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In occasione delle elezioni in Venezuela un estratto di "Talpe a Caracas"
Talpe a Caracas. Cose viste in Venezuela, - jaca book - un reportage firmato da Geraldina Colotti, in tredici tappe dal Venezuela, tra rapper bolscevichi e maestri di strada, quartieri autogestiti e fabbriche recuperate.


Capitolo 8 
In prigione col maiale

Siamo davanti al carcere Retén de La Planta, un vecchio giudiziario al centro di Caracas, nel quartiere El Paraíso. La fila dei parenti in visita ai detenuti copre il marciapiedi lungo l’intero viale. Da una parte le donne, dall’altra gli uomini. Le moto passano rombando, i venditori ambulanti sfilano proponendo bibite, caffè, gelati. Prima di mettersi in coda, occorre registrarsi. Un paio di timbri stampati sugli avambracci dicono che sono la numero 1.605. Con me ci sono Indira e Vanessa, la giornalista di Ávila TV: la 1.606 e la 1.607. L’inchiostro macchia i vestiti. L’età media delle visitatrici non arriva ai trent’anni. Molte portano i bambini, oggi è il giorno in cui possono entrare. Lasciamo i cellulari a un chioschetto vicino al carcere, due ragazze li accatastano insieme ad altri in tanti sacchettini di plastica verde. C’è da fidarsi? «Seguro, dice Vanessa, è il loro lavoro, se qualcosa va storto ne rispondono direttamente ai detenuti». Le regole si rispettano, da queste parti. Non le regole dell’istituzione, ma quelle dei malandros, la malavita che gestisce
il carcere. Uno stato nello stato: ce ne renderemo conto fra poco.
Sull’altro lato della strada c’è un autobus supercolorato, che sembra reduce dalla guerra punica, addetto al trasporto dei detenuti. Neanche l’ombra di un vetro blindato. Reca la scritta «Umanizzare il sistema penitenziario». Un obiettivo che Iris Varela, da poco a capo del neonato Ministerio de Asuntos Penitenciarios ha preso molto sul serio. Dinamica e decisa, la bella ministra dai capelli ricci si è recata da sola nei penitenziari dove non entrava alcuna autorità, vincendo la diffidenza dei detenuti: «Il carcere non serve a niente, non redime né rieduca, fosse per me non costruirei altre prigioni – ha dichiarato –. Ci vuole una vera rivoluzione».
Mettere un’avvocatessa penalista e «abolizionista» a dirigere le carceri è un bell’azzardo in un paese a elevato tasso d’insicurezza, uno dei più alti dell’America latina. E infatti le dichiarazioni di Varela hanno subito fatto venire l’itterizia al capofila dell’opposizione, Henrique Capriles Radonski, che sfiderà Hugo Chávez alle presidenziali del 7 ottobre 2012. La «sicurezza» è il suo grande cavallo di battaglia. Tanto che, in mancanza di meglio, nei quartieri dove governano gli antichavisti, abbiamo incontrato a ogni angolo sagome di poliziotti... In cartone, ma a grandezza naturale: «Dobbiamo impiegare le risorse per costruire altre carceri che siano anche centri di riabilitazione – ha dichiarato Capriles –. Impedire gli ingressi nei penali non cambierà le cose».
Si riferiva alla circolare del ministro Varela che, all’inizio di ottobre, stabiliva di bloccare per un mese gli ingressi nei penitenziari, salvo diverso avviso del ministero: il tempo di effettuare un censimento serio della popolazione detenuta.
Sono in tanti, infatti, i detenuti che languono in attesa di processo dietro le mura fatiscenti di questo carcere e degli altri penitenziari del paese (57 in totale): circa 50.000, stipati in perimetri che potrebbero accoglierne quasi un terzo di meno. Una percentuale altissima rimane in attesa di giudizio, spesso ben oltre la durata della pena. «Mio fratello – dice una giovane nella fila – è stato arrestato in una rissa otto mesi fa, e non ha ancora visto il giudice. Ogni volta, un rinvio per ragioni diverse: non c’è il magistrato, non c’è il trasporto, non c’è la scorta».
Quasi tutte raccontano storie del genere. «Non è un problema di volontà politica – dice Cesar –, la riforma penitenziaria è stata una delle prime promesse del presidente Chávez e la sua amministrazione ci ha messo molto impegno. Il fatto è che ci sono disfunzioni strutturali e problemi incancreniti negli anni, difficili da risolvere: non ci sono abbastanza mezzi per trasferire i detenuti, abbiamo 4,7 giudici ogni 100.000 reclusi, e all’interno del potere giudiziario ci sono molti freni. Gran parte della corporazione giudiziaria difende i suoi privilegi, ha ancora la testa nella IV Repubblica e, appena può, mette i bastoni fra le ruote. Come durante il golpe del 2002». E poi ci sono le mafie carcerarie, che non sono solo composte da detenuti incalliti. «Guardie e bande organizzate – spiega Vanessa – chiedono tangenti enormi ai detenuti per permettergli di recarsi a processo. Il livello di corruzione è altissimo, difficile recuperare in tredici anni un ritardo di quarant’an ni. In assenza dello stato, ha preso piede un antistato, una società parallela, completamente illegale. Si sta provando a disinnescarla agendo sulle cause, e non con la repressione». Per la sua TV comunitaria Vanessa segue da anni la situazione delle carceri, conosce a fondo il problema ed è molto amata dai detenuti.
Nel mese di giugno, la giornalista era davanti al penitenziario di El Rodeo, in Guarenas, nei dintorni di Caracas. All’interno si stava svolgendo un violento scontro a fuoco fra due bande rivali. Dopo quasi un mese, il governo ha inviato 3.500 agenti antisommossa della Guardia Nacional, mentre i famigliari dei prigionieri si accalcavano disperati alle porte della prigione. Alla fine, uno dei due pranes (i capobanda), un ragazzo di vent’anni, ha deciso di arrendersi. Il suo avversario, di ventisei anni, è riuscito a evadere insieme a un numero imprecisato di persone. È stato arrestato una settimana dopo nel sudest del paese.
Dai registri è risultato però che il numero dei reclusi non corrispondeva all’elenco e, soprattutto, che nel carcere c’era un vero e proprio arsenale: fucili d’assalto, pistole e granate; oltre a un gran quantitativo di droghe e di denaro. Alcuni funzionari sono sotto processo.
«Difficile – dice Vanessa – pensare che una parente possa nascondere addosso un fucile d’assalto. La verità è che sono le guardie corrotte a introdurre le armi. Di tanto in tanto fanno delle incursioni, le requisiscono e le rivendono, e il gioco ricomincia».
Un sistema ben collaudato nel tempo, difficile da sradicare. «Nel 1985 – racconta Axel – andavo come volontario nelle carceri per assistere i detenuti europei. Al Retén de Catia, che ora non c’è più, ho visto bombe a mano e mitragliatrici. Le guardie non entravano nelle sezioni, si limitavano al perimetro interno. Quando venne in visita al carcere, Giovanni Paolo II desiderava dare la benedizione ai detenuti, ma il direttore gli ha detto: ‘non si può, è troppo pericoloso’. Il papa, però, voleva farlo a ogni costo, così hanno dovuto sloggiare tutti i carcerati dall’ala del penitenziario che dava verso l’autostrada. Al loro posto, ci hanno messo guardie travestite da reclusi che salutavano il pontefice. Qualche tempo dopo, la prigione è stata fatta implodere dall’interno con cariche esplosive. Quando l’hanno evacuata, hanno trovato una differenza di 80-100 persone fra quelle che dovevano esserci e quelle che effettivamente c’erano».
Come mai? «Alcuni – dice ancora Axel – erano morti per conflitti
interni, altri uccisi dalle guardie. Funzionava così: il venerdì lasciavano uscire certi detenuti fino al lunedì. Ed ecco spiegato in parte l’au mento di violenza del fine settimana. In quei giorni di libera uscita, i reclusi dovevano recuperare una congrua tangente da portare alle guardie al rientro. E magari riuscivano anche a regolare qualche conto in sospeso, forti di un alibi di ferro. Negli anni Novanta, questo permesso costava un milione di bolívar. Chi non rientrava, veniva rintracciato e ammazzato: detenuto ucciso mentre cercava di evadere...».

(...)

Talpe a Caracas. Cose viste in Venezuela, di Geraldina Colotti
Jaca Book
Collana: Di fronte e attraverso.
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