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Libri & Conflitti. Estratto da Il destino cambia in tre attimi
Libri & Conflitti Una cordicella, un coltello, una lanterna, una scatola di fiammiferi: è tutto quello che possiede Immacolata, ragazza di buona famiglia che ha voluto sposare un contadino. Morto il padre, le proprietà sono passate al fratello Vincenzo, il maschio di famiglia. La povertà, la disperazione, la spingeranno a rubare in quella che era stata casa sua. Processata per furto, solo la morte, tre mesi prima della sentenza, la salverà dal carcere. La sua storia apre questa raccolta, che narra anche degli innamorati che la legge di Murat non riuscì a separare e della giovane che si ribellò alle consuetudini e per questo fu uccisa dal marito violento scelto dai genitori. E ancora sono riportate le vicissitudini del testimone scomodo che emigrò in Venezuela, quelle del coltivatore impoverito a causa del passaggio dal ducato alla lira e poi le vicende del marinaio accusato ingiustamente, dell'avvocato brigante, di un commerciante galantuomo. Otto vite, in un arco di tempo che va dalla rivoluzione francese alla crisi del 1929, ricostruite attraverso atti giudiziari di processi civili e penali riscoperti dopo un lungo lavoro di ricerca e fedelmente riportati al termine di ogni racconto. Postfazione di Elisabetta Garzo.


Tratto da "La rivoluzione della bella Angelina", storia contenuta nella raccolta "Il destino cambia in tre attimi. Piccole storie di grandi ribellioni" di Raffaele Alliegro e Marco Fimiani, Edizioni Spartaco.

In estate tutto precipitò. Angelina si fece coraggio e disse ai genitori che sarebbe andata a trovarli a casa perché dovevano assolutamente parlare. Era domenica 7 luglio del 1850. Stavano in cucina, lei, il padre e la madre, a dirsi tutto quello che dovevano dire, quando Francescantonio entrò come un pazzo con la falce in mano.
Felice e Orsola non li guardò neppure. Si avventò sulla moglie con tutta la furia che aveva nel cervello. Le tirò un pugno che la fece stramazzare sul pavimento e la prese a calci, da tutte le parti, come se fosse un sacco di biada, mentre alzava la falce e gridava, gridava, come un ossesso: «Ti ho detto che qua non ci devi venire. La casa tua non è questa». E giù un calcio. «La famiglia tua non è questa». E giù un altro calcio. Felice Finizzola non riusciva a credere a quello che vedeva, mentre Orsola si copriva gli occhi con le mani. Rimase impietrito per qualche secondo e infine intese che cosa voleva dirgli la disperazione di Angelina quando parlava delle botte, della rabbia, delle notti passate al buio sul terrazzino. Intese, finalmente. E tirò una sediata in testa a Francescantonio, così forte, ma così forte, che per un attimo mancò il respiro a tutti e due.
Poi arrivarono i paesani chiamati dalle grida. Levarono il falcetto dalle mani del marito di Angelina. Lo cacciarono di casa. E Felice gli disse che era meglio se se ne tornava a Marsico Nuovo perché la figlia da quel momento sarebbe stata protetta dal padre e a casa del marito non ci sarebbe più tornata. Era una piccola rivoluzione, come quella contro re Ferdinando. A memoria degli anziani non era mai successo a Vibonati che una moglie lasciasse la casa del marito. Mai.
Francescantonio, però, non si preoccupò delle mazzate che aveva tirato alla moglie a rischio di ucciderla. No, per lui il problema era lo scandalo, la vergogna di essere diventato un marito tradito e abbandonato. Quindi fece arrivare tutta una serie di ambasciate a Felice Finizzola.
Voleva dirgli che in fondo lui era un buon marito e che nessuno si doveva mettere paura, perché Angelina non l’avrebbe picchiata più. Prima mandò i parenti, poi gli amici, poi i vicini. Senza risultato. Voleva mandare pure me a parlamentare ma io gli consigliai di rivolgersi a don Vincenzo Pugliese. Gli dissi che solo il parroco poteva riuscire a mettere pace.
Era il 12 luglio. Francescantonio bussò alla canonica ma don Vincenzo non rispose, voleva tenersi fuori da quella storia. Lui si ripresentò dopo mezz’ora. Bussò di nuovo, nessuno gli aprì. Così tornò una terza e poi una quarta volta, con sempre maggiore insistenza. E violenza.
La perpetua dovette aprire la porta prima che venisse sfondata e lo fece fermare nel salottino all’ingresso, spaventata da quei due occhi fuori dalle orbite, dalla barba lunga e dal respiro affannato.
«Don Vincenzo» urlò Francescantonio al parroco prima ancora di stringergli la mano: «Don Vincenzo, voi mi dovete aiutare. Io non vivo più se mia moglie non torna a casa sua. Andate a parlare con Felice. Ditegli che ho cambiato testa, diteglielo».
Il prete non sapeva che fare. Rassegnato, si avviò a capo chino verso casa Finizzola. Bussò senza speranze. Entrò. Provò a intercedere con la signora Orsola. «Forse la faccenda si può risolvere. Il marito di Angelina mi ha giurato che non alzerà più le mani. Voi capite, la moglie deve stare vicino al marito. Proviamo. Vediamo. Speriamo».
Niente da fare. Orsola aveva ancora negli occhi gli occhi di Francescantonio iniettati di sangue mentre agitava il falcetto e prendeva a calci il corpo di Angelina squassata come una morta sul pavimento del focolare. Niente da fare. «Andatevene don Vincenzo. Ditegli che non lo vogliamo più vedere in faccia».
Il prete sapeva che sarebbe finita così. Mentre tornava verso casa vide Francescantonio appostato dietro l’angolo di un palazzo. Provò a cambiare strada. Ma lui gli corse dietro: «Aspettatemi. Dove andate? Che vi hanno detto a casa Finizzola?».
«Figlio mio, che ti devo dire? Madre e figlia hanno paura, non ne vogliono più sapere di te. Però non è detta l’ultima parola. Felice non c’era, fammi parlare anche con lui. Sono sicuro che tra uomini risolviamo tutto».
«Ah sì? Non ne vogliono sapere? Facessero loro. Io a Felice non lo aspetto. Quello è andato via per lavoro e torna fra tre mesi». Era fuori dalla grazia di Dio.
La mattina successiva, il 13 luglio, Orsola e Angelina uscirono di casa con due falcetti per andare poco fuori il paese, nel fondo del barone Giffoni. Francescantonio le seguì. Fu fermato da un’amica loro che sapeva tutto dei suoi problemi con la moglie e dell’intervento di don Vincenzo: «Dove vai? Che ha fatto l’arciprete? Tua moglie torna a casa?». Francescantonio fu preso alla sprovvista. Non voleva guardarla in faccia. Si piegò per stringere i lacci delle scarpe e rispose secco, infastidito: «No, mia moglie a casa non ci torna». Poi se ne andò, sibilando: «Lasciami perdere, ho da fare. Devo andare a Capitello».
Nel frattempo, Angela e Orsola incontrarono la cognata. Fu lei ad avvertirle: «State attente. Ho visto il marito di Angelina che vi segue. Quello non sta bene. Tenetelo lontano».
Orsola alzò le spalle, ma la cognata non si diede per vinta. Si fermò dove stava e quando anche Francescantonio la raggiunse lo fermò con il palmo aperto della mano: «Dove vai? Dov’è tua moglie?». Nessuna risposta.
«Ti ho chiesto dove vai» ripetè.
«Sto andando a Ispani, per lavoro. Accompagnami, se non ci credi».
«A Ispani? Va bene, ma cambia strada. Tua moglie e tua suocera stanno nel fondo del barone. Lasciale perdere, per carità».
«Di che vi preoccupate? Non ho più voglia di litigare» rispose lui. Poi imboccò il sentiero che porta diritto al terreno dei Giffoni. Le aveva perse di vista. Salì su un cumulo di terra. Guardò davanti. Si voltò indietro. Le vide. E piombò loro addosso come un fulmine.
Quando se le trovò di fronte non disse neanche una parola ma Angelina capì che tutto era finito. «Va bene, Francescantonio, non ti preoccupare, oggi a pranzo torno a casa» disse con voce tranquilla e cuore disperato.
Lui non parlò. Non la guardò negli occhi. Non la picchiò. Tirò fuori dalla giacca uno stiletto e la colpì dieci volte. Sulle spalle. Sulle braccia. Sul collo. Sul ventre. Sul seno. Con metodo. Senza più rabbia.
Orsola era a qualche metro di distanza. Sentì la figlia urlare dal dolore e si gettò come una belva al collo del genero, gridando con tutta la disperazione che aveva. Provò a stringerlo e a fargli del male mentre lui la colpiva con quattro stilettate. La cognata di Orsola, richiamata dalle urla e seguita dalla figlia, infine arrivò: tirò su con il braccio destro Angelina che ancora respirava mentre con l’altra mano le scostava dal volto i capelli insanguinati e con lo sguardo seguiva la fuga di Francescantonio nei campi. Orsola era già morta, colpita al cuore. Sul terreno trovarono una chiave e il fodero dello stiletto. Un giovane che arava la terra poco lontano provò a inseguire l’assassino ma non riuscì a fermarlo.
Angelina sopravvisse altri cinque giorni. Fece in tempo a raccontare ogni cosa al giudice Orazio Lanzetta: «Stavo nei campi con mia madre. Appena l’ho visto ho capito che ci voleva ammazzare. Ho provato a calmarlo dicendo che sarei tornata a casa. Ma lui mi ha colpito tante volte. Mia madre è morta per salvare me».
Quella povera donna, troppo bella e orgogliosa per i tempi che viveva, morì alle quattro del pomeriggio il 18 luglio del 1850.

Raffaele Alliegro (caporedattore al Messaggero) e Marco Fimiani (avvocato, presidente della Camera penale di Vallo della Lucania) 


Il destino cambia in tre attimi. Piccole stroei di grandi destini
Raffaele Alliegro Marco Fimiani
edizioni spartaco
collana I Saggi
pagine 144
ISBN: 978 88 96350 37 9
euro 10,00
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