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Libri & Conflitti. L'estratto da Club Bilderberg
Libri & Conflitti Questo testo, dal titolo Club Bilderberg - Libro, dell'autore Domenico Moro, approfondisce il tema Critica sociale. Stampato dalla casa editrice Aliberti nel mese di Maggio 2013.
Non sono pochi i premier e i banchieri centrali che, prima di diventare tali, sono entrati a far parte del Bilderberg o della Trilaterale. Tra questi, Draghi e Monti. L’esistenza di queste organizzazioni pone questioni decisive come quella del controllo democratico sui processi decisionali pubblici. È possibile gestire le sfide della mondializzazione con forme di coordinamento composte da élites ristrettissime? Élites selezionate solo in virtù della propria enorme ricchezza, che appartengono a pochi Paesi, non sono elette da nessuno né delegate da alcuna autorità pubblica, agiscono in modo segreto e sono ispirate al dogma del mercato autoregolato. Le recenti vicende dell’euro dimostrano quanto una gestione affidata a ristrette élites mercatistiche sia portatrice di caos. L’obiettivo di questo libro è analizzare l’organizzazione internazionale delle élites transnazionali, le basi economiche del loro potere, gli orientamenti e i modi attraverso i quali riescono a influenzare gli altri livelli di potere, a partire dagli Stati-nazione. 
A seguire per la rubrica l'estratto del libro e la recensione a cura di Fabio Sebastiani.

L'estratto dal libro

3.3 Caos endemico o nuovo ordine mondiale?

Gli Usa sono entrati in una prima fase di crisi negli anni ’70 – come capirono bene i fondatori della Trilaterale – cui è seguita una fase di finanziarizzazione che ha toccato il suo apice con lo scoppio della bolla subprime. Come ha sostenuto Arrighi , il periodo attuale sembra avere le caratteristiche della fase di caos finale tipica dei cicli sistemici secolari, con l’emersione di nuovi centri di potere economici e statuali. Tuttavia, a differenza che nei cicli precedenti, non si profila per il momento né un conflitto generale né un nuovo Stato in grado di sostituire gli Usa.
La potenza egemone, pur avendo perso i mezzi finanziari per risolvere i problemi sistemici, conserva sul piano militare una superiorità schiacciante. Inoltre, lo sviluppo delle armi nucleari inibisce ogni confronto militare decisivo. La Cina, l’unico contendente che potrebbe impensierire gli Usa, sembra lontana da una possibile evoluzione economica di tipo imperialista classica, né dispone dei sofisticati mezzi finanziari necessari a dirigere l’economia mondiale. L’Eurozona, sebbene controlli la massa più importante di capitale mobile mondiale , non è uno Stato e ha un rapporto contraddittorio, da <<fratelli nemici>>, con gli Usa. Infine, le stesse caratteristiche della fase transnazionale rendono difficile una soluzione classica. Il sistema economico mondiale ha raggiunto dimensioni e complessità tali che probabilmente non è possibile ad alcun singolo Stato, per quanto colossale, porsi come centro egemonico. L’euro appare essere più che un antagonista del dollaro, la sua necessaria spalla, magari da ridimensionare con attacchi speculativi nel caso in cui si rafforzi troppo. Del resto, la duplicità valutaria è utile al capitale finanziario mondiale, che può giocare sulle oscillazioni tra dollaro ed euro, ai quali, forse, potrebbe aggiungersi in futuro lo yuan. Tale situazione di apparente stallo è, però, tutt’altro che pacifica e stabile. Proprio l’impossibilità di una soluzione alle contraddizioni economiche e politiche con una guerra generale aumenta le contraddizioni a tutti i livelli, a partire dal livello della lotta fra le classi.
La tendenza alla caduta del saggio di profitto, ripresentatasi nei Paesi centrali a partire dalla metà degli anni ’70, è stata affrontata cercando di comprimente la quota del salario. Vista la forza delle organizzazioni sindacali, le imprese scelsero di sostituire la forza lavoro con le macchine, sfruttando la robotizzazione e la rivoluzione informatica. Ma l’aumento della disoccupazione non produsse un soddisfacente abbassamento dei salari, soprattutto perché contemporaneamente si espandevano le reti di protezione del welfare state. A questo punto, si accentuò la spinta all’esportazione dei capitali dove i salari erano più bassi. Nell’imperialismo di Hobson e Lenin l’esportazione dei capitali si indirizzava quasi esclusivamente alla finanza, al minerario e alle infrastrutture, rappresentando l’aspetto dominante ma non prevalente dell’economia capitalistica. Invece, nell’imperialismo attuale i capitali sono massicciamente investiti all’estero anche nella manifattura, e l’esportazione di capitale prevale su quella di merci. Questo ha determinato il peggioramento della bilancia della partite correnti e della posizione finanziaria degli Stati centrali, che esportano molto più capitale di quello che attraggono. Ma soprattutto la classe capitalistica transnazionale ha potuto scardinare il potere di negoziazione dei sindacati. Sulla spinta della concorrenza dei salari dei Paesi periferici, è riuscita a deregolamentare il mercato del lavoro, introducendo precarietà e riducendo i salari, che negli Usa, tra 2008 e 2012, sono diminuiti del 9%. Lì dove la concorrenza dei bassi salari periferici non è stata sufficiente è intervenuto l’euro. Il peggioramento della situazione finanziaria e debitoria degli Stati, accentuato e reso ingestibile dai vincoli posti dall’appartenenza all’euro, ha condotto, grazie alla minaccia di bancarotta, alla riduzione dei salari pubblici, alla deregolamentazione del mercato del lavoro privato, e a pesanti tagli delle reti di protezione del welfare. Questi nuovi fattori hanno reintrodotto due fenomeni che nei Paesi avanzati sembravano archiviati per sempre. Il primo è l’esercito industriale di riserva, cioè una forza lavoro sempre disponibile, in grado di essere impiegata a basso costo e a seconda dell’andamento ciclico tipico del capitalismo. L’altro aspetto è l’impoverimento non solo relativo ma anche assoluto dei salariati, che riattualizza la povertà di massa e la figura del povero che lavora. Fatti che confermano le affermazioni di Arrighi di oltre venti anni fa: “Le previsioni del Manifesto [del partito comunista di Marx-Engels] possono essere più rilevanti sul movimento operaio nei prossimi 50-60 anni di quanto lo siano state negli ultimi 90-100 anni.”
Ma la riduzione del potere sociale dei lavoratori non poteva essere attuata senza una contemporanea riduzione dell’<<eccesso di democrazia>>, come suggeriva Huntington nel documento della Trilaterale del 1975. L’introduzione di sistemi elettorali e di governo maggioritari, ispirati al modello statunitense, hanno favorito la convergenza bipartisan sugli interessi del capitale transnazionale dei partiti maggiori e l’eliminazione delle ali estreme. In questo modo, la declinante capacità dei lavoratori di influire sulle decisioni politiche e la loro marginalizzazione economica e sociale hanno favorito l’insorgere anche in Italia di quell’apatia verso la politica, che W. H. Morris auspicava per le democrazie occidentali già nel 1954, e che si manifesta con l’aumento del tasso di astensionismo e con la sfiducia verso i partiti. L’elezione della governabilità a principio di governo assoluto ha condotto alla progressiva prevalenza degli esecutivi sui parlamenti, che in Italia si sostanzia anche nell’uso normale dello strumento del decreto legge, che invece dovrebbe essere impiegato solo eccezionalmente. Come sottolinea il filosofo Giorgio Agamben, “il parlamento si limita a ratificare i decreti emanati dal potere esecutivo. In senso tecnico in Italia la Repubblica non è più parlamentare ma governamentale.” L’esempio più puro di torsione della democrazia parlamentare in senso oligarchico è rintracciabile nell’uso dello stato d’eccezione, che, in virtù di una situazione di emergenza, sospende il normale funzionamento costituzionale. Lo stato d’eccezione, nato con la guerra, fu ben presto esteso al campo economico, affermando la “tendenza moderna a far coincidere emergenza politico-militare e crisi economica” . Il governo di Monti, ex dirigente del Bilderberg e della Trilaterale, è stato un caso esemplare in questo senso. Il pericolo di bancarotta e disastro finanziario, che in realtà secondo la Commissione Europea l’Italia non ha mai corso , ha giustificato il predominio dell’esecutivo, che ha potuto attuare, senza fastidiosi freni parlamentari, le politiche di austerità ispirate della Ue e dalla Bce. È, però, significativo come nella situazione attuale, per quanto (in apparenza) pacifica, i problemi economici vengano affrontati con strumenti di guerra. A quanto pare, ad essere decaduta è la lotta di classe democratica, che si è espressa per una lunga fase storica secondo “le forme pacifiche e regolate dalla legge del confronto elettorale e parlamentare tra partiti politici che esprimono gli interessi delle classi in conflitto.”
Il capitale transnazionale, oltre a cambiare il contesto del conflitto di classe, modifica anche la composizione della classe dei lavoratori salariati, creando, secondo alcuni, una classe salariata transnazionale con interessi simili . In questo modo, si stabilirebbero le basi per un nuovo internazionalismo. Altri sono più prudenti, e parlano di un processo contraddittorio, vista la permanenza di notevoli differenze di reddito tra le diverse aree e Stati . Inoltre, tra la classe capitalistica e lavoratrice ci sono due differenze importanti. La prima è che i capitalisti sono coscienti dei propri comuni interessi a livello internazionale, mentre i lavoratori sono più lontani da una tale consapevolezza. La seconda è che la classe capitalistica è oggettivamente interconnessa, avendo relazioni economiche integrate e contando su organizzazioni sovrannazionali ufficiali, come l’Fmi e la Bce, e non ufficiali, come il Bilderberg e la Trilaterale. Mentre il capitale è transnazionale, il lavoro lo è molto meno, essendo limitato dall’esistenza di confini materiali che lo vincolano ad un territorio e allo Stato di appartenenza. Forse il rifiuto di estendere l’unità europea al piano istituzionale-politico mira anche ad impedire la creazione di un terreno comune alle lotte dei lavoratori, favorendo la concorrenza tra salariati dei vari Stati.
In sintesi, la fase transnazionale è caratterizzata da un intreccio di conflittualità a vari livelli, tra le aree economiche mondiali ed entro le aree economiche, quindi tra e all’interno degli Stati. Schematizzando sinteticamente, ad un primo livello conflittuale troviamo i Paesi occidentali, Usa ed Europa occidentale, che si contrappongono ai Paesi emergenti, tra i quali quelli del Brics, e ai Paesi minori che ostacolano la loro tendenza al dominio. Ad un secondo livello, c’è la contrapposizione tra Usa e Ue, in particolare tra Usa ed Eurozona. Ad un terzo livello agisce la contrapposizione tra Stati dell’Eurozona, soprattutto tra la Germania e gli altri Stati. Infine, ad un quarto livello, all’interno dei singoli Stati, si sviluppa il conflitto di classe, compreso quello tra borghesia transnazionale e altri settori borghesi. Sembra, dunque, difficile identificare nell’esistenza di blocchi compatti in lotta tra di loro la caratteristica dominante della fase attuale, che invece pare rintracciarsi maggiormente in una situazione di conflittualità diffusa.
Questa situazione rimanda alle caratteristiche della fase transnazionale, diversa dalla fase del capitalismo monopolistico di Stato, che spingeva alla creazione di blocchi imperialistici compatti e contrapposti. L’orizzonte della Germania nazista (e guglielmina), dell’Italia fascista e del Giappone imperiale era la costruzione di imperi regionali <<chiusi>> . La loro sconfitta non fu dovuta solamente all’aver preteso di combattere una guerra mondiale senza essere potenze mondiali , ma all’incapacità di rappresentare i veri interessi di quel <<movimento senza oggetto>> che è il capitale. L’orizzonte del capitale è mondiale e non regionale, anche se possono esserci fasi temporanee in cui l’aspetto regionale è dominante. Gli Usa vinsero perché erano (ed avevano le risorse per esserlo) la migliore espressione dell’essenza del capitale, mobilità e molteplicità, e puntavano al ristabilimento del mercato mondiale. Non a caso la Germania attuale, sebbene paradossalmente abbia realizzato quell’egemonia europea che le era sfuggita nelle due guerre mondiali, non sembra interessata a tradurla in unità politica e si tiene autonoma e aperta a livello mondiale, soprattutto verso la Russia e l’Estremo Oriente.
Sebbene, come detto, non sia prevedibile un conflitto generale, la conflittualità diffusa e la crisi generano una sempre più evidente tendenza alla guerra, che si presenta, però, in forme nuove. La guerra vera e propria si fonda sulle operazioni di <<proiezione di forza>> da parte degli Stati centrali nei confronti dei Paesi periferici, che fanno parlare i militari di expeditionary era. Queste operazioni vedono spesso la partecipazione unitaria degli Usa e degli Stati europei occidentali, come in Iraq, Afghanistan e Libia. Anche gli Stati sconfitti della Seconda Guerra Mondiale, Italia, Germania e Giappone vi sono sempre più coinvolti, in contrasto con le loro Costituzioni e dotandosi di strumenti bellici adeguati. Sempre condotte dagli stati centrali ci sono le proxy war, combattute per procura da movimenti locali, sostenuti con armi, denaro e l’intervento di corpi speciali e di compagnie private di mercenari. Ma oltre alle forme direttamente violente ci sono le <<operazioni di guerra non militari>>, un concetto che “amplia la nostra percezione di ciò che esattamente costituisce uno stato di guerra a tutti i campi dell’attività umana” . Tra i nuovi mezzi di guerra ci sono la guerra commerciale, che può avere un effetto distruttivo pari a quello di una operazione militare, e la guerra finanziaria, basata su attacchi a sorpresa deliberatamente pianificati e sferrati da detentori di capitale mobile internazionale per mettere in ginocchio interi Paesi. La guerra finanziaria si è trasformata in un’arma <<iperstrategica>>, perché oltre ad essere estremamente distruttiva è facilmente manipolabile e consente azioni dissimulate.
Le operazioni di <<proiezione di forza>> e le <<operazioni di guerra non militari>>, condotte soprattutto nei confronti di Stati minori, sono, in realtà parte di un confronto tra gli Stati più potenti. Gli Usa e i loro alleati europei tendono a togliere ai potenziali avversari, Cina e Russia soprattutto, alleati e fornitori di materie prime e ad assicurarsi il controllo di aree strategiche dal punto di vista militare e delle vie commerciali. Tuttavia, se nel breve-medio periodo la situazione è in questi termini, nell’arco di un periodo un po’ più lungo gli scenari potrebbero essere diversi, anche in considerazione della progressiva perdita di peso economico relativo di Usa e di gran parte degli Stati europei. I servizi segreti Usa contemplano per il futuro un sicuro aumento dell’insicurezza e della conflittualità internazionale, visto che “nel 2030 nessun Paese – compresi gli Usa, la Cina e gli altri grandi Paesi - sarà una potenza egemonica” . Inoltre, non viene del tutto esclusa neanche la possibilità di un worst scenario: “Nei prossimi vent’anni conflitti che coinvolgano le potenze maggiori non sono inconcepibili, ma se un tale conflitto dovesse accadere esso quasi certamente non sarà al livello di una guerra mondiale con tutte le maggiori potenze coinvolte.”
Fare previsioni è un esercizio molto difficile. Quel che è certo è che la situazione di conflittualità intrecciata e multilivello è stata aggravata dal fallimento della finanziarizzazione e porta con sé la sostituzione della forza al diritto sia nelle relazioni tra Stati che tra classi. Il disordine mondiale non è, però, dovuto a poteri oscuri o non facilmente individuabili, come ipotizzano i teorici del complotto, né è un semplice prodotto dell’aumento della complessità e dell’allargamento geografico del mercato e delle relazioni internazionali, come sostiene Davignon. Il disordine è soprattutto il prodotto del movimento e della contraddizioni del capitale transnazionale nonché delle decisioni dell’élite transnazionale, che ne è agente. Questa nuova classe si dimostra tutt’altro che in grado di controllare la complessità del mercato mondiale e delle relazioni internazionali e di pianificare quel <<nuovo ordine mondiale>>, che era stato progettato dalla Trilaterale negli anni ’70 e che gli Usa di Bush e Clinton pensavano fosse ormai possibile con la fine dell’Urss. Persino nei Paesi avanzati, dinanzi all’impoverimento crescente dei salariati e alle difficoltà dei settori non monopolistici del capitale, sembra essere tutt’altro che agevole, per l’élite transnazionale, costruire un blocco di alleanze sociali e mantenere la sua egemonia. In effetti, la classe capitalistica transnazionale costituisce il fattore principale di quel caos sistemico che sembra essere la cifra del mondo attuale.

Domenico Moro è nato a Roma nel 1964. È laureato in sociologia. Collabora con quotidiani e riviste nazionali ed è autore di diversi volumi di carattere economico, politico e militare. Negli ultimi anni ha pubblicato il Nuovo Compendio del Capitale.

Club Bilderberg,
di Domenico Moro
Aliberti edizioni
collana: Yahoopolis
Pagine: 178
€ 14,00
ISBN: 9788866260899

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