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Libri & Conflitti. L'estratto di GLI AMORI INFELICI NON FINISCONO MAI
Libri & Conflitti. L'estratto da GLI AMORI INFELICI NON FINISCONO MAI, di Isabella Borghese (Giulio Perrone editore). In fondo le date delle prime due presentazioni romane. 

 



“Caro, un giorno sarai protagonista di una brutta storia. Avrai un incidente mentre tornerai dal lavoro, ma la fortuna sarà dalla tua parte. Ti porteranno subito e con urgenza al centro medico più vicino. Mi spiace darti queste comunicazioni dolorose. Entrerai in coma. La prognosi rimarrà riservata. Ce la farai, non preoccuparti. Te la caverai e andrai da un neuropsicologo per ottenere una valutazione completa delle tue abilità cognitive. Avrai tutto nella norma: il tuo linguaggio, la tua memoria, la tua attenzione. Ma devo darti un’altra spiacevole notizia: la tua difficoltà principale consisterà nella completa inabilità a imparare volti nuovi e nel riconoscere facce familiari. E non riuscirai sempre a riconoscere gli oggetti “a colpo d’occhio”. Potrai farlo solo isolando qualche tratto che ti consentirà di individuarli. Ti succederà di sbagliare, ma non temere. Non temere, mi raccomando. Non avere mai paura. È vita anche questa. E sarà la tua.”

Se un giorno qualcuno mi avesse detto che tutto questo sarebbe successo a me non lo avrei mai ritenuto possibile. Mai.

Del mio rientro a casa ricordo con esattezza la prima volta che mi sono specchiato.
Mi sono trascinato lì davanti allo specchio accompagnato da una donna, Clorinda: “Sono tua moglie! Sono tua moglie! – ha gridato con insistenza piangendo, quasi con fare nevrotico – Com’è possibile che tu non mi riconosca! Come?! Non posso crederci!”, ha continuato a sgolarsi sconvolta.
“Non ti riconosco, è vero – ho tentato di spiegarmi -, ma ti ascolto, la tua voce è diventata la tua faccia per me.”
Accettare le malattie dei nostri cari. Conosciamo forse qualcosa di più difficile?
In quei momenti è stato più il bisogno di tempo che ho desiderato per conoscere il nuovo me.
Ma quello che non ho voluto confessare da subito a Clorinda, e che avrei desiderato spiegarle, è che io non la amavo più.
Da anni. Non amo mia moglie da poco dopo la scoperta che il nostro matrimonio è stato il risultato, o l’errore, del concepimento di nostro figlio o figlia.
“È il frutto del nostro amore!”, mi ha confidato la mattina che ha scoperto di essere incinta, con un tono che mentre convinceva se stessa pareva persuadere anche me.
“Sì”, ho risposto, immaginando che la sua frase non fosse conclusa.
“A questo punto dovremmo sposarci”, ha terminato.
“Dovremmo sposarci, sì. A questo punto. Come dici tu”.
E ci siamo sposati. Lei di lì a poco ha avuto un aborto spontaneo. Ho sofferto molto, ma mi son detto che un figlio l’avrei desiderato con una donna che amavo. In modo totale, intendo.
Chi sono? Vedermi e non riconoscermi. Un impatto avvilente, mi ha mortificato oltre ogni possibile immaginazione. Io speravo di poter imparare a conoscermi di nuovo. Di fronte allo specchio mi osservavo con la stessa curiosità con cui una persona guarderebbe un altro intento a simulare smorfie: sorridevo? Mettevo il broncio? Sbarravo gli occhi per lo stupore? Abbassavo lo sguardo per l’imbarazzo, l’impaccio? Posizionavo le labbra e il viso nell’espressione della costernazione? Tentavo la mimica facciale della rabbia, del disgusto, della felicità, della tristezza, della paura e della sorpresa?

Io non so più a quale stato di animo corrispondono le diverse espressioni dei volti.
Non credo. A nutrirmi ogni giorno dubbi e tutti salati, come i conti. Ma so con certezza che ero lì, a fissarmi. I miei occhi andavano su e giù, dalla fronte scendevano sino al mento, poi risalivano al naso, si spostavano all’orecchio destro, alla guancia sinistra, alla destra, fino all’orecchio sinistro.

Ora vivo con Iulia. Non riconoscersi in casa è frustrante. Lì sono solo con me stesso e tutt’al più oggi condivido il mio disagio quotidiano con lei , che continua a guardarmi avvilita e ogni tanto nel tentativo di consegnarmi le sue soluzioni, ingenue e sempliciotte. Innocenti.
Lei ci mette tutta la sua buone fede, mentre mi parla e non riesce a imparare e mi dà un po’ del tu, un po’ del lei, con un tocco anche di fantasia.
– Signore – le piace chiamarmi in questo modo – perché quelle foto? Non bello che tu piangi sempre lì davanti. Se non riconosce persone, noi levare foto.
– Iulia! – cerco di spiegarle – le foto che conservo sono il mio passato, la mia memoria visiva. Quella che non ho più.
-Sì, signore, io capisce, ma non fa bene a te!
Credo che averle lì, come suppellettili in mostra, è permettere di pensare, a chi si affaccia in casa mia, che almeno nell’arredamento il mio appartamento presenti caratteristiche
regolari, comuni a mille altre case.
Iulia, comunque, vorrebbe solo non vedermi disperare.
Se non mi vedesse piangere lei, di certo, penserebbe che io sia felice. Con semplicità.
Questa donna si occupa della casa. Della casa, dei miei vestiti, poi ogni tanto compare all’improvviso:
– Signore – si rivolge a me con dedizione – signore non preoccupare, aiuto io.
Si avvicina e mette ordine alla mia confusione.
Ogni tanto mi scopre seduto in poltrona, con lo sguardo turbato, agitato.
Sono lì a fissare cose.
Con il caos nella testa.
– Signore, metto io, metto io, non avere paura.
– Iulia, metti tu cosa?
– La pantofola, signore. Non guardare piede così, signore, quello che tu vede è piede, l’altra è pantofola.
E me le infila, una e poi l’altra. Prima la sinistra, poi la destra.
Iulia oggi, in qualche modo, è la mia intimità. La mia sfrontatezza, la mia dignità.

(...) È stato il giorno che sono andato via da casa, da mia moglie, lo stesso in cui ho messo piede nel mio nuovo appartamento.
Ho smesso di mostrare la lingua per prendermi cura del mio viso in modo diverso: barba e capelli dal barbiere.
In compenso a casa mi accade di incontrare un uomo che qualche volta passa davanti agli specchi..
Peccato! mi dico, sono io.
Sono io l’uomo che incontro dentro le vetrate o riflesso negli specchi.
Sono io che non mi riconosco.

(...)
E comunque adesso per me è diverso. Sì, io riconosco il bello dal brutto. Memorizzo una donna con un particolare che la rende riconoscibile, che mi permette di non scordarla. Poi? Non volto più il mio sguardo come fanno tutti gli uomini, con complicità tacita, quando passa una donna affascinante, di quelle con cui andremmo a letto. È penoso confessarlo, è doloroso per me ammettere la distanza abissale che oggi c’è tra la mia vita e quella degli uomini che conosco, che mi passano accanto, che mi somigliano in tutto, tranne nel fatto che io non riconosco i volti delle persone e i più di loro, sì. La donna per me oggi è un profumo, una sensazione, una voce. È tutto quello che nasce in me dalla loro unione. Spesso nulla. Qualche volta il dispiacere di non poter andare oltre ciò che i sensi rimasti a disposizione mi permettono. Non faccio l’amore da mesi. Da prima che entrassi in ospedale per l’incidente, per l’esattezza. Ho pensato e penso spesso a Gisella, con rimpianto per averla lasciata nel modo peggiore: averla lasciata, senza chiamarla, né cercarla. Come fanno i bastardi, direbbero le donne. È lei l’ultima donna con cui ho fatto l’amore. Questa mattina mi sono svegliato e ho scelto di non far finta di nulla davanti all’erezione del mio pene. Ho rimandato la pipì. Ho seguito l’istinto e mi sono iniziato a toccare tirando il mio pene fuori dallo slip. Mi sono masturbato con la destra. Sentivo il pene duro, eccitato. Il ritmo generato dal movimento della mia mano, quel su e giù continuo, a tratti più o meno veloce, con l’impugnatura più o meno stretta che mi provocava piacere era quello di un tempo. Di diverso, tuttavia, c’era l’occhio della mia mente: non vedeva niente. Non immaginava nulla… Nessuna donna… Come se non potessi più associare il desiderio fisico, l’istinto, a un volto che eccita, a un’espressione, a un seno prorompente, a una bocca attraente che si trascina prima lenta sul pene, più veloce sul glande, poi di nuovo lenta. Una lingua che appartiene a un volto che riconosci… Ho intuito tutto questo quando si è avvicinato il momento dell’orgasmo. Pochi istanti prima nella mia mente non c’era alcun viso, nessun corpo. D’improvviso ho percepito chiaro un odore. La mia mente ha ricordato un profumo fresco, delicato, dolce. Non appena l’ho riconosciuto mi è saltato alla mente Gisella, lei che prima di uscire, quando stava con me mi guardava compiaciuta. – Amore, – mi diceva sorridente – mi spruzzo l’essenza che piace a te! E poco dopo, infatti, profumava di vaniglia. Io ho continuato a toccarmi con in testa il profumo di Gisella.

Sentire con forza la sua mancanza è stato il vero orgasmo.
Sono venuto ricordando quanto mi eccitasse quando mi stava di sopra e la potevo vedere mentre si toccava.
Come muoveva le sue labbra sul mio corpo, sul mio pene, nella mia di bocca. Mentre mi parlava dei suoi desideri e mi spiegava che “parlare”, durante il sesso, è il vero atto
amoroso.
– Non si può far l’amore senza parlare – diceva. – Diventerebbe un atto sessuale ripetitivo, noioso e privo di personalità.
Dopo l’orgasmo ho continuato a pensare a lei, a dirmi che rinunciare a Gisella, per la difficoltà di confrontarci con la mia nuova vita, è stata una perdita che non meritavo e che lei non avrebbe dovuto subire.

Eppure me lo ripeto ogni volta, perché la vita è così: i cambiamenti generano altri cambiamenti e spesso poi le persone ti lasciano solo. Al silenzio. Solo e al silenzio. Ognuno è anche solo. Ciascuno è anche il proprio silenzio.

GLI AMORI INFELICI NON FINISCONO MAI,
di ISABELLA BORGHESE
GIULIO PERRONE EDITORE
collana Hinc- pagine 176 - euro 14,00 - isbn 9788860043405 

PRESENTAZIONI:

Roma, giovedì 9 ottobre, ore 18,00
Libreria Arion Palazzo delle Esposizioni
via Milano, 15/17

introduce Mariacarmela Leto, direttore editoriale
presenta Paolo Fallai, giornalista
interviene Emilio Pezzola, traduttore
partecipa l’autrice

letture a cura di
Valentina Tramontana, attrice
Francesco Castaldi, attore

Roma, giovedì 16 ottobre, ore 18,30
Scup – Sportculturapopolare
via Nola, 5
presentano Stefano Gallerani, critico letterario
Micaela Quintavalle, sindacalista

partecipa l’autrice

letture a cura di Valentina Tramontana
a seguire cena popolare presso “L’Hostaria Gli Scuppiatti”

Sembrerebbe uscita da un romanzo di Sándor Márai, Eszter, una giovane donna, precaria dell’editoria di giorno e cameriera di notte, protagonista femminile di questa storia ambientata
a Roma. La sua è una quotidianità piuttosto bizzarra: la incontriamo tutti i giorni sul 60, dove
si muove tra personaggi singolari –L’uomo del Suicidio Premeditato, La Donna Silenzio, o Signora Impertinenza – e dove assistiamo all’entrata di biglietti volanti salva passeggeri e a soldi del monopoli utilizzati per pagare le multe. Un luogo strambo dove tra grida, silenzi, litigi e confronti emerge non solo il disagio della mobilità romana che non permette ai passeggeri di viaggiare dignitosamente, ma anche la protesta viva degli autisti, costretti a lavorare in condizioni
pessime. Ma cosa spinge Eszter tutti i giorni a salire su questo autobus? Dove deve andare? ogni pomeriggio raggiunge la libreria Alice nel paese delle meraviglie. È qui fuori che vediamo muoversi
L’uomo senza volto, il protagonista maschile. Un uomo che a seguito di un incidente non riconosce i volti delle persone. Glielo ha spiegato chiaro il medico: «La tua difficoltà principale consisterà nella completa inabilità a imparare volti nuovi e nel riconoscere facce familiari». Per questo ha deciso di lasciarsi alle spalle la sua vita di prima, concedendosi solo un ultimo atto d'amore verso la donna che non può dimenticare, Gisella. L’uomo senza volto ogni giorno davanti alla libreria promuove l’esordio letterario della sua amata.
Eszter è lì per capire come vive un uomo che non riconosce i volti delle persone. È lì, e noi saremo tra i loro incontri. Scopriremo se è vero che gli amori infelici non finiscono mai. Ci immergeremo nei numerosi volti del silenzio che in questo romanzo riempiono, svuotano, modificano, arricchiscono, e impoveriscono gli spazi tra i protagonisti. Perché, scrive l’autrice, «In silenzio si scrive una storia. Nasce negli spazi in cui l’uomo, con le sue manchevolezze e il suo essere inadeguato, si ostina a muoversi, creando più o meno rumore. Più o meno silenzio». Una storia ricca di sorprese, colpi di scena e dove il surreale vive per raccontare questa stravagante città e questi personaggi eccentrici e, insieme, così profondamente umani.
esprime con equilibrio tra coraggio e abilità narrativa».

Isabella Borghese è nata a Roma dove lavora come giornalista e ufficio stampa. Collabora con Controlacrisi.org, dove è responsabile della rubrica Libri & Conflitti. Ha scritto il reportage Da ex fabbrica occupata a «città» multietnica, Dalla sua parte (2013, Edizioni Ensemble). Curatrice delle antologie: Sto qui perché una casa non ce l’ho (2013 Edizioni Ensemble, con Ascanio Celestini, Paolo Berdini e Walter De Cesaris) e Una bella bici che va (Giulio Perrone editore, con Stefano Benni, Fulvio Ervas, Andrea Satta); è inoltre ideatrice del progetto stylish editoriale Livres & Bijoux (2009). 

 

 

 

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