dei vivi non bastano più a descrivere l’orrore per la vita reale allora bisogna “sconfinare” nel regno dei morti. Qui il cadavere è a tal punto cadavere che riesce nella difficile descrizione della sofferenza perfetta, quella vicina alla fine di tutto, e oltre.
Rosencof relega la metafora all’inutilità costringendola ad uscir fuori da se stessa e restituendo alla realtà quella forza metafisica che le compete nelle situazioni estreme. E’ questo, in fondo, l’aspetto più scioccante del “diario”. “Stanno spostando il bidone – scrive -. Lo Inckinano e lo fanno rotolare sul bordo della base. Fermatevi. Mi gira la testa. Stop. Sono nel bidone, sento il freddo delle pareti. In realtà – se la realtà esiste – non sento nulla. Presumo che la lamiera sia fredda e devo dirlo. Sono rannicchiato su me stesso, le mani legate dietro le spalle con il fil di ferro, i piedi scalzi legati allo stesso modo. In queste condizioni, nudo e senza documenti, dove cazzo pensano possa andare? Ho un alone sulla testa. E’ un cerchio di luce. Un debole chiarore. C’è qualcuno con me. Siamo in due. Con chi viaggio? Le nostre gambe si intrecciano. Dallo sfregamento credo di aver capito. E’ lui. L’Enjuto. Gli ho palpato l’erba secca. Che fai, Enjuto? Come vanno le cose? Niente. Credo, tempo che non sia morto del tutto. Gli manca un pochino, proprio poco, ma non è morto del tutto. Geme. Pianissimo, geme. Ci stanno mettendo il coperchio. Ora sì che non si vede un corno. Forse un barlume d’agonia nella pupilla dell’Enjuto. La cosa migliore che tu possa fare, fratello, è morire. Così va la vita. E come canta Gardel: “I suoi occhi si sono chiusi e il mondo continua a girare”.

Sala 8, di Mauricio Rosencof
postfazione di Diego Simini
Nova Delphi Libri
Pagine:128
Prezzo: Euro 12,00
ISBN: 978-88-97376-13-2

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